Ademollo, fecondo maestro dell’affresco neoclassico

pan1Il Teatro della Pergola, la Cappella di Palazzo Pitti, la Loggia di Porta a Prato, una cappella della Santissima Annunziata sono alcuni edifici fiorentini le cui pareti ospitano opere di Luigi Ademollo (1764-1849), cui si aggiungono affreschi in numerosi palazzi senesi, nel Duomo di Arezzo, nel Palazzo Ducale di Lucca, nel Duomo di Livorno, a Pisa e in altri centri toscani, come Pietrasanta, ma anche in borghi più piccoli, come Borgo a Mozzano, dove qualche anno fa sono stati completati i lavori di restauro degli affreschi nella chiesa di San Rocco. Solo per ricordare una piccola parte delle opere di Ademollo, a testimonianza della sua fervida attività decorativa – migliaia di opere in 60 anni – dedicata a temi sacri e profani di gusto neoclassico. Con Andrea Appiani (1754-1817) e Felice Giani (1758-1823), Ademollo è infatti da considerarsi fra i maggiori interpreti dell’affresco neoclassico ma, a differenza dei suoi colleghi, è oggi meno noto e, forse proprio a causa della sua fecondità, non del tutto catalogato. Manca un regesto vero e proprio, oltre che un riscontro delle opere esistenti e reperibili. Viene da domandarsi perché sia meno citato di Appiani e Giani. Il critico d’arte Francesco Leone, nella presentazione del catalogo “Luigi Ademollo. L’enfasi narrativa di un pittore neoclassico” del 2008, ne individua la causa nell’antiaccademismo dell’artista: “E’ indubbio che la linea anticlassica, che sarebbe più giusto definire antiaccademica e che sempre più e consapevolmente si qualificherà come tale nelle sue evoluzioni artistiche, seguita sul versante formale da Ademollo abbia segnato – decretandone in qualche modo l’estromissione dalle ricostruzioni storiografiche – una parabola unica e senz’altro sperimentale tra la fine del XVIII e il primo ventennio del XIX secolo.”

Milanese di nascita, Luigi Ademollo frequenta giovanissimo l’Accademia di Brera e, ventenne, si reca a Roma, dove rimane per tre anni, perademollo 1 approfondire lo studio che gli sta a cuore: l’antichità romana. Affascinato dalla classicità, egli ha modo di studiarla direttamente nei monumenti della capitale, ma anche nei repertori dei grandi pittori cinquecenteschi, così come nelle ricostruzioni visionarie di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), dal quale assorbirà l’interpretazione fantasiosa dei canoni classici. Nel 1788 si reca a Firenze, dove diventa presto un pittore alla moda, conteso da nobili famiglie, nonché al servizio del granduca Ferdinando III. Egli si dedicò soprattutto all’affresco, ornando le pareti di chiese, ville e palazzi toscani, prima nelle città e, nell’ultima pare della sua carriera, in centri più piccoli con opere a tema religioso, senza però perdere mai la sua originalità. Per le grandi realizzazioni a muro, il maestro si avvaleva di un insieme di artigiani che coordinava, procedendo nel seguente modo: concepiva la messa in pagina muraria di un disegno e progetto di sua mano, tramite bozzetti e, successivamente, disegni in scala; affidava poi i diversi compiti per l’esecuzione dell’opera ai suoi collaboratori, decoratori e artigiani che lavoravano in autonomia. Ornati, figure monocrome, campiture, partitura e dorature sono raramente di mano del maestro. La preparazione del supporto murario era effettuata da apposite maestranze, che si occupavano degli intonaci, della loro rifinitura, della battitura dei fili e della divisione degli spazi per delimitare l’opera finale, oltre che di stuccature e di pose di calchi, stipiti, cornici di porte e finestre. A compimento dell’opera, subentravano altre maestranze per realizzazioni e finiture ulteriori, come la coloritura delle porte e delle finestre, dei bastoni per i tendaggi ecc. In questa modalità Ademollo realizzò pitture murali a fresco, a mezzo fresco, a tempera e a encausto, di cui divenne interprete e sperimentatore, elaborando una originale tecnica di encausticatura.

Fino alla fine di luglio in galleria ospitiamo una panoramica di opere di Luigi Ademollo incentrata su disegni, bozzetti e studi per opere murali appartenute alla collezione Gianni Versace. Il noto stilista ammirava moltissimo l’opera artistica di Luigi Ademollo, diventandone un appassionato collezionista, tanto da portare attenzione a questo autore fino ad allora poco apprezzato.

Sergio Baroni

Custode di segreti

Oggi vi sveliamo i segreti di questo elegante secrétaire à abattant di epoca Impero attribuito, per qualità ed eleganza, a Giovanni Socci, capostipite di una delle più attive botteghe di falegnameria ed ebanisteria della Firenze tra Settecento e Ottocento. Esemplare italianissimo, questo, per gusto, tecnica e stile, appartiene di fatto a una categoria francese, tanto che anche in Italia si continua a usare il termine secrétaire.

L’intero mobile (cm 100×47,5 h cm 150), con fusto in ciliegio (e non in rovere come usava in Francia), è impiallacciato in piuma di mogano, essenza di importazione dalle Americhe, apprezzata all’epoca per il suo colore caldo; il piano, anch’esso a conferma della sua provenienza nazionale, è in marmo bianco di Carrara. Al di là della “facciata” da mobile sobrio ed elegante, esso nasconde impensabili meccanismi e trucchi che ne fanno un custode di segreti: una volta calato l’abattant (il piano ribaltabile), quello che appare come un listello ornamentale è in realtà un cassetto estraibile e le lesene con testa egizia, che scandiscono i vani interni a cassettini, sono anch’esse estraibili grazie a un ingegnoso meccanismo che si attiva con uno spillo dall’interno, rivelando la loro vera natura di portadocumenti. Siamo dunque già in epoca romantica, con l’attitudine a custodire i “segreti del cuore”: lettere intime, ciocche di capelli, piccoli ritratti, pegni d’amore.. Dal punto di vista stilistico, è interessante notare la scelta delle teste egizie, che rimandano alle sfingi, al posto delle teste di donna, per una trasformazione in chiave egizia della cariatide classica. Il secrétaire in oggetto rientra infatti in quello stile di moda in epoca Impero conosciuto come Retour d’Egypte, al quale la Biblioteca Braidense di Milano ha dedicato la bellissima mostra “Da Brera alle piramidi” nel febbraio 2015; mostra che ha visto il prestito da parte della Galleria Baroni di una coppia di sfingi, oltre a un allestimento in stile egizio di cui il secrétaire era parte.