Un’opera di Sergio Baroni alla mostra 100%Italia

Dall’inizio del Novecento ai giorni nostri per 100 anni di capolavori italiani: è il percorso espositivo realizzato della mostra 100%Italia, che si snoda tra Biella, Vercelli e Torino, in più sedi espositive, dal 21 settembre 2018 al 10 febbraio 2019.

Obiettivo: mettere in evidenza il ruolo dell’arte italiana a livello europeo e mondiale in questo lungo periodo attraverso le forti personalità, le scuole e i movimenti che lo hanno caratterizzato, avvicinando il grande pubblico a un’epoca temporalmente e culturalmente ancora molto vicina e per questo anche difficile da interpretare.

Presenti nell’esposizione tutti gli artisti che rappresentano i capisaldi della cultura internazionale, per un viaggio lungo un secolo, al quale hanno collaborato l’Associazione Nazionale delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, dell’Associazione Fondazioni e Casse di Risparmio Spa e di Galleria d’Italia di Intesa Sanpaolo, rintracciando opere importanti, molte delle quali appartenenti a collezioni private e quindi poco accessibili al pubblico, oltre a opere ancora non esposte, fra cui Miss Miller prestata alla mostra da Sergio Baroni, opera del romagnolo Domenico Rambelli (1886-1972), che è stata gelosamente custodita dall’artisa e quindi mai resa pubblica.

Partendo da prima del 1915, con i Futuristi in tumulto per staccarsi dal passato e l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, la mostra si conclude nel primo decennio del nuovo millennio, in cui una nuova forza distruttrice prorompe, toccando simboli della cultura e della storia: le statue dei Buddha di Bamijan, i reperti archeologici di Mosul, il sito di Palmira. Senza entrare nel merito delle guerre, la mostra comunque le attraversa dando un resoconto della creatività italiana e dei collegamenti con i movimenti internazionali.

Sono 17 le sezioni della mostra: due sono dedicate al Futurismo – Futurismo e Secondo Futurismo – a partire dal Manifesto pubblicato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti, origine del rinnovamento che comprese pittura, scultura, musica, letteratura, teatro, architettura e fotografia, anche attraverso gli scambi internazionali con gli altri movimenti di avanguardia (cubismo, dadaismo, surrealismo) passando per il Primo Congresso Futurista del 1924 tenutosi a Milano, fino alle grandi rassegne dei primi anni Trenta. Queste due sezioni sono visitabili a Biella; la terza, a Vercelli assieme alle due successive, è dedicata alla Metafisica, corrente pittorica che nasce nel 1910 a Firenze con l’opera “L’enigma di un pomeriggio d’autunno” di Giorgio de Chirico, coinvolgendo Carlo Carrà, Giorgio Morandi, Giorgio de Pisis, per una ricerca condivisa che fonda una linea importante a livello europeo; quarta sezione è quella del Realismo Magico, espressione coniata da Massimo Bontempelli nel 1927 per identificare l’arte postfuturista e postmetafisica, caratterizzata da un disegno nitido di una quotidianità familiare e straniante al tempo stesso, vagamente ispirato al Quattrocento di maestri come Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca; la quinta sezione è Novecento, movimento nato attorno alla figura di Margherita Sarfatti tra il 1920 e il 1922, che vede un rinnovato legame con il passato, il primato del disegno con interesse al mestiere e alla figura in una solida volumetria, come si vede in Funi o Sironi, espandendosi per tutto il decennio, fino a quando non sarà soppiantato dalle nuove forze emergenti dalla Quadriennale di Roma, la cui prima edizione è del 1931; attorno alla rivista “Corrente”, fondata a Milano nel 1938 da Ernesto Treccani, nasce l’omonimo movimento, che raccoglie i giovani Birolli, Guttuso, Sassu, Migneco, Valenti, Cassinari, Morlotti, Vedova e, in posizione più autonoma, Manzù, Tomea, Broggini, Mucchi che, senza formare un gruppo, sono collegati da un espressionismo prima lirico che si fa sempre più realistico; settima sezione è dedicata all’area dell’Informale, in cui il valore espressivo del segno e della materia delinea una tensione esistenziale e la ricerca delle radici originarie della forma. Non si tratta di uno stile, ma di una visione aperta alla sperimentazione continua, alla trasformazione della forma senza valori stabili; con la sezione dedicata alla Pittura Analitica si arriva agli Anni 70, momento di critica alla pittura stessa, considerata troppo tradizionale, che vede un gruppo di artisti impegnato a valorizzare questa espressione d’arte: la decima sezione vede protagonista la Pop Art, fenomeno che risponde a una società in veloce trasformazione dovuta al consumismo e ai mass media, interrogandosi sul problema della riproducibilità dell’arte nell’epoca industriale. Non è un fenomeno italiano – nasce a Londra nel 1956 – ma in Italia trova espressioni affini; siamo negli Anni 60 con la sezione dedicata all’Optical Art, in opposizione all’indagine esistenziale e individualistica dell’Informale, questa corrente eterogenea mira a coniugare prassi artistica e psicologia della forma, indirizzandosi all’oggettività del vedere, alla misurabilità estetica, sulla linea del pensiero di Max Bense e Umberto Eco; esperienze artistiche anche molto diverse fra loro vanno sotto il nome di Minimalismo, in cui il denominatore comune è l’intento di sperimentare i confini fisici e ideali del linguaggio tradizionale della pittura e della scultura; la tredicesima sezione è intitolata all’Arte Povera, movimento italiano nato a Torino dopo la metà degli Anni 60 come reazione alla pop art e diffusosi anche a Milano, Genova, Roma. L’apporto innovativo sta in una ricerca linguistico-formale che sonda le possibilità di presentare la realtà materiale attraverso elementi fisici primari, semplici, legati a un’idea essenziale, ma sostanziale del rapporto tra l’uomo e la realtà: carbone, acciaio, piombo, vetro, ferro, specchio, ma anche mondo vegetale e animale; negli stessi anni nasce l’Arte Concettuale, che ha per oggetto il linguaggio, soprattutto quello della parola e della visione, sperimentando i limiti cui può giungere il concetto di arte. Ne sono portavoce artisti come Giulio Paolini, Emilio Isgrò, Alighiero Boetti, Vincenzo Agnetti; la quindicesima sezione è dedicata alla Transavanguardia, in piena epoca postmoderna (dalla fine degli Anni 70), in cui il prefisso “trans” indica la necessità di un attraversamento orizzontale tra alto e basso, serio e faceto, contemporaneità e tradizione. E’ stato il principale fenomeno nella pittura e l’ultimo gruppo di artisti che, dopo i futuristi e i rappresentanti dell’arte povera, sia riuscito a imporsi all’estero. Decreta la fine dell’avanguardia, recuperando il passato, il primitivismo, la manualità, il valore artigianale; penultima sezione della mostra è quella della “Nuova Figurazione”, suddivisa in tre linee: La Nuova Scuola Romana, con a capo Roma che si impone nel mondo dell’arte nazionale e internazionale, i Citazionisti e Anacronisti, gruppo di pittori romani di grande competenza tecnica che si divertono con visioni atemporali e disorientanti, Geografie dell’immagine, che partendo da Roma si sviluppa in tutta Italia, con specificità territoriali diverse, connotandosi per il ritorno alla pittura, all’immagine e anche alla scultura; ultima sezione è quella dell’Internazionalità, con gli Anni 90, in cui il sistema dell’arte italiano inizia a organizzarsi per raggiungere standard da tempo in essere in altri Paesi e così nascono nuove gallerie, musei pubblici, fondazioni private che promuovono gli artisti italiani all’estero, compresi giovani talenti.

Curatori della mostra un gruppo di critici e storici dell’arte italiani, docenti in istituti universitari: Luca Beatrice, docente di storia dell’arte all’Accademia Albertina e allo IAAD di Torino, Lorenzo Canova, professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università degli Studi del Molise, Claudio Cerritelli, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera, Marco Meneguzzo, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e Museologia e gestione dei sistemi  espositivi al biennio specialistico della stessa Accademia, Elena Pontiggia, storica dell’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Brera e alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, Luigi Sansone, critico d’arte e curatore di mostre d’arte moderna e contemporanea, Giorgio Verzotti, professore alla nuova Accademia d’Arte e all’Università Cattolica di Milano.

Sedi della mostra:

Biella

Palazzo Grimo Losa: “Futurismo”

Museo del Territorio: “Secondo Futurismo”

Vercelli

Arca: “Metafisica”, “Realismo Magico”, “Neometafisica”

Torino

Museo Ettore Fico: “Novecento”, “Corrente”, “Astrazione”, “Informale”

MEF Outside: “Pop Art”

Mastio della Cittadella “Optical”, “Minimalismo”, “Arte Povera”, “Concettuale”

Palazzo Barolo: “Transavanguardia”, “Nuova Figurazione”, “Internazionalità”

La ricchezza culturale della Romagna e i suoi artisti

Intervista di Giovanni Zaccherini al professor Sergio Baroni sulla mostra “Arte dal vero – Aspetti e figurazione in Romagna dal 1900 a oggi” tenutasi a Imola dal 7 novembre 2014 all’8 marzo 2015. Con 180 oper di 93 personalità del territorio di Romagna, si è posta l’obiettivo di sfatare il luogo comune di un’arte provinciale. al professor Baroni, in qualità di eseprto d’arte oltre che romagnolo di origine e di cultura, è stato chiesto di approfondire alcni temi della mostra: Wall Street International

Intervista di Giovanni Zaccherini al professor Sergio Baroni

Photogallery inaugurazione mostra “Il volto e la maschera”, 11 giugno 2014

La serata di inaugurazione della mostra “Il volto e la maschera” si è svolta l’11 giugno 2014. La mostra, tenutasi alla Galleria Baroni fino al 30 settembre 2014, ha indagato il difficile e intrigante rapporto tra le identità svelate o rivelate e quelle più sfumate o nascoste attraverso sculture, dipinti e disegni del Novecento italiano. (Foto Andrea Satta)

 

 

“Il volto e la maschera”. Sculture e dipinti del 900 italiano in mostra alla Galleria Baroni

2014_05_06_andrea_satta_0314_001In seguito agli studi sulla psiche e alla nascita della psicanalisi, agli inizi del ‘900 gli artisti si interessano alla personalità umana nelle molteplici sfaccettature: la persona e il personaggio, il conscio e l’inconscio, il volto e la maschera.. in un “gioco delle parti” che non può che portare a una verità parziale, perché ognuno di noi è “uno nessuno centomila” e “così è se vi pare”. I titoli delle opere pirandelliane appartengono ormai alla memoria collettiva del Novecento e scavalcano la letteratura, rappresentando un leitmotiv che attraversa tutta l’arte dell’epoca moderna.

La maschera allude alla simulazione, voluta o dovuta, ma fin dall’antichità è anche la maschera dell’attore. Il volto? Talvolta maschera, come nel ritratto ufficiale, istituzionale, pubblico, alla quale si contrappone il volto più intimo, svelato, persino rubato. Prospettive diverse che mi hanno stimolato a comporre una mostra dedicata a questo tema, indagato attraverso opere scultoree e pittoriche del Novecento italiano. Una carrellata di personaggi reali e di fantasia, tra busti, volti, ritratti, interpretati non da critici d’arte, bensì da psicoanalisti di diverse scuole.

Dialogano i busti in bronzo di ispirazione classica opera di Angelo Biancini (1911-1988), con i due volti di San Francesco di tempra wildtiana, volti realistici a cui fanno da controcanto i mascheroni da teatro greco del torinese Giovanni Battista Alloati (1878-1964) e i due enormi mascheroni di Bertozzi e Casoni del 1998, realizzati per l’Esposizione “Abitare il Tempo” di Verona. Maschera è anche La Malinconia, volto in ceramica smaltata del 1932 a opera del ceramista faentino Pietro Melandri (1885-1976) che, dopo essere apparsa sulla rivista “Domus” nel maggio 1933, scomparve fino a pochi anni fa, quando fu ritrovata quasi per caso. Un’opera che il critico Emanuele Gaudenzi considera “fra le creazioni originali di Melandri, al pari della Maschera del Vento, della Testa di Medusa e di altre opere riferibili allo stesso periodo.”

melandri mazzolani beethoven2014_05_06_andrea_satta_0101Maschera può considerarsi anche il volto corrucciato e intenso di Beethoven in maiolica smaltata di Pietro Melandri ed Enrico Mazzolani (1876-1968) e alle maschere, quelle del teatro, allude la neoclassica Talìa, statua in marmo bianco di Ercole Drei (1886-1973), salvata anch’essa casualmente come La Malinconia, quando fu ritrovata sotto il porticato di una villetta milanese qualche anno fa.  Di Drei sono anche il busto in terracotta di una giovane e bellissima Wally Toscanini e una canefora in ceramica craquelée e altro bel volto femminile è quello in cera rossa di Libero Andreotti (1875-1933). Per lo più al soggetto muliebre sono dedicate anche le opere in mostra di Arrigo Minerbi (1881-1960): il busto di Eleonora Duse, il volto femminile Crisalide, entrambe in marmo bianco di Carrara, il volto di Santa Cecilia in terracotta e un particolare in terracotta della Maternità, opera in marmo che si trova nell’ingresso della clinica Mangiagalli di Milano. Pur essendo di origine ebraica, Minerbi ha una forte produzione di opere a soggetto religioso appartenente al cristianesimo, di cui abbiamo un esempio in mostra con il volto di Cristo, particolare della Pietà  appartenente alla famiglia Marzotto a Valdagno.

baccanale

Come sfondo a questo insieme di volti e di maschere, ho scelto la grande pittura con Baccanale lunga 7 metri e alta quasi 2 realizzata nel 1924 da Charlotte H. Monginot (1872-?), scultrice anch’essa. Benché artista straniera, unica in questa panoramica italiana, ho voluto inserirla poiché italiana di adozione, in quanto appartenuta a Gianni Versace, che l’aveva inserita nel contesto neoclassico di Villa Fontanelle di Moltrasio (Co). Anche il Ritratto di Lucrezia, datato 1949, di Achille Funi (1886-1973), un chiaro esempio della sua rilettura novecentesca del classicismo. Ho infine prolungato il secolo, accogliendo alcune opere dei primi anni del XXI secolo, per poter ospitare un autore di cui ho grande stima e che è da considerarsi novecentesco: Giulio Ruffini, scomparso nel 2008 a 86 anni. Un autore che, come altri in mostra, è originario dell’Emilia Romagna. Ricordo infine un’opera che mi è particolarmente cara: l’autoritratto ironico e giocoso di Bruno Munari dal titolo Maschera a forma di farfalla, che l’artista mi donò nel 1983 in segno di amicizia.

Completano la mostra opere provenienti dalla galleria di Diego Gomiero e Daniela Balzaretti.

Ringazio il professor Alfonso Panzetta, storico della scultura italiana, per i preziosi consigli nell’allestimento di questa esposizione.

Per le interpretazioni psicoanalitiche che affiancano le opere in mostra, ringrazio Luisa Mariani, Adriana Mazzarella, Giuliana Kantza, Silvana Koen.

Sergio Baroni