Il Profumo del pane, mostra faentina

Ho avuto l’occasione vedere la mostra Il “Profumo del pane”, che ho trovato davvero particolare per il suo tema: il pane è infatti nutrimento cardine della vita umana, simbolo del lavoro, della condivisione fraterna, della terra e dei suoi frutti, così come del rapporto che con essa instaurano gli esseri umani; simbolo anche di cultura contadina, di tradizioni e allo stesso tempo di spiritualità. La chiesa di Santa Maria dell’Angelo ospita le opere di tre giovani artisti: Ettore Frani, Matteo Lucca e Daniela Novello, tutti con esperienze internazionali. Si possono vedere sculture in pasta di pane, “pane” di marmo, fotografie che invitano a una riflessione e stimolano un dialogo fra umano e divino, sia dal punto di vista cattolico, sia dal punto di vista cristiano, sia dal punto di vista ebraico. E’ un tema che meriterebbe di essere sviluppato maggiormente, perché davvero interessante e unico, dalle diverse sfaccettature, come dimostrano i temi affrontati nel programma di conferenze. Personalmente sono molto contento che una volta conclusasi a Faenza l’esposizione approderà alla Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei di Milano.

Grazie all’organizzatore Giovanni Gardini per questa iniziativa, docente negli Istituti Superiori di Scienze religiose di Forlì e di Rimini, giornalista pubblicista.

La mostra rimane aperta fino al 21 ottobre 2018Chiesa di Santa Maria dell’Angelo, via Santa Maria dell’Angelo, Faenza.

 

Annunciazione, una narrazione “ad arte”

In occasione della mostra di Galleria Baroni dedicata all’Annunciazione, il 13 dicembre 2017 si è tenuta la conferenza  “Il sì di Maria. Iconografia dell’Annunciazione”. Ad aprire la serata il professor Sergio Baroni, che ha presentato i relatori: la giornalista Silvia Giacomoni, autrice della Nuova Bibbia Salani, la scrittrice Laura Bosio, autrice del romanzo Annunciazione, Luigi Codemo, direttore della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei sita in Villa Clerici, a Milano.

Con una carrellata di immagini delle opere esposte, il professor Baroni ha illustrato il percorso espositivo, che parte da oggetti antichi e dall’iconografia originale, come il citato piviale, un ovale in avorio a bassorilievo, due frammenti in pietra seicenteschi, due opere di primo Novecento – un bassorilievo di Francesco Wildt e due sculture di Francesco Nonni – per arrivare ad autori contemporanei promossi dalla Fondazione Crocevia: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini, Marcello Aversa.

La serata si è svolta come un viaggio nell’iconografia, nell’iconologia, nella narrazione di testi sacri fino alla letteratura e alla poesia moderne per sondare un tema che affascina gli artisti da secoli. Pubblichiam i singoli interventi dei tre relatori ospitati.

Intervento di Silvia Giacomoni

L’Annunciazione? Forse è l’invenzione di un narratore che chiamiamo Luca. Ha scritto la breve storia meravigliosa di un angelo che scende dal cielo per dire una cosa importante a una fanciulla. Saremo sempre grati a questo autore, perché ha saputo raccontare storie della vita di Gesù e dei suoi discepoli in modo tale da ispirare i pittori. C’è da domandarsi come mai la storia dell’Annunciazione abbia avuto tanto successo.” Così inizia il suo intervento Silvia Giacomoni, che ripercorre lo sviluppo di un tema – quello della nascita portentosa –  che dall’Antico Testamento giunge fino all’elaborazione del Vangelo secondo Luca. Prima di lui gli autori del Nuovo Testamento, abbagliati dalla Risurrezione, si erano concentrati su quella. San Paolo aveva concentrato tutte le sue energie nel spiegare come la resurrezione di Cristo cambiava la religione giudaica dei padri. Cronologicamente più vicino a Luca, nemmeno Marco si era interessato al concepimento di Cristo. Anch’egli apparteneva a una generazione turbata dalla Resurrezione, in difficoltà nel darne narrativamente ragione. E’ con Matteo e Luca che inizia l’interesse per l’infanzia di Gesù e si mette in scena una nascita particolare: dunque non si tratta di un uomo qualunque! Si arriva così all’Annunciazione in Luca:

Al sesto mese fu mandato l’angelo Gabriele da dio in una città della Galilea chiamata Nazaret a una vergine promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe della casa di Davide. Il nome della vergine era Maria. Entrando da lei disse “ti saluto piena di grazia il signore è con te”.

A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto e l’angelo le disse “non temere Maria perché hai trovato grazia presso dio. Ecco tu concepirai nel grembo e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù egli sarà grande e sarà chiamato figlio dell’altissimo

a lui il signore iddio darà il trono di Davide suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine disse, allora Maria all’angelo “come avverrà questo poiché io non conosco uomo”  e rispondendo l’angelo le disse “lo spirito santo scenderà sopra di te e la potenza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra e quello che nascerà da te santo sarà chiamato figlio di dio ed ecco Elisabetta tua parente anche lei ha concepito un figlio nella sua vecchiaia e questo è il sesto mese per lei ritenuta sterile, perché nessuna parola è impossibile a dio”

disse allora Maria “ecco la serva del signore, si faccia di me secondo la tua parola e si allontanò da lei l’angelo”.

(Luca 1: 26 – 38)

Questo breve racconto lo troviamo nel primo capitolo del vangelo di Luca che è costruito come un dittico: nella prima parte vediamo nascere miracolosamente Giovanni il Battista, nella seconda miracolosamente nasce Gesù. Le due nascite hanno una gran differenza:  la prima chiesta a Dio da due coniugi sterili, mentre il concepimento di Gesù è proposto da Dio stesso, con lo stupefacente assenso della giovane donna ebrea.

A questo punto Silvia Giacomoni pone la questione delle fonti cui Luca attinge per raccontare questa storia e sottolinea come il tema della nascita miracolosa fosse già presente nell’Antico Testamento. “Nulla è impossibile a Dio”, veniamo a sapere nel caso di Sara e Abramo, che generano all’età di 80 anni; nel caso della sterile Anna quando concepisce Samuele; nel caso della sterile moglie di Manoach quando concepisce Sansone.

Luca trova nelle scritture ebraiche molto materiale, lo riprende e vi aggiunge una fondamentale differenza: nel caso di Maria il bambino viene “donato” e lei, che non lo aveva chiesto, accoglie il dono. Altra differenza cruciale: nessuno dei bambini prodigiosi dell’Antico Testamento è risorto! A questa differenza Luca allude in un modo che può cogliere solo chi ha una certa pratica della Bibbia: Luca innesta nella sua narrazione un elemento tratto dal libro dell’Esodo, dove si racconta la migrazione del popolo d’Israele dall’Egitto alla “terra dove scorre latte e miele”. Nei 40 anni di migrazione gli ebrei costruiscono un tempio portatile, la “tenda dell’incontro”, un luogo dove si può pregare e dove infatti si reca Mosè quando parla con Dio, uscendone raggiante. E’ la tenda sulla quale sosta la nube, indice della presenza divina: quando la nube si alza dalla tenda i figli d’Israele hanno il segnale per partire. Nel racconto di Luca si legge: “la potenza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra” e se l’ombra è segno della presenza divina, allora possiamo vedere in Maria la nuova “tenda dell’incontro”, tra il divino e l’umano.

Intervento di Luigi Codemo

Angelo Biancini, Annunciazione

Gian Piero Restellini, Annunciazione

Ricche di simboli le due opere scelte da Luigi Codemo per indagare l’iconografia dell’Annunciazione: l’opera in ceramica policroma alta 3 metri e larga 20 di Angelo Biancini (1911 – 1988)  e il piccolo dipinto (cm 28×43) di Gian Piero Restellini (1895 – 1978), del 1954. Presentano entrambe un’anomalia rispetto alla tradizione e spingono a trovare un nuovo paradigma interpretativo. Nell’opera di Biancini la Vergine è seduta su un edificio – una casa o una chiesa – che riprende il modello iconografico tradizionale della Madonna di Loreto, il cui santuario contiene la casa di Nazaret, la quale, secondo la leggenda, fu trasportata a Loreto dagli angeli e incapsulata all’interno della chiesa. L’anomalia di questa Annunciazione è la presenza dei due angeli, ai lati di Maria, mentre solitamente vi è un unico angelo annunciante. Maria sta ascoltando l’angelo alla sua destra, portando la mano all’orecchio: egli è simbolo della parola presente, l’Antico Testamento. Dall’alto, alla sinistra della ragazza, irrompe il secondo angelo: è la parola che porta la novità, in attesa del fiat che permetterà la nuova alleanza. Biancini rappresenta così il dialogo tra antico e nuovo. La disponibilità di Maria, sottolineata dal suo gesto di portare la mano all’orecchio, permette il dialogo tra Antico e Nuovo Testamento: Maria è la prima fedele, è la prima che ha detto sì all’annuncio di Cristo. C’è un’altra situazione in cui vediamo due angeli che convergono su una figura centrale: sono gli angeli ai lati dell’arca che conteneva le tavole con le leggi consegnate a Mosè. L’arca con le tavole della legge veniva custodita nella tenda dell’incontro: Maria è una nuova arca dell’alleanza, in cui la parola, non più scritta nella pietra, si è fatta carne. Maria diviene luogo dell’incontro tra divino e umano, depositaria del nuovo patto tra Dio e l’uomo. Nell’angolo in basso a destra, in posizione marginale di questa grande composizione di Biancini, c’è un ariete. L’animale evoca la vittima sacrificata da Abramo al posto di Isacco dopo l’intervento dell’angelo. In quest’opera diventa prefigurazione del sacrificio di Cristo, iscritto già nel grembo di Maria. Essendo molto a margine dal punto di vista compositivo, richiama la figura del sacrificato, per cui la pietra scartata dai costruttori diventa testata d’angolo, nuovo fondamento che permette la coesione della costruzione. Anomala è anche l’Annunciazione di Gian Piero Restellini: benché sembri molto tradizionale per la cornice classica e la composizione degli spazi – l’edicola sulla destra e lo spazio aperto sulla sinistra – propone un capovolgimento nella raffigurazione dei personaggi. Maria si trova a sinistra, in una posizione che di solito appartiene all’angelo, che invece è posto sulla destra, all’interno dell’edicola, con una mano al petto quasi fosse un’annunciata. La colomba procede verso l’angelo, come se fosse Maria a dare l’annuncio. In questo modo Restellini pone l’accento sul “sì” di Maria, sulla novità che ella porta. Siamo nel momento successivo all’annuncio dell’angelo, quello descritto nell’omelia di San Bernardo di Chiaravalle, quando tutto il cosmo è in silenzio, in attesa di quel sì che può cambiare la storia: “Tutto il mondo è in attesa… Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore… dì la tua parola umana e concepisci la parola divina.” In questa prospettiva si comprende l’impostazione anomala del dipinto, per cui l’angelo è in ascolto del “sì”. La colomba sta tornando verso di lui: l’incarnazione è avvenuta. Sullo sfondo, un cipresso anticipa la morte di Cristo, prefigurando allo stesso tempo la Risurrezione in quanto pianta sempreverde. La colonna dell’edicola, simbolo di Cristo che unisce la terra al cielo, funge anche da elemento divisorio tra le due figure e denota un’esigenza di marcare la separazione tra l’angelo e Maria che accomuna tutte le Annunciazioni, dove c’è sempre uno spazio vuoto, una cesura, una pausa, un elemento che separa l’angelo da Maria. Nelle chiese le due figure sono addirittura separate dall’arco trionfale, con la Madonna a destra, l’angelo a sinistra. E’ un’impostazione completamente diversa dalle manifestazioni del divino in ambito pagano, in cui l’incontro con l’uomo avviene attraverso l’inganno, il rapimento, la violenza, l’omicidio, in ogni caso una sopraffazione. Codemo porta come esempio l’affresco di scuola tiepolesca che decora il soffitto dell’atrio di Villa Clerici, sede della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei: il Ratto di Ganimede. Zeus, innamoratosi di Ganimede, principe troiano, sotto forma di aquila lo rapisce. Nell’affresco sono ben evidenti gli artigli che afferrano la caviglia del giovane. Si tratta di un mondo che conosce la manifestazione del divino attraverso la violenza, al contrario dell’esigenza iconografica che fa emergere uno spazio della parola del simbolico e quindi di una libertà. L’angelo annuncia un volere divino, ma attende l’assenso di Maria.

Intervento di Laura Bosio

Beato Angelico, Annunciazione San Giovanni Valdarno

Chiude la serata Laura Bosio, soffermandosi sull’Annunciazione del Beato Angelico in San Giovanni Valdarno, una rappresentazione differente da molte altre Annunciazioni, anche dello stesso Angelico. L’angelo Gabriele e Maria sono sullo stesso piano, quasi speculari, mentre si chinano l’uno verso l’altra, con un gesto simile. Simili sono i modi, così come l’incarnato d’avorio, quasi rosato, a creare una sorta di complicità tra i due.

Non perché un angelo entrò (sappilo),

ebbe paura. Come altri, quando

un raggio di sole o la luna di notte

va esplorando la stanza,

non sobbalzano – lei non si stupiva

delle spoglie in cui andava un angelo;

(…)

Non perché entrò, ma perché curvò,

l’angelo, un volto da giovinetto

su di lei, così vicino, che il suo sguardo e quello

che lei alzò a sua volta si scontrarono

come se tutto a un tratto fosse vuoto

intorno a loro, e il guardare e il fare

di milioni penetrato in loro: soltanto lei e lui;

guardare e guardato, occhio e delizia dell’occhio

se non qui in nessun luogo: vedi,

questo fa paura. Ed ebbero entrambi paura.

Poi l’angelo cantò la melodia.

(Rainer Maria Rilke, L’Annunciazione di Maria)

Questi versi di Rilke racchiudono il tema della paura, che ha spinto Laura Bosio, colpita dallo spavento di Maria in un dipinto di Veronese all’Accademia di Venezia, a cercare Annunciazioni per decenni, una ricerca mai conclusa. Nelle raffigurazioni lo spavento di Maria si alterna al suo assenso: “L’Annunciazione è e rimane un mistero. Ma la costruzione letteraria e simbolica spinge ad andare oltre quello che appare e a interrogarsi sui simboli, che del resto non sono mai donatori di senso bensì inviti a porsi domande”. Una particolarità dell’Annunciazione del Beato Angelico in San Giovanni Valdarno è, come accennato, quella di mettere Gabriele e Maria sullo stesso piano. Essi si guardano, come nella poesia di Rilke, ed è come se ci fosse complicità tra loro. Vi si può leggere l’indicazione di un amore nuovo, un amore che sia scambio e non possesso, in cui il figlio può nascere solo dopo il sì della madre e la salvezza è possibile soltanto grazie alla sua parola; una parola amorosa e che in qualche modo sovverte, rivoluziona, capovolge, come dice il Magnificat. Attraverso l’angelo e Maria, al loro dialogo d’amore, si crea un’alleanza tra eterno e secolare, divino e umano, uomo e donnaQuesta Annunciazione, che ora si trova al Museo della Basilica di Maria Santissima delle Grazie, appunto in San Giovanni Valdarno, ha avuto vita avventurosa. Non ci sono documenti che attestino la sua collocazione originaria e la prima documentazione che la riguarda cita la sua presenza, nel XVII secolo, nel vicino convento di San Francesco in Montecarlo. A quell’epoca aveva già subito trasformazioni drastiche: era stata tagliata ai due lati per essere inserita in una nuova cornice barocca ed era stata inoltre alterata da ridipinture. Agli inizi del Novecento è stata restituita al suo aspetto iniziale e nuovamente incorniciata “all’antica”, anche se in una diversa modalità, poggiante su una predella dove si raccontano le storie della Vergine: lo Sposalizio, la Visitazione di Maria a Elisabetta, la Donazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al tempio e poi la Morte di Maria, che di fatto viene chiamata Dormizione, sottolineando un passaggio e non una immobilità. L’attribuzione stessa al Beato Angelico è stata incerta a lungo, anche in tempi recenti, ma infine confermata dai lavori di restauroAltra particolarità è il tondo in cima con il ritratto a mezzo busto di un uomo vecchio, che secondo un’iconografia tradizionale rappresenta il profeta Isaia, presente per una sua frase interpretata come profezia della nascita di Gesù. Egli si sporge a guardare la scena, come se osservasse da un palco il compimento di quella profezia. C’è un altro dettaglio degno di attenzione: Maria sulle ginocchia ha un libro aperto e lei stessa nella simbologia infinita che la riguarda è stata letta come un libro aperto da interpretare. Altra singolare caratteristica è l’informalità del pavimento: un tappeto fiorito dove però i fiori non sono riconoscibili, sono macchie di colore, ed è come se le due figure stessero sospese su questo pavimento solo accennato, che sembra alludere alla dispersione delle vite umane, in contrasto col nitore dell’angelo e di Maria. Intorno a loro è tutto buio, più che nelle altre Annunciazioni: la parete di fondo è nera e ha una finestra sbarrata, nero è il giardino di fianco all’angelo e nera la piccola porta da cui in alto escono Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso. In contrasto con il mondo nero che li circonda ci sono i colori luminosi, dorati, rossi, rosati, blu, di queste due figure e del pavimento. Mentre tutto attorno è buio, Gabriele e Maria con i loro colori si porgono alla scena offrendosi nello scambio di parole che generano vita. Da rilevare anche la colomba, che qui non segue le tradizionali traiettorie, abbastanza meccaniche e precise, che vanno al grembo o all’orecchio della Vergine. Pensando alle parole di Luca “la potenza dell’altissimo ti farà ombra” viene in mente una favola della tradizione africana in cui si legge: “non ci sono pericoli perché di notte tutte le ombre si posano nell’ombra del grande dio e questo le irrobustisce”. Ritorna l’idea dell’ombra che avvolge e protegge, del buio della notte in cui qualcosa di importante accade, qualcosa si rivela.

Quando passerà questa notte interna, l’universo,

e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?

Quando mi desterò dall’essere desto?

Non so. Il sole brilla alto:

impossibile guardarlo.

Le stelle ammiccano fredde;

impossibile contarle.

Il cuore batte estraneo:

impossibile ascoltarlo.

Quando finirà questo dramma senza teatro,

o questo teatro senza dramma,

e potrò tornare a casa?

Dove? Come? Quando?

Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in

fondo?

Sì, sì, è lui!

Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;

e allora sarà giorno.

Sorridi nel sonno, anima mia!

Sorridi anima mia: sarà giorno!

(Fernando Pessoa – Alvaro de Campos, Magnificat)

I video con gli interventi completi della conferenza:

 

 

Mostra: Iconografia dell’Annunciazione

E’ aperta fino alla fine di marzo in Galleria Baroni una originale mostra dedicata al tema dell’Annunciazione che raccoglie opere, frammenti decorativi e oggetti d’uso che vanno dal Medioevo ai giorni nostri. Di epoca medievale sono la fibbia da piviale in bronzo dorato del XIII secolo e un frammento ligneo dipinto con l’angelo annunciante dello stesso secolo. Si passa poi a un’Annunciazione a rilievo in legno di quercia di provenienza fiamminga, un frammento decorativo collocabile tra il XV e il XVI secolo, per arrivare al Cinquecento con piccole sculture lignee che rappresentano l’Annunciata.  Particolare è l’iconografia dell’ovale settecentesco (cm 11,5 x 8,5) in avorio inciso che raffigura la Vergine già in trono, con la sedia vuota posta fra lei e l’angelo, il quale al posto del giglio tiene in mano la palma, simbolo del futuro martirio di Gesù. Alcune parti, come il viso della Vergine, sono consunte, segno che si trattava di un oggetto da preghiera. Sempre settecentesco il bassorilievo in terracotta (h cm 47 x larghezza cm 53), un frammento di area emiliano-romagnola, che ritrae Maria sull’inginocchiatoio che si volta verso l’Angelo Annunciante. Si passa poi ai primi del Novecento con un’opera scultorea formata da una coppia di figure – Madonna e Angelo – in ceramica (h cm 35) di Francesco Nonni (Faenza 1885 – 1976), artista poliedrico che fu intagliatore su legno, xilografo, incisore su avorio, pittore, plasticatore e con un bassorilievo in terracotta (h cm 36) di Francesco Wildt (Milano 1868 – 1931).

Completa l’esposizione una selezione di opere di artisti contemporanei a cura della Fondazione CroceviaDaniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini.

L’ingresso è lilbero. Gli orari della galleria sono: da martedì a sabato, dalle 15.30 alle 19.30.

An original exhibition dedicated to the theme of the Annunciation, which collects works, decorative fragments and objects from the Middle Ages to the present day, is open until the end of March in Galleria Baroni. From the Middle Ages are the bronze gilt buckle of the thirteenth century and a wooden fragment painted with the announcing angel of the same century. Then we move on to an embossed Annunciation in oak wood of Flemish origin, a decorative fragment that can be placed between the fifteenth and sixteenth centuries, to arrive at the sixteenth century with small wooden sculptures representing the Annunciata. Particular is the iconography of the 18th-century oval (11.5 x 8.5 cm) in engraved ivory depicting the Virgin already enthroned, with the empty chair placed between her and the angel, who in place of the lily keeps in hand the palm, symbol of the future martyrdom of Jesus. Some parts, like the face of the Virgin, are worn, a sign that it was a prayer object. The terracotta bas-relief (h 47 cm x width 53 cm), a fragment of the Emilia-Romagna area, depicts Maria on the kneeling-head facing the Angel Announcer. The exhibition goes to the early twentieth century with a sculptural work formed by a pair of figures – Madonna and Angel – in ceramic (h 35 cm) by Francesco Nonni (Faenza 1885 – 1976), multifaceted artist who was wood carver, xylograph, engraver on ivory, painter, plasticator and with a terracotta bas-relief (h cm 36) by Francesco Wildt (Milan 1868 – 1931).

The exhibition is completed by a selection of works by contemporary artists organized by the Crocevia Foundation: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano and Omar Galliani, Max Mandel and Michele Ranzini.

The entrance is free. The gallery hours are: from Tuesday to Saturday, from 3.30 to 7.30 pm.

 

“Il volto e la maschera” nell’Italia del Novecento

La nuova mostra allestita alla Galleria Baroni di Milano indaga il difficile e intrigante rapporto tra le identità svelate o rivelate e quelle più sfumate o nascoste attraverso sculture, dipinti e disegni del Novecento italiano.

2014_05_06_andrea_satta_0314_001Milano, 27 maggio 2014 – Una panoramica di sculture e dipinti che indagano “Il volto e la maschera” nell’Italia del ‘900. E’ il titolo della mostra che sarà inaugurata alla Galleria Baroni di Milano mercoledì 11 giugno e che rimarrà aperta fino alla fine di settembre.

Agli inizi del ‘900, in seguito agli studi sulla psiche e alla nascita della psicoanalisi, molti artisti si interessano alla personalità umana nel rapporto tra la persona, con tutto il suo bagaglio inconscio, e il personaggio, quello manifesto e conforme ai dettami sociali. Tante possibili identità e interpretazioni che la mostra esplora attraverso una carrellata di busti e di volti di diversi autori novecenteschi, da Francesco Wildt (1896-1931) ad Arrigo Minerbi (1881- 1960), da Pietro Melandri (1885-1976) ad Angelo Biancini (1911-1988), da Libero Andreotti (1875-1933) a Enrico Mazzolani (1876-1968) e molti altri, fino ai contemporanei Bertozzi e Casoni, con i due mascheroni realizzati per l’esposizione “Abitare il tempo” di Verona nel 1998. Una quarantina le opere esposte, in materiali vari – terracotta, bronzo, ceramica, gesso, marmo – fra volti reali, storici o di fantasia, volti-maschere, caricature, mascheroni teatrali.

Accanto alle sculture, sono stati selezionati singolari dipinti e disegni, come le Maschere di Augusto Magli (1890-1962) o le ambigue donne-maschere di Giulio Ruffini (1921-2011); mentre come una boiserie, fa da sfondo alla sala principale la grande pittura “Baccanale”, lunga 7 metri e alta 1,72, realizzata da Charlotte H. Monginot (1872-?) nel 1924. Benché opera straniera, è italiana di adozione, perché appartenuta a Gianni Versace, che l’aveva acquistata per Villa Fontanelle di Moltrasio (Co).

Due le opere inedite presenti in mostra: la prima è La Malinconia, volto in ceramica smaltata del 1932 realizzata dal faentino Pietro Melandri, che dopo essere stata pubblicata sulla rivista “Domus” del maggio 1933 scomparve fino a pochi anni fa, quando fu ritrovata quasi per caso. Così la descrive il critico Emanuele Gaudenzi: “Possiamo annoverare l’opera fra le creazioni originali di Melandri, al pari della Maschera del Vento, della Testa di Medusa e di altre opere riferibili allo stesso periodo.” L’altro inedito è il giocoso autoritratto di Bruno Munari, Maschera a forma di farfalla, che l’artista donò al professor Sergio Baroni nel 1983 in segno di amicizia.

Fra le opere esposte, assieme alle opere del Professor Sergio Baroni vi sono esemplari provenienti dalle gallerie milanesi Diego Gomiero e Daniela Balzaretti.

Il volto e la maschera”, 11 giugno – 30 settembre, Antichità Baroni, via Madonnina 17, Milano.

Orari: da martedì a sabato 15.00-19.30 (chiusura estiva da metà luglio a metà settembre),

Inaugurazione: mercoledì 11 giugno 2014, ore 18.30

Contatti per la stampa: Livia Negri, 392.2793815, antichitabaroni@gmail.com

 

Sulle tracce delle confraternite: oltre 60 elemosinieri in mostra a Castel Bolognese

Contenitori dalle forme più varie, gli elemosinieri sono fra le rare testimonianze delle confraternite, per le quali furono strumenti fondamentali. Oltre a essere oggi esemplari di un lavoro artistico a più mani di sorprendente creatività. 

50Milano, 25 Gennaio 2014 – Sabato 1 febbraio 2014 apre a Castel Bolognese la mostra “Elemosinieri e urne da votazione”, con oltre 60 esemplari dalla collezione Sergio Baroni, ospitata nella sede centrale della Banca di Credito Cooperativo della Romagna Occidentale per festeggiare i 110 anni della sua attività. All’Istituto di Credito si è affiancata la Confraternita della Madonna della Misericordia, che ha colto l’occasione per celebrare i 20 anni dalla sua ultima riapertura, dopo un lungo periodo di inattività. Anche Castel Bolognese, come gli altri Comuni italiani, ha visto la nascita delle confraternite sul suo territorio: una forma di associazionismo impegnato in attività di assistenza, carità, beneficienza, catechesi. Si tratta di un fenomeno che, nato agli albori del cristianesimo, fiorì in età comunale per il nuovo impulso vissuto dai centri urbani a partire dal XII secolo. Di natura “secolare”, le confraternitas erano associazioni pubbliche di cittadini che seguivano ed esercitavano le virtù cristiane, affiancandosi ai vari ordini religiosi secolari e regolari: cavallereschi, monastici e conventuali. Le numerose e impegnative attività di assistenza, carità, riscatto, beneficienza verso infermi, poveri, carcerati, moribondi, prigionieri di guerra, così come la costruzione e la gestione di edifici religiosi e ospedali richiedevano la raccolta di ingenti somme di denaro, che le confraternite raccoglievano tramite lasciti, offerte e donazioni. E’ in questo contesto che entrano in gioco gli elemosinieri, strumenti fondamentali per la vita associativa e di cui la mostra offre una rara testimonianza, con circa 60 esemplari dal XVI al XX secolo. Sono costituiti per lo più da contenitori nelle forme più varie, ma si presentano anche come sacchetti sorretti da strutture in ferro o in legno o addirittura come statuette; generalmente in legno, metallo, stoffa, presentano sobrie decorazioni incise, a rilievo, dipinte, laccate. Un altro documento è l’urna da votazione, di cui la mostra offre alcuni esemplari. Anch’essa è una preziosa testimonianza di parte della vita operativa delle confraternite, in quanto simbolo di una primitiva democrazia partecipativa: dopo aver discusso collettivamente nella sede preposta all’assemblea, si procedeva alla votazione – SI/NO o bianco/nero – e si concludeva con la raccolta dei fondi per le azioni deliberate. Anche le urne presentano forme, colori e decori diversi, come gli elemosinieri. E’ facilmente intuibile a questo punto comprendere la differenza tra un elemosiniere da confraternita e uno da chiesa. Il primo è molto più piccolo, maneggevole e, come detto, decorato nei modi più vari: colorato con laccature, dorato a foglia oro, intagliato o inciso ecc. Quello da chiesa è per ovvie ragioni molto più solido e voluminoso, simile a un forziere, anche per poter resistere a eventuali tentativi di scasso o furto (in mostra ve ne sono due modelli, immediatamente riconoscibili). Gli esemplari da chiesa non presentano quindi il virtuosismo e l’eleganza di quelli da confraternita, a volte anche spiritosi, come l’oggetto esposto a forma di chierico che ringrazia. Tante dunque le versioni, tutte risultato di un lavoro artistico a più mani: c’era chi disegnava il modello, chi intagliava, chi dorava, chi eseguiva le lacche, chi cesellava… L’importanza degli elemosinieri e delle urne da votazione sta dunque nell’essere una delle rare documentazioni delle confraternite, che ci permettono di percorrere la storia di un importante fenomeno legato all’etica cristiano-cattolica. Ai giorni nostri, in un mondo ormai secolarizzato, si è persa la memoria collettiva delle confraternite; benché ancora esistenti all’interno del mondo cattolico, esse non hanno più la stessa operatività dei secoli passati. Come ultime espressioni di questo mondo legato alla storia, possiamo ricordare la loro partecipazione alle processioni, peraltro anche queste ormai inconsuete. Una delle immagini che forse rimane nella memoria, sono i confratelli che partecipano alla processione con caratteristiche mantelle e cappe e il distintivo con il simbolo della confraternita.

Elemosinieri e urne da votazione”, 1 febbraio – 10 marzo, sede centrale della Banca di Credito Cooperativo della Romagna Occidentale, Castel Bolognese (Ra).

Orari: ven 10-12, sab e dom 10-12 e 15-19; per info: 0546-50244, 340-4941710.

Contatti stampa: Livia Negri, livianegri13@gmail.com, 392.2793815