Da San Nicola a Babbo Natale con i “vetri della manna”

Perché Babbo Natale, per portare i doni ai bambini, scende dal camino o entra dalla finestra durante la notte senza voler essere visto? E da dove viene la tradizione delle palle decorative? Sono usanze ormai consolidate in gran parte del mondo, che dalle antiche origini di una storia agiografica si sono via via trasformate e diffuse in modo capillare, diventando capisaldi dei festeggiamenti natalizi.

L’odierno Babbo Natale, nella sua forma contemporanea e popolare, è ben lontano dalla figura del santo che gli ha dato le origini, il sacerdote greco diventato San Nicola da Bari (270 d.C. – 337 d.C.), ma originario di Myra, allora provincia dell’Impero Romano d’Oriente (attuale Turchia).  Nel giorno di San Nicola, 6 dicembre, Galleria Baroni apre i battenti a una esposizione che narra una parte di questa storia divenuta leggendaria, con una rara collezione delle preziose bottiglie utilizzate per conservare la manna, il “miracoloso” liquido che sgorga dalla tomba del santo.

Dato che fin dalla sua sepoltura, nei pressi di Myra, dalla tomba di Nicola sgorgava la manna, essa divenne meta di pellegrinaggi, fin a quando, nel 1087, un gruppo di marinai partiti da Bari (sempre Impero d’Oriente) non trafugò il corpo per seppellirlo nella città pugliese. Nel luogo prescelto sorse la Basilica di San Nicola, venerato come co-protettore di Bari. Una decina di anni dopo i veneziani traslarono quello che i baresi avevano lasciato nella fretta del furto: una gran quantità di minuti frammenti ossei. Li portarono a Venezia, conservandoli nell’abbazia di San Nicolò del Lido e, come per i baresi, Nicola divenne protettore dei marinai, oltre che di molte corporazioni di Arti e Mestieri, fra cui quella dei vetrai muranesi e di Murano stessa. Ed ecco l’asse San Nicolò – San Nicola, Venezia – Bari, al centro di una produzione artistica che è quella esposta in galleria: una serie di bottiglie in vetro datate tra Sette e Ottocento, che venivano soffiate nelle botteghe muranesi per poi essere dipinte dagli artigiani baresi. E’ una fra le tante testimonianze di una storia straordinaria, che vede protagonista uno dei santi più amati e più venerati al mondo, perché non solo unisce molte confessioni cristiane (greco-ortodossa, russo-ortodossa, anglicana, cattolica), ma è anche quello che ha subito la più grande trasformazione, tanto da diventare Babbo Natale. E’ questa diffusione mondiale e questa stupefacente trasformazione che ne fanno il santo più popolare, che supera perfino i confini religiosi, diventando  il “santo di tutti”: Santa Claus nei Paesi anglosassoni e nordeuropei, Sankt Nikolaus nei Paesi di lingua tedesca,superando l’abolizione del culto dei santi da parte protestante, San Nicola in molte parti d’Italia, approdando a New York con l’immigrazione olandese, inizialmente come Sinterklaas.  E nel 1931 debutta nella pubblicità della Coca Cola, diventando il signore allegro e paffutello, in abito rosso (anziché verde) bordato e con capelli e barbone bianchi che elargisce doni ai bambini.  Un ritratto molto diverso dal severo vescovo di Myra che gli ha dato origine, uomo noto come fiera voce della fede cristiana in anni di persecuzioni, imprigionato per molto tempo finché, nel 313, Costantino non emanò l’Editto di Milano che autorizzava il culto. Fu anche strenue difensore dell’ortodossia, tanto che pare abbia preso a schiaffi Ario, fondatore dell’arianesimo, durante il Concilio di Nicea (325 d.C.). Fra il popolo divenne famoso per i tanti miracoli che gli venivano attribuiti, in particolare a difesa di poveri e bisognosi. Fra questi, ve ne sono due che in particolare spiegano il collegamento con il “carattere” di Babbo Natale, protettore dei bambini e dispensatore di doni. Il primo narra che Nicola, avendo saputo che un uomo caduto in miseria voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché prive di dote, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia messo in tre sacchetti e, di nascosto perché non voleva rivelarsi,  li abbia fatti calare o cadere nella casa durante la notte. In questo modo le tre fanciulle poterono avere la loro dote e sposarsi decorosamente, facendo di San Nicola anche il protettore delle “fanciulle ad marito”. I tre sacchetti con le monete si sono trasformati in tre palle attraverso l’interpretazione degli artisti che ritrassero San Nicola, diventando così il suo simbolo iconografico per eccellenza. L’altro miracolo racconta di come Nicola resuscitò tre bambini che erano stati uccisi e messi sotto sale da un crudele oste, che li serviva agli ignari avventori del suo locale. Questo miracolo è dipinto in diverse versioni anche sulle bottiglie esposte, assieme all’effigie del santo, a mezzo busto o a figura intera, con i suoi simboli iconografici, fra cui le tre palle. Ci sono poi i contenitori a forma di cuore, rivestiti di seta, oro e argento ricamati, prodotti in coppia poiché destinati come dono agli sposi. Nelle forme più antiche i contenitori per la manna erano piccole ampolle, fatte anche per essere appese alle cinture dei pellegrini, oltre che alle pareti di casa e così fu fino a tutto il Cinquecento e i primi del Seicento. Divennero caraffe tra Sei e Settecento, nome che indica sia la tradizionale forma panciuta con collo stretto, bocca larga e manico, sia le forme più comuni e diffuse di bottiglie. Le richieste della manna continuano per tutto l’Ottocento e i vetri per contenerla si producono bottiglie di ogni dimensione, sempre finemente decorate con pitture di artigiani e artisti per lo più meridionali. E’ tra questi due ultimi secoli – XVIII-XIX – che si colloca la collezione esposta, formata da 34 esemplari finemente decorati e completata da un dipinto sotto vetro del XVIII secolo, per rimanere in tema con il materiale protagonista della mostra, visibile fino alla fine di febbraio.  

 

Un cuore per la manna di San Nicola

Optimized-IMG_7990Il cuore, uno dei due simboli iconografici della mostra in preparazione, diventa anche la forma di una bottiglia particolare: quella destinata a raccogliere la “manna” di San Nicola (270 – 343), ossia il liquido che da sempre si forma nella tomba del santo. Alle moderne analisi chimiche, è risultata un’acqua quasi pura. I fedeli la considerano un miracolo, in quanto la ritengono un liquido taumaturgico che sgorgherebbe dalle ossa del santo (per alcune liturgie invece dai marmi della tomba).

La prima testimonianza sulla manna del santo risale al biografo di San Nicola, Michele Archimandrita, intorno al 710-720. Secondo l’agiografo, fin dalla sepoltura nella Basilica di Mira, dove san Nicola esercitò l’episcopato, iniziò a sgorgare dal corpo del santo un oleum con poteri taumaturgici, che il biografo chiama myron. Nel panorama agiografico mediterraneo l’essudazione di liquidi da reliquie di santi è piuttosto frequente, ma il liquido di San Nicola è fra i più famosi. Il liquido veniva raccolto in piccolissime quantità con una piuma e i pellegrini dei secoli V-VI se lo portavano via in piccoli contenitori ed ampolle (le cosiddette eulogie, di cui non se ne è conservata nemmeno una). Un successivo riferimento alla manna si legge nell’inno in onore di San Nicola scritto da Teodoro Studita nell’826. Il nome myron ritorna in testi poetici del secolo IX, in cui si gioca con l’allusione a Myra, la città di cui fu vescovo il santo. In Occidente il primo scrittore che ricorda la “manna” di san Nicola è Giovanni di Amalfi (950 circa), seguito da altri che puntualizzano i miracoli operati dal suo flusso e l’impatto del prodigio sulle folle di pellegrini. Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 furono poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. Con questa azione la popolazione di Bari voleva rilanciare la città che, dopo la conquista normanna, aveva perduto il ruolo di capitale dell’Italia bizantina. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico. Innanzitutto fecero irruzione nella basilica di Mira, impadronendosi del liquido estratto dal sepolcro e raccolto in un’ampolla di vetro. Da qui la versarono in otri, che dovrebbero rappresentare i più antichi esemplari delle “bottiglie della manna” baresi.

 Negli anni a venire i Baresi fecero incetta della manna, che custodivano in graziose “bottiglie” dipinte con l’immagine e scene della vita di san Nicola. Esse presentano una grande varietà e tipologia, fra cui, appunto, quelle a forma di cuore presenti nella mostra “Cuore e Vanitas” alla Galleria Baroni.

Il santuario di San Nicola da Bari è ancora uno dei più fiorenti della cristianità, non solo cattolica, ma anche ortodossa. Ricordiamo che quando Putin venne in Italia egli si recò in visita al santuario di San Nicola a Bari.