Il Profumo del pane, mostra faentina

Ho avuto l’occasione vedere la mostra Il “Profumo del pane”, che ho trovato davvero particolare per il suo tema: il pane è infatti nutrimento cardine della vita umana, simbolo del lavoro, della condivisione fraterna, della terra e dei suoi frutti, così come del rapporto che con essa instaurano gli esseri umani; simbolo anche di cultura contadina, di tradizioni e allo stesso tempo di spiritualità. La chiesa di Santa Maria dell’Angelo ospita le opere di tre giovani artisti: Ettore Frani, Matteo Lucca e Daniela Novello, tutti con esperienze internazionali. Si possono vedere sculture in pasta di pane, “pane” di marmo, fotografie che invitano a una riflessione e stimolano un dialogo fra umano e divino, sia dal punto di vista cattolico, sia dal punto di vista cristiano, sia dal punto di vista ebraico. E’ un tema che meriterebbe di essere sviluppato maggiormente, perché davvero interessante e unico, dalle diverse sfaccettature, come dimostrano i temi affrontati nel programma di conferenze. Personalmente sono molto contento che una volta conclusasi a Faenza l’esposizione approderà alla Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei di Milano.

Grazie all’organizzatore Giovanni Gardini per questa iniziativa, docente negli Istituti Superiori di Scienze religiose di Forlì e di Rimini, giornalista pubblicista.

La mostra rimane aperta fino al 21 ottobre 2018Chiesa di Santa Maria dell’Angelo, via Santa Maria dell’Angelo, Faenza.

 

“La camera del signore” rivive a Palazzo Milzetti

Palazzo Milzetti Faenza

Novità a Palazzo Milzetti, Museo Nazionale dell’Età Neoclassica di Faenza: è stata allestita con arredi originali la “stanza del signore” di epoca neoclassica. L’ambiente è stato pensato dal professor Sergio Baroni, in collaborazione con la direttrice Enrica Domenicali, e realizzato grazie alla donazione dello stesso Baroni di un gruppo di arredi che ricreano uno spaccato di vita privata sette-ottocentesca. Una passione di sempre, quella di Sergio Baroni per l’epoca che va dalla fine del XVIII ai primi del XIX secolo, fin da quando era consulente di Gianni Versace, per il quale trovò gli arredi neoclassici destinati alla villa di Como. L’atto di donazione vuole essere un omaggio a Palazzo Milzetti, luogo simbolo per eccellenza della stagione neoclassica dell’Emilia Romagna e in particolare un omaggio a coloro i quali si sono adoperati perché il palazzo diventasse patrimonio della collettività. Fra questi ricordiamo il politico italiano, nato a Cesena, Oddo Biasini (1917-2009), che negli Anni 70 patrocinò l’acquisizione di Palazzo Milzetti, e lo storico dell’arte Andrea Emiliani, appassionato mentore di questa impresa quando era Soprintendente alle Gallerie di Bologna. C’è anche di più: la volontà di rendere “vivo” un palazzo che è sì museo, ma con caratteristiche di dimora. Gli arredi scelti da Sergio Baroni sono tutti di provenienza emiliano-romagnola, databili ai primi decenni dell’ Ottocento: un maestoso letto Impero bolognese intagliato e dorato corredato da baldacchino e arricchito da una scultura di Eros in legno dorato, un tavolo con funzione di scrittoio e di toilette maschile in noce con parti ebanizzate e dorate, così come  ebanizzata è la specchiera a bilico, una poltroncina in noce, un tavolino da centro in noce e radica intarsiato, due guéridons, due lampade da tavolo in opaline e due consoles intarsiate sul piano a motivi geometrici che, unite, compongono un tavolo da gioco. Gli arredi sono stati collocati in quella che viene indicata come “camera da letto nuziale” del conte Francesco Milzetti e della moglie, la contessa Giacinta Marchetti degli Angiolini, passata poi ai Rondinini, come mostra una fotografia d’epoca. Impreziosisce e abbellisce la stanza la decorazione a firma Felice Giani (1758 – 1823) regista tra l’altro di tutto l’apparato artistico del palazzo. Il tema iconografico è incentrato sul ritorno di Ulisse a Itaca, culminante nell’ovale centrale del soffitto, in cui Ulisse e Penelope si avviano al talamo nuziale. Il grande ovale è messo in risalto da larghi profili in squillanti colori – verdi, blu e rossi – riprodotti anche per incorniciare altri otto episodi dell’avventura di Ulisse. L’insieme delle scene è esaltato da un raffinato gioco di ornati calligrafici e di raffaellesche che si conclude in un’ultima bordatura rossa e oro.

Le tappezzerie, oggi di un momocromo color salvia lucente, erano in origine a stelle d’oro su fondo blu. I sovraporta sono di stucco bianco a rilievo che vedono protagonista Minerva: assieme a Ulisse sopra la porta d’ingresso e a colloquio con Giove sopra la porta d’accesso al boudoir. Eleganza, ricercatezza estetica e ricchezza decorativa, in cui dialogano classicità, mito e storia, caratterizzano l’intero palazzo, capolavoro dell’età neoclassica faentina e non solo. E’ frutto di una stagione particolarmente fortunata e ricca per il territorio, che ovviamente coincide con uno dei periodi architettonici più felici. Si tratta del cinquantennio che va dal 1780 al 1830/40, quando la regione beneficia della costruzione del canale di collegamento tra il mare e la città, che incentiva e facilita un ricco scambio commerciale.

Di proprietà della famiglia Milzetti fin dal Seicento, l’edificio fu rinnovato e trasformato dopo il terremoto del 1781 dal conte Nicola, con l’incarico all’architetto Giuseppe Pistocchi (1744 – 1814) nel 1792 e, a partire dal 1795, dal figlio Francesco, che si affidò all’architetto Giovanni Antonio Antolini (1754 – 1841). Autore o ideatore degli ornati pittorici, progettati dettagliatamente, fu, come già accennato, Felice Giani, di origine piemontese ma attivo soprattutto sul territorio emiliano – romagnolo e a Roma. Per l’operazione egli si avvalse di eccellenti decoratori, come i plasticatori Antonio Trentanove (1745 – 1812) e Gian Battista e Francesco Ballanti Graziani (1762 – 1835 / 1772 – 1847), oltre ad altri giovani artisti e artigiani, che lavorarono sotto la guida di Gaetano Bertolani (1758/59 – 1856), il collaboratore più fidato di Giani. Ne scaturì una mirabile interazione tra architettura e decorazione, che niente ha da invidiare a palazzi del neoclassico europeo, grazie soprattutto alla creatività di Giani, orientato ai nuovi indirizzi culturali internazionali. Conclusi i lavori nel 1805, dopo soli tre anni il conte Francesco dovette lasciare Faenza per assumere incarichi militari alla corte di Eugenio di Beauharnais a Milano e cedette la dimora, come attesta un rogito del 1808, forse anche per far fronte a ingenti debiti. Subentrò Vincenzo Papiani di Modigliana fino al 1814, seguito dallo speculatore Domenico Ugolini, fino all’acquisto nel 1817 da parte dei conti Rondinini, che arricchirono l’arredo, ancora oggi in parte visibile negli ambienti di rappresentanza. Dopo altri passaggi di proprietà, il palazzo fu acquistato dallo Stato nel 1973. Fu restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici di Ravenna e aperto al pubblico nel 1979, per diventare Museo Nazionale nel 2001. Quello che si augura Sergio Baroni è che Palazzo Milzetti possa non solo rappresentare un’eccelsa testimonianza di un periodo architettonico e artistico, ma che possa anche continuare a far vibrare la sua originaria atmosfera di dimora. Desiderio che ha manifestato attraverso la donazione, grazie alla quale le splendide decorazioni trovano un corrispettivo stilistico e funzionale negli arredi.

Livia Negri

Presentazione della donazione Sergio Baroni: giovedì 20 settembre, ore 11.30, presenti il Direttore del Polo Mario Scalini, il professor Andrea Emiliani, la direttrice di Palazzo Milzetti Enrica Domenicali, il professor Sergio Baroni. Palazzo Milzetti, via Tonducci 15, Faenza

(photocredits Marco Baldassarri).

Benvenuta Miss Miller

A 48541

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Sconosciuto al pubblico fino a oggi, questo bronzo, opera del romagnolo Domenico Rambelli (1886-1972), è finalmente visibile agli amatori e cultori della sua arte alla Galleria Baroni, dopo essere rimasto custodito gelosamente dal suo autore prima e conservato poi nelle raccolte degli eredi. Rambelli, ceramista, pittore, scultore faentino, dopo gli studi alla Scuola di Arti e Mestieri della sua città, segue l’amico Domenico Baccarini a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Aderirà all’innovativo cenacolo baccariniano assieme ad altri giovani artisti romagnoli, fra cui Ercole Drei, Giovanni Guerrini, Francesco Nonni, Pietro Melandri, Riccardo Gatti, Giuseppe Ugonia, Odoardo Neri, Orazio Toschi. Nel 1905 esordisce a Roma e poi espone alla Biennale di Venezia, per poi trasferirsi a Parigi. Fa parte del movimento artistico “Valori Plastici” e partecipa alla corrente “Novecento”. E’ considerato fra i principali scultori pubblici degli Anni Venti con i monumenti di Viareggio, Lugo e Brisighella.

Miss Miller è un’opera affascinante, enigmatica rappresentativa del “primitivo” che caratterizza lo stile dell’artista nei suoi busti bronzei, come il busto “Fanciullona”, il nudo femminile acefalo, la popolana che canta (o “Il Canto”), tutti appartenenti a collezioni pubbliche. Salta all’occhio, come “firma” rambelliana, lo stravolgimento delle forme corporee che alterano le proporzioni dell’anatomia, dilatando e “gonfiando” i lineamenti, così come, nelle opere a figura intera, la dimensione della testa rispetto al tronco, il tronco rispetto al corpo, creando una nuova espressività della figura umana nello spazio. Il busto di Miss Miller Rambelli lo eseguì nel 1926 e non se ne distaccò mai, tenendolo con sé fino alla fine dei suoi giorni. Esso può rappresentare nell’insieme della sua produzione una specie di feticcio o di opera di grande affezione che ha accompagnato sempre l’artista. Alla sua morte è passato agli eredi Zingaro, rimanendo fino ai giorni nostri di loro proprietà. Quando ho saputo della disponibilità dell’opera, ho ritenuto che fosse quasi un obbligo da parte mia, per la mia storia e la mia dichiarata “romagnolità”, venirne in possesso per salvaguardare la sua permanenza in questo contesto. Essa infatti rappresenta a mio parere un punto di riferimento della produzione artistica di Domenico Rambelli.

La mia passione per questo artista, assieme a quella per gli altri romagnoli, risale alla mia infanzia, quando ne potevo ammirare le opere pubbliche durante le mi trasferte al seguito di mio padre o di mio nonno nel territorio di Romagna. Tre sono i monumenti pubblici di Rambelli: il monumento ai caduti di Viareggio, inaugurato nel 1927; il “Fante che dorme” di Brisighella del 1928 e quello dedicato all’eroe dell’aviazione della prima guerra mondiale, Francesco Baracca, che si trova a Lugo di Romagna, inaugurato nel 1936. Se nei primi due Rambelli è riuscito a reinterpretare con modernità forme primitive e arcaiche, nel terzo giunge a un’originale sintesi tra simbolismo e naturalismo, trascendendoli in un’atmosfera metafisica.

Una produzione esigua rispetto a quella degli altri artisti romagnoli, la sua, ma di portata europea. A mio parere è un peccato che oggigiorno, guardando alla sua opera artistica, non sorga una riflessione sul fatto che un artista tanto affascinante e moderno non abbia prodotto la quantità di opere scultoree dei suoi contemporanei italiani. Solo nell’ambito del disegno ci ha lasciato innumerevoli esemplari di fanciulli, figure femminili, nudi, nei quali vediamo quelle forme primitive e arcaiche che ne fanno la sua cifra stilistica. Il motivo della “scarsità” scultorea lo spiega l’artista stesso, in un testo inedito del 1950: “Lo so che le esposizioni fanno girare il nome e procurano lavoro, ma quando si ha più inclinazione a disprezzare che amare il denaro queste cose perdono di importanza.”

Sergio Baroni