“La camera del signore” rivive a Palazzo Milzetti

Palazzo Milzetti Faenza

Novità a Palazzo Milzetti, Museo Nazionale dell’Età Neoclassica di Faenza: è stata allestita con arredi originali la “stanza del signore” di epoca neoclassica. L’ambiente è stato pensato dal professor Sergio Baroni, in collaborazione con la direttrice Enrica Domenicali, e realizzato grazie alla donazione dello stesso Baroni di un gruppo di arredi che ricreano uno spaccato di vita privata sette-ottocentesca. Una passione di sempre, quella di Sergio Baroni per l’epoca che va dalla fine del XVIII ai primi del XIX secolo, fin da quando era consulente di Gianni Versace, per il quale trovò gli arredi neoclassici destinati alla villa di Como. L’atto di donazione vuole essere un omaggio a Palazzo Milzetti, luogo simbolo per eccellenza della stagione neoclassica dell’Emilia Romagna e in particolare un omaggio a coloro i quali si sono adoperati perché il palazzo diventasse patrimonio della collettività. Fra questi ricordiamo il politico italiano, nato a Cesena, Oddo Biasini (1917-2009), che negli Anni 70 patrocinò l’acquisizione di Palazzo Milzetti, e lo storico dell’arte Andrea Emiliani, appassionato mentore di questa impresa quando era Soprintendente alle Gallerie di Bologna. C’è anche di più: la volontà di rendere “vivo” un palazzo che è sì museo, ma con caratteristiche di dimora. Gli arredi scelti da Sergio Baroni sono tutti di provenienza emiliano-romagnola, databili ai primi decenni dell’ Ottocento: un maestoso letto Impero bolognese intagliato e dorato corredato da baldacchino e arricchito da una scultura di Eros in legno dorato, un tavolo con funzione di scrittoio e di toilette maschile in noce con parti ebanizzate e dorate, così come  ebanizzata è la specchiera a bilico, una poltroncina in noce, un tavolino da centro in noce e radica intarsiato, due guéridons, due lampade da tavolo in opaline e due consoles intarsiate sul piano a motivi geometrici che, unite, compongono un tavolo da gioco. Gli arredi sono stati collocati in quella che viene indicata come “camera da letto nuziale” del conte Francesco Milzetti e della moglie, la contessa Giacinta Marchetti degli Angiolini, passata poi ai Rondinini, come mostra una fotografia d’epoca. Impreziosisce e abbellisce la stanza la decorazione a firma Felice Giani (1758 – 1823) regista tra l’altro di tutto l’apparato artistico del palazzo. Il tema iconografico è incentrato sul ritorno di Ulisse a Itaca, culminante nell’ovale centrale del soffitto, in cui Ulisse e Penelope si avviano al talamo nuziale. Il grande ovale è messo in risalto da larghi profili in squillanti colori – verdi, blu e rossi – riprodotti anche per incorniciare altri otto episodi dell’avventura di Ulisse. L’insieme delle scene è esaltato da un raffinato gioco di ornati calligrafici e di raffaellesche che si conclude in un’ultima bordatura rossa e oro.

Le tappezzerie, oggi di un momocromo color salvia lucente, erano in origine a stelle d’oro su fondo blu. I sovraporta sono di stucco bianco a rilievo che vedono protagonista Minerva: assieme a Ulisse sopra la porta d’ingresso e a colloquio con Giove sopra la porta d’accesso al boudoir. Eleganza, ricercatezza estetica e ricchezza decorativa, in cui dialogano classicità, mito e storia, caratterizzano l’intero palazzo, capolavoro dell’età neoclassica faentina e non solo. E’ frutto di una stagione particolarmente fortunata e ricca per il territorio, che ovviamente coincide con uno dei periodi architettonici più felici. Si tratta del cinquantennio che va dal 1780 al 1830/40, quando la regione beneficia della costruzione del canale di collegamento tra il mare e la città, che incentiva e facilita un ricco scambio commerciale.

Di proprietà della famiglia Milzetti fin dal Seicento, l’edificio fu rinnovato e trasformato dopo il terremoto del 1781 dal conte Nicola, con l’incarico all’architetto Giuseppe Pistocchi (1744 – 1814) nel 1792 e, a partire dal 1795, dal figlio Francesco, che si affidò all’architetto Giovanni Antonio Antolini (1754 – 1841). Autore o ideatore degli ornati pittorici, progettati dettagliatamente, fu, come già accennato, Felice Giani, di origine piemontese ma attivo soprattutto sul territorio emiliano – romagnolo e a Roma. Per l’operazione egli si avvalse di eccellenti decoratori, come i plasticatori Antonio Trentanove (1745 – 1812) e Gian Battista e Francesco Ballanti Graziani (1762 – 1835 / 1772 – 1847), oltre ad altri giovani artisti e artigiani, che lavorarono sotto la guida di Gaetano Bertolani (1758/59 – 1856), il collaboratore più fidato di Giani. Ne scaturì una mirabile interazione tra architettura e decorazione, che niente ha da invidiare a palazzi del neoclassico europeo, grazie soprattutto alla creatività di Giani, orientato ai nuovi indirizzi culturali internazionali. Conclusi i lavori nel 1805, dopo soli tre anni il conte Francesco dovette lasciare Faenza per assumere incarichi militari alla corte di Eugenio di Beauharnais a Milano e cedette la dimora, come attesta un rogito del 1808, forse anche per far fronte a ingenti debiti. Subentrò Vincenzo Papiani di Modigliana fino al 1814, seguito dallo speculatore Domenico Ugolini, fino all’acquisto nel 1817 da parte dei conti Rondinini, che arricchirono l’arredo, ancora oggi in parte visibile negli ambienti di rappresentanza. Dopo altri passaggi di proprietà, il palazzo fu acquistato dallo Stato nel 1973. Fu restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici di Ravenna e aperto al pubblico nel 1979, per diventare Museo Nazionale nel 2001. Quello che si augura Sergio Baroni è che Palazzo Milzetti possa non solo rappresentare un’eccelsa testimonianza di un periodo architettonico e artistico, ma che possa anche continuare a far vibrare la sua originaria atmosfera di dimora. Desiderio che ha manifestato attraverso la donazione, grazie alla quale le splendide decorazioni trovano un corrispettivo stilistico e funzionale negli arredi.

Presentazione della donazione Sergio Baroni: giovedì 20 settembre, ore 11.30, presenti il Direttore del Polo Mario Scalini, il professor Andrea Emiliani, la direttrice di Palazzo Milzetti Enrica Domenicali, il professor Sergio Baroni. Palazzo Milzetti, via Tonducci 15, Faenza

(photocredits Marco Baldassarri).

Dűrer e il Rinascimento d’Oltralpe a Palazzo Reale

Una mostra da non perdere, quella che ha portato a Milano il Rinascimento tedesco, facendo capo ad Albrecht Dűrer (1471 – 1528) , pittore, incisore eccelso, matematico e studioso di prospettiva. Famoso anche per la sua incredibile bellezza, Dűrer era uno dei 18 figli di Albrecht Dűrer il Vecchio, dal quale apprese l’arte incisoria che più avanti mise a frutto nei suoi celebri lavori a bulino e all’acquaforte. Un’arte che rese tra l’altro la sua città natale, Norimberga, famosa in tutta Europa. Il padre, oltre a formarlo nell’incisione, gli trasmise l’amore per i grandi maestri fiamminghi, come Jan van Eyck e Rogier van der Weyden. Lo fece anche viaggiare fin dalla giovane età, dopo che espresse il desiderio di diventare pittore. Il Paese che più lo influenzò nella sua formazione pittorica fu l’Italia. La prima volta nel 1495, quasi un “Viaggio in Italia” ante litteram, che gli infuse una grande passione per l’arte italiana e lo introdusse allo studio della rappresentazione dello spazio e alla ricerca delle proporzioni vitruviane del corpo umano, oltre a fargli conoscere le opere dei grandi maestri dell’Umanesimo e del Rinascimento, da Giotto a Bramante, da Raffaello a Leonardo, ai veneziani Carpaccio e Bellini, ma anche l’arte classica, soprattutto attraverso le incisioni di Mantegna e Pollaiolo. Un secondo viaggio è del 1505 e ancora più del primo conferma la sua predilezione per il vedutismo e il colorismo di Giovanni Bellini, del quale cercherà di replicare le composizioni e le soluzioni, come la solidità delle figure in primo piano, la luminosità dei colori, la finestra aperta sul paesaggio. In questo soggiorno italiano egli approfondisce anche l’opera del frate matematico Luca Pacioli, autore del “De Divina Proportione”, il trattato sui solidi geometrici illustrato da Leonardo da Vinci. Spinto dal desiderio di impadronirsi dei segreti della prospettiva, sia come teoria scientifica sia negli aspetti applicativi, riuscì a incontrare Pacioli (ed egli stesso scrisse in seguito tre trattati) e conobbe Leonardo, con il quale condivideva la visione dell’uomo come parte armoniosa della natura. Il rapporto con Leonardo è indagato nella mostra di Palazzo Reale attraverso una serie di incisioni e disegni sugli studi della rappresentazione del cavallo. La mostra rivela di Dűrer le molteplici qualità artistiche e l’eclettismo che gli permise di spaziare con spirito innovatore dalla pittura al disegno, dalla grafica all’incisione, intesa sia come illustrazione sia come arte orafa nella bottega di Norimberga. L’esposizione comprende altri esponenti del Rinascimento tedesco suoi contemporanei, come Lucas Cranach, Albert Altdorfer, Hans Baldung, in un dialogo con grandi autori italiani dell’Italia settentrionale: Giorgione, Andrea Mantegna, Leonardo, Lorenzo Lotto. E’ così che la mostra mette a confronto due Rinascimenti: quello italiano che conosciamo e quello più fantastico, a volte esoterico e alchemico di matrice tedesca. E’ aperta fino al 24 giugno, a Palazzo Reale di Milano.