Le bottiglie con la manna di San Nicola – Un unicum alla Galleria Baroni

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Le bottiglie con la manna di San Nicola – Un unicum alla Galleria Baroni

La Galleria Baroni, in via Madonnina 17 a Milano, è il solo posto al mondo – oltre al museo della Cattedrale di Bari – in cui si possono ammirare le bottiglie in vetro di San Nicola contenenti la celeberrima manna. Il professor Sergio Baroni, infatti, può vantare una collezione delle bottiglie in vetro dipinte con le immagini e i miracoli del Santo, alcune delle quali recano ancora la manna cui la tradizione popolare attribuisce proprietà miracolose.

Su questo argomento nel dicembre del 2018 fu realizzata presso la Galleria Baroni, una mostra ripresa dal Wall Street International nell’articolo che segue a firma di Giovanni Zaccherini

Perché Babbo Natale, per portare i doni ai bambini, scende dal camino o entra dalla finestra durante la notte senza voler essere visto? E da dove viene la tradizione delle palle decorative? Sono usanze ormai consolidate in gran parte del mondo, che dalle antiche origini di una storia agiografica si sono via via trasformate e diffuse in modo capillare, diventando capisaldi dei festeggiamenti natalizi.

Ne abbiamo chiesto al prof. Sergio Baroni, che, nella sua galleria milanese, ha allestito un’esposizione pressoché unica sulla figura di San Nicola, perché realizzata esclusivamente attraverso i manufatti in vetro a lui dedicati, in particolare bottiglie muranesi dal secolo XVIII al XIX, dipinte da artigiani baresi, con l’effigie di San Nicola e le scene di alcuni suoi famosi miracoli e tre coppie di bottiglie a forma di cuore, rivestite in preziosi tessuti, del XVIII secolo, che erano destinate come dono a coppie di sposi. Nel giorno di San Nicola, 6 dicembre, la Galleria Baroni ha aperto i battenti a una esposizione che narra una parte di questa storia divenuta leggendaria.

“L’odierno Babbo Natale, nella sua forma contemporanea e popolare – sottolinea Baroni -, è ben lontano dalla figura del santo che gli ha dato le origini, il sacerdote greco diventato San Nicola da Bari (270 d.C. – 337 d.C.), ma originario di Myra, allora provincia dell’Impero Romano d’Oriente (attuale Turchia). Dato che fin dalla sua sepoltura, nei pressi di Myra, dalla tomba di Nicola sgorgava la manna, essa divenne meta di pellegrinaggi, fin a quando, nel 1087, un gruppo di marinai partiti da Bari (sempre Impero d’Oriente) non trafugò il corpo per seppellirlo nella città pugliese. Nel luogo prescelto sorse la Basilica di San Nicola, venerato come co-protettore di Bari.

Una decina di anni dopo i veneziani traslarono quello che i baresi avevano lasciato nella fretta del furto: una gran quantità di minuti frammenti ossei. Li portarono a Venezia, conservandoli nell’abbazia di San Nicolò del Lido e, come per i baresi, Nicola divenne protettore dei marinai, oltre che di molte corporazioni di Arti e Mestieri, fra cui quella dei vetrai muranesi e di Murano stessa. Ed ecco l’asse San Nicolò – San Nicola, Venezia – Bari, al centro di una produzione artistica che è quella esposta in galleria: una serie di bottiglie in vetro datate tra Sette e Ottocento, che venivano soffiate nelle botteghe muranesi per poi essere dipinte dagli artigiani baresi.

È una fra le tante testimonianze di una storia straordinaria, che vede protagonista uno dei santi più amati e più venerati al mondo, perché non solo unisce molte confessioni cristiane (greco-ortodossa, russo-ortodossa, anglicana, cattolica), ma è anche quello che ha subito la più grande trasformazione, tanto da diventare Babbo Natale. È questa diffusione mondiale e questa stupefacente trasformazione che ne fanno il santo più popolare, che supera perfino i confini religiosi, diventando il ‘santo di tutti’: Santa Claus nei Paesi anglosassoni e nordeuropei, Sankt Nikolaus nei Paesi di lingua tedesca, superando l’abolizione del culto dei santi da parte protestante, San Nicola in molte parti d’Italia, approdando a New York con l’immigrazione olandese, inizialmente come Sinterklaas. E nel 1931 debutta nella pubblicità della Coca Cola, diventando il signore allegro e paffutello, in abito rosso (anziché verde) bordato e con capelli e barbone bianchi che elargisce doni ai bambini.

Un ritratto molto diverso dal severo vescovo di Myra che gli ha dato origine, uomo noto come fiera voce della fede cristiana in anni di persecuzioni, imprigionato per molto tempo finché, nel 313, Costantino non emanò l’Editto di Milano che autorizzava il culto. Fu anche strenue difensore dell’ortodossia, tanto che pare abbia preso a schiaffi Ario, fondatore dell’arianesimo, durante il Concilio di Nicea (325 d.C.). Fra il popolo divenne famoso per i tanti miracoli che gli venivano attribuiti, in particolare a difesa di poveri e bisognosi.

Fra questi, ve ne sono due che spiegano il collegamento con il ‘carattere’ di Babbo Natale, protettore dei bambini e dispensatore di doni. Il primo narra che Nicola, avendo saputo che un uomo caduto in miseria voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché prive di dote, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia messo in tre sacchetti e, di nascosto perché non voleva rivelarsi, li abbia fatti calare o cadere nella casa durante la notte. In questo modo le tre fanciulle poterono avere la loro dote e sposarsi decorosamente, facendo di San Nicola anche il protettore delle ‘fanciulle da marito’. I tre sacchetti con le monete si sono trasformati in tre palle attraverso l’interpretazione degli artisti che ritrassero San Nicola, diventando così il suo simbolo iconografico per eccellenza.

L’altro miracolo racconta di come Nicola resuscitò tre bambini che erano stati uccisi e messi sotto sale da un crudele oste, che li serviva agli ignari avventori del suo locale. Questo miracolo è dipinto in diverse versioni anche sulle bottiglie esposte, assieme all’effigie del santo, a mezzo busto o a figura intera, con i suoi simboli iconografici, fra cui le tre palle. Ci sono poi i contenitori a forma di cuore, rivestiti di seta, oro e argento ricamati, prodotti in coppia poiché destinati come dono agli sposi. Nelle forme più antiche i contenitori per la manna erano piccole ampolle, fatte anche per essere appese alle cinture dei pellegrini, oltre che alle pareti di casa e così fu fino a tutto il Cinquecento e i primi del Seicento. Divennero caraffe tra Sei e Settecento, nome che indica sia la tradizionale forma panciuta con collo stretto, bocca larga e manico, sia le forme più comuni e diffuse di bottiglie. Le richieste della manna continuano per tutto l’Ottocento e i vetri per contenerla, si producono così bottiglie di ogni dimensione, sempre finemente decorate con pitture di artigiani e artisti per lo più meridionali.

È tra questi due ultimi secoli – XVIII-XIX – che si colloca la collezione esposta, formata da 34 esemplari finemente decorati e completata da un dipinto sotto vetro del XVIII secolo, per rimanere in tema con il materiale protagonista della mostra, visibile fino alla fine di febbraio”.