L’umano secondo Javier Marìn

La Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno ha presentato come nuovo evento culturale d’arte le opere di Javier Marìn, classe 1962, considerato il più importante scultore messicano vivente. Sono stato invitato  cortesemente alla presentazione della mostra il 16 settembre scorso e ne sono stato felice, perché vale la pena vedere il lavoro di questo artista contemporaneo, che affonda le radici della sua arte nei codici linguistici rinascimentali e barocchi, per elaborare un linguaggio personale, originale e, oserei dire, “militante”, ossia impegnato nei vari temi sociali che le sue opere esprimono.

Faccio un passo indietro: anni fa ho avuto l’occasione di vedere le opere di Marin a Pietrasanta, nella chiesa e nel chiostro di Sant’Agostino e nella piazza antistante. L’impatto con le opere mi aveva immediatamente coinvolto ed è stato anche per questo ricordo che ho subito accettato con favore l’invito di Casa Rusca e l’opportunità di rivedere le sculture di Marin a distanza di otto anni. A un primo momento le sue opere colpiscono per la forte influenza degli stili rinascimentale e barocco, ma non appena si osserva più a fondo, è facile cogliere le volute incongruenze, le difformità e le dissonanze che destrutturano forme e linee classiche, per reinventare opere originali, la cui contemporaneità è rafforzata proprio dalla stratificazione storica. Il corpo, nella sua nudità e nel suo fisiologico movimento, è al centro della poetica di Javier Marin. Le teste, i corpi o le parti di corpo plasmate dall’artista messicano hanno una forza evocativa potentissima e, devo dire, ancor più coinvolgente in un’esposizione intima come quella di Casa Rusca rispetto alla spazialità aperta della mostra di Pietrasanta.  In questi spazi più limitati e stretti si instaura facilmente un dialogo più profondo tra sé e l’opera. E in questo dialogo attento ci si accorge di essere davanti a una commistione di materiali, che sottolineano anch’essi la lontananza dai modelli storici e la personalizzazione delle scelte artistiche: accanto al bronzo a cera persa, al bronzo dorato o patinato, si affacciano la resina poliestere, la terracotta, la pittura a finto oro, il filo di ferro, ma anche materiali organici come tabacco, carne essiccata, petali di fiori…tutti elementi che concorrono a dar forma a una corporeità densa, ma anche ferita e martoriata, che mette in scena nella sua semplice nudità la condizione umana di sempre. Se le forme sono archetipiche nella loro concezione, esse “si sporcano” nelle imperfezioni quasi esibite, alludendo alla “banalità del male”, per dirla con Hanna Arendt. E stimolano riflessioni sulle tragedie odierne dei tanti corpi umiliati, devastati, martoriati che si riversano ogni giorno nelle nostre vite attraverso immagini, notizie, video, commenti, trasmissioni, giornali…

Il problema della “banalità del male” ci porta al problema posto dalla filosofa tedesca nel suo libro riguardo alla “complicità” della società ai crimini, sia con il silenzio sia nel rifiuto del dramma. Ne ho avuto un esempio proprio al pranzo cui ho preso parte nel giorno della visita: un invitato, giornalista, dopo aver apprezzato il messaggio etico di Marin, un momento dopo ha aderito perfettamente agli standard “morali” correnti, che dai precetti religiosi evangelici passano velocemente alle regole di comportamento dominante, qualsiasi esse siano, pur di salvare i privilegi acquisiti: “Non importa chi ci sia”, ha detto, “donne, bambini, uomini… la soluzione è di sparare ai barconi che arrivano sulle nostre coste.” Palese è la dicotomia in questo atteggiamento: un momento prima si condividono i valori etici e umani che la mostra rappresenta per poi dimenticarli nella quotidianità vissuta, in un totale rifiuto nel voler risolvere le tragedie che sono sotto gli occhi di tutti.

Viaggio in Germania

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Giardino della casa-museo di Goethe. La foto ritrae l’inizio dei festeggiamenti che ogni anno si tengono per il suo compleanno, il 28 agosto, e che vedono l’arrivo di persone da tutto il mondo.

Decenni fa vinsi una borsa di studio da parte della Deutsche Demokratische Republik (DDR) e di conseguenza visitai più volte la Germania. A distanza di tanto tempo è diventato sempre più vivo il desiderio di tornarci, anche per vedere il cambiamento dopo l’unione delle due Germanie.

In agosto ho colto l’occasione dei festeggiamenti per il compleanno di Goethe (28 agosto 1748 – 22 marzo 1832), che si sono tenuti come ogni anno nei giardini della sua casa museo a Weimar, dove si ritrovano i tanti studiosi e appassionati del grande letterato tedesco. E’ bello vedere questo “raduno” da tutto il mondo che avviene ogni anno per brindare a Goethe. La città, che nel 1999 è stata nominata “capitale europea della cultura” ed è sede della Bauhaus Universitat e dell’Accademia di Musica Franz Liszt, è animata da 5.000-6.000 studenti l’anno che la rendono particolarmente vivace e dinamica, a dispetto delle sue piccole dimensioni (gli abitanti sono circa 6.000). Tanti e particolarmente illustri i rappresentanti dell’arte e della letteratura che sono transitati per questa città, eleggendola a loro abitazione per lunghi periodi: Goethe, appunto, invitato dal duca Carlo Augusto nel 1775 per una visita che si trasformò in una residenza stabile. Con il duca, che gli affidò incarichi importanti, egli strinse una profonda amicizia. A Weimar sorge la casa di un altro famoso letterato, Friedrich von Schiller (1759 – 1805), che vi giunse nel 1787 attratto dalla fama della città come centro culturale. Divenne anni dopo amico di Goethe e con lui collaborò fino alla morte, prematura. I due letterati campeggiano in una grande scultura collocata

Monumento raffigurante Goethe e Schiller nella piazza che ospita il Teatro Nazionale e il Museo del Bauhaus.

Monumento raffigurante Goethe e Schiller nella piazza che ospita il Teatro Nazionale e il Museo del Bauhaus.

davanti al Teatro Nazionale, che impressiona non tanto per il valore artistico, quanto per la grandezza letteraria e la profondità di pensiero dei due raffigurati.

Anche la musica ha segnato la vita della cittadina, ospitando Johann Sebastian Bach (1685 – 1750), che dal 1708 lavorò come organista e musicista nell’orchestra di corte e, sei anni dopo, come primo violino fino al 1717, anno in cui lasciò Weimar per la delusione di non essere stato nominato direttore dell’orchestra di corte. Seguirono nel secolo successivo altri due musicisti: Johann Nepomuk Hummel e Franz Liszt (1811 – 1886), che a Weimar rimase per oltre trent’anni, diventando responsabile musicale del teatro cittadino e direttore d’orchestra al merito. Pur lasciando la città nel 1861, vi tornò con regolarità fino alla morte.

Personaggi illustri non mancano nemmeno in ambito filosofico, con il filosofo e teologo Johann Gottfried Herder (1744 – 1803) e Friedrich Nietzsche (1844 – 1900), che a Weimar morì dopo una lunga malattia, assistito dalla sorella. L’arredo odierno dei locali al pianterreno della sua casa sono il risultato della trasformazione attuata nel 1903 dall’architetto Henry van de Velde (1863 – 1957), rappresentante delle moderne correnti artistiche di inizio Novecento che nel 1907 fondò a Weimar la Scuola di Arti applicate. Fusa nel 1919 con la Scuola Granducale di Arte, divenne in quell’anno la Scuola del Bauhaus, il cui primo direttore fu l’architetto Walter Gropius (il Bauhaus si trasferì poi a Dessau nel 1925 e infine a Berlino).

Esposizione al Museo del Bauhaus: sedie, opera di Henri Van de Velde, Walter Gropius, Otto Bartning.

Esposizione al Museo del Bauhaus: sedie, opera di Henri Van de Velde, Walter Gropius, Otto Bartning.

Il Bauhaus si trova di fronte al Teatro Nazionale, nella piazza che ospita il monumento a Goethe e Schiller. Tanti i pezzi esposti, realizzati con i nuovi materiali dell’arte moderna: vetro, metallo, stoffa, legno, pietra.

L’ultimo nome che mi preme ricordare è quello di Lucas Cranach il Vecchio (1472 – 1553), altra figura fortemente legata a Weimar e in

Trittico di Lucas Cranach il Vecchio nella cattedrale di Erfurt.

Trittico di Lucas Cranach il Vecchio nella cattedrale di Erfurt.

generale alla Turingia, la cui presenza sul territorio è capillare, assieme a quella del figlio Lucas Cranach il Giovane (1515 – 1586) e della

sua bottega. Mi sono imbattuto quasi sempre in opere di questi pittori e incisori rinascimentale: innanzitutto nel Museo delle Belle Arti di Weimar, così come nella cattedrale tardo-romanica di Naumberg e nelle chiese di Erfurt e nel museo di Lipsia, solo per citare alcuni luoghi. Ho trovato particolarmente interessante il contesto religioso in cui si colloca la loro arte, che rielabora l’iconografia sacra sulla base della riforma luterana, sostituendo le figure dei santi con gli episodi biblici in uno stile gotico e stilizzato. In contrapposizione a

questo cambiamento si porrà la Controriforma del Concilio di Trento (1545 – 1563), con l’iconografia cattolica, incentrata sull’agiografia e sulla figura della Vergine. La divisione tra mondo luterano e cattolico è netta ed evidente quando si visitano le chiese tedesche dove si affermò la religione protestante luterana e per chi è abituato a visitare chiese italiane l’impatto è molto forte. (continua)