Michele Tedesco, grande interprete da riscoprire

“Mito”, una mostra dal taglio particolare
4 Luglio 2019

Sono stato invitato come relatore alla conferenza “Michele Tedesco <Cari colombi>. Un nuovo capolavoro nel Museo dell’Ottocento lucano” che si è tenuta venerdì 5 luglio a Moliterno, capitale europea della cultura per un giorno. L’iniziativa, nata da un’idea della Fondazione Matera-Basilicata 2019 e portata avanti dal Sistema Museale Aiello a Moliterno, ha avuto il merito di portare l’attenzione su un autore che merita ulteriori approfondimenti. Non che non sia stato apprezzato al suo tempo, tanto che ricoprì la cattedra di disegno all’Accademia di Napoli dal 1892 al 1917, anno della morte. Oggi però il suo nome non è così noto e “immediato” come quello di altri suoi contemporanei. Io per primo, grazie a questa iniziativa, ho avuto l’occasione di riscoprire un interprete d’eccellenza che conoscevo in nodo parziale.

Parafrasando Simonetta Condemi, coordinatrice della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, il dipinto “Cari colombi”, ultima acquisizione della raccolta del Museo lucano, è una prova di pittura di grande qualità, con una tavolozza di colori in movimento ispirata allo stile archeologizzante di Alma Tadema, al quale Tedesco è debitore. In questo dipinto personalmente vedo anche uno sguardo al movimento macchiaiolo, al l’artista quale aderì per un periodo della sua vita.

L’opera, un olio su tela di cm 104×54, va ad arricchire la collezione di opere di Michele Tedesco (Moliterno 1834 – Napoli 1917) del MAM (Musei Aiello Moliterno).

Ringrazio di cuore il dottor Gianfranco Aiello, presidente MAM, poiché senza la sua proposta di illuminare l’artista Michele Tedesco in questa occasione, non mi si sarebbe aperto un mondo così complesso e affascinante che coinvolge tutto l’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Fino a oggi lo conoscevo come pittore macchiaiolo, appartenente al gruppo di riferimento che fa capo a Giovanni Fattori e a Telemaco Signorini.

Per questo sono grato al dottor Aiello per avermi indicato Michele Tedesco: mi si è aperto uno scenario inaspettato, non soltanto in ambito artistico, ma anche sociale, antropologico, storico.

Faccio una premessa: sono stato chiamato a far parte dell’organizzazione per realizzare il Museo Lord Byron a Ravenna, che troverà sede in Palazzo Guiccioli, dove il poeta risiedette tra il 1819 e il 1921. Byron a mio parere incarna, nella sua complessità, l’uomo della contemporaneità europea e in questa prospettiva lo avvicino a Michele Tedesco, benché questi nasca dieci anni dopo la morte del poeta. Nonostante la distanza temporale tra i due personaggi, mi è venuto spontaneo collegare la figura di Byron con quella di Tedesco: entrambi possono essere considerati come sinceri e appassionati protagonisti del Risorgimento europeo.

Per poter sostenere questa mia affermazione, occorre prima di tutto illustrare brevemente la storia di Michele Tedesco tra Moliterno, Spinoso e Napoli e per poterne mettere in luce il profilo biografico-intellettuale occorre occuparsi degli anni della sua infanzia e della sua adolescenza.

Egli nasce da un matrimonio che ben presto si sgretola a causa dell’allontanamento del padre che, una volta abbandonata la famiglia, non avrà più alcun rapporto con essa. Facile immaginare le difficoltà della madre per garantire una vita decorosa e un futuro ai figli. Fortuna vuole che un suo cugino sia il grande intellettuale lucano, nonché politico e storico, abate Antonio Racioppi (nato a Spinoso nel 1807), al quale ella affida Michele. Intellettuale giobertiano, l’abate è fervido oppositore dei controlli e delle restrizioni delle autorità borboniche e oltre che di Michele si occuperà del nipote Giacomo Racioppi, destinato a diventare una figura di spicco in campo politico. Il legame fra i nipoti e lo zio abate continuerà per tutta la vita. Non dimentichiamoci che siamo in piena Restaurazione: dopo la caduta di Napoleone Buonaparte erano tornati sul trono i sovrani spodestati e si era ristabilito il connubio tra trono e altare. In questo clima politico e sociale, l’abate Racioppi con i due nipoti si trasferisce a Napoli, dove apre una scuola privata sul modello del Cuoco nel 1860. Le scuole private erano uno dei cardini del sistema formativo napoletano e non dimentichiamoci che tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento Napoli era uno dei grandi centri europei della cultura, dove si presentavano e si discutevano studi e teorie provenienti dall’Inghilterra, dalla Germania e dalla Francia. Questo è l’ambiente in cui si formano Giacomo Racioppi e Michele Tedesco, che quindi maturano ideali rivoluzionari, avvicinandosi alle idee garibaldine.

Giacomo diventerà un influente intellettuale e un senatore dell’Italia unita. Fino alla fine della vita i due cugini resteranno vicini allo zio Antonio e rimarranno essi stessi in rapporto. Michele nel 1850 si iscrive al Reale Istituto di Belle Arti. Inizia così la sua vita artistica e frequenta i pittori del vicolo san Mattia sotto l’influenza di Filippo Palizzi. All’epoca l’arte a Napoli si divideva tra il naturalismo di Palizzi e lo storicismo romantico e accademico di Domenico Morelli. Nell’area di Palizzi, oltre a Tedesco possiamo ricordare Andrea Cefaly, Achille Talando, Eurisio Capocci, Giuseppe De Nigris, Antonio Migliaccio, Achille Martelli, Michele Lenzi, giovani aspiranti pittori che inseguono un sogno non solo artistico ma anche intellettuale e politico. In questo clima vive Michele, che dopo aver concorso per la classe di paesaggio, dovrebbe partire per il servizio militare, ma riesce a farsi esonerare per poter continuare a ricevere il vitalizio col quale aiuta il sostenimento della famiglia. Michele condivide sempre più con i suoi amici artisti le idee garibaldine, ma non entrerà nelle armate delle camicie rosse per un senso di responsabilità verso la famiglia e solo dopo l’Unità d’Italia si arruolerà nella Guardia Nazionale recandosi a Firenze. E’ qui che entra in contatto con i macchiaioli, espressione pittorica del fenomeno letterario verista, vicina quindi alla corrente di Palizzi cui aderiva Tedesco.

Da non dimenticare che in quegli anni Firenze è capitale d’Italia (1865 – 1871), contribuendo alla spiemontizzazione della cultura in un amalgama sociale, politico e artistico ed è in questa nuova capitale che la storia nazionale e la storia personale e artistica di Tedesco si intrecciano. Ricordiamoci che la proclamazione del Regno d’Italia del 1861 non significò la conclusione delle guerre e delle battaglie risorgimentali. L’Italia riuscirà a conquistare Roma soltanto con la caduta di Napoleone III nella guerra contro la Prussia. E così, venuto a mancare il sostegno della Francia, arriva la famosa Breccia di Porta Pia nel 1870. Nella guerra franco-prussiana aveva perso la vita il fratello della pittrice Julia Hoffmann (1843 – 1936), che per allontanarsi dal dramma familiare, si reca in viaggio a Firenze nel 1871. Qui ha l’occasione di apprezzare l’opera di Tedesco “La morte di Anacreonte”, un dipinto storicistico che il pittore cercava di vendere alla Real Casa di Capodimonte con l’aiuto di amici artisti napoletani. In quel momento il dipinto era esposto nel salotto di Ludmilla Assing e proprio mentre Julia ne ammira le qualità, la padrona di casa le presenta l’autore. “Galeotto fu il dipinto” e i due si sposeranno due anni dopo, iniziando un solido legame non soltanto sentimentale ma anche artistico, condividendo spesso la scena artistica e influenzandosi a vicenda.

Le origini della moglie portano Tedesco al contatto con l’arte internazionale e con i principali movimenti artistici del tempo, tedeschi, austriaci, francesi, inglesi. Frequenta i circoli tedeschi e quelli vittoriani di Londra, esponendo all’estero e partecipando a due Esposizioni Universali, Parigi (1878) e Londra (1880). Al realismo di stampo macchiaiolo e allo storicismo che guarda al filone pompeiano di Lawrence Alma-Tadema, si aggiunge il simbolismo, tre filoni che si sviluppano e si evolvono grazie allo stretto legame intimo, culturale e artistico della coppia e al contesto in cui si muovono, plasmandosi a vicenda, pur con le dovute differenze, derivanti dalle loro personali formazioni.

Nel 1877 torna a Napoli e nel 1892 gli viene assegnata la cattedra di figura all’Istituto di Belle Arti, che manterrà fino alla morte.

Quanto detto è soltanto una piccola parte di una vicenda umana e artistica di grande ricchezza, complessità e valore che, penso e auspico, ci riserverà nuove scoperte. Pensando al fatto che la moglie, rimasta vedova, torna a vivere in Germania, suppongo che ci sia materiale importante ancora non emerso e che se si studierà a fondo la produzione di questi due artisti, potranno essere rivalutati da parte del mercato.