Un presepe speciale

FullSizeRender (46)Come ogni anno in Galleria Baroni appare il presepe in ceramica faentina firmato Nonni e Bucci. E’ composto dalla sacra famiglia – Gesù Bambino, Maria e San Giuseppe – con tre angeli musicanti. Il gruppo è stato plastificato da Francesco Nonni (1885 – 1976) incisore, pittore e ceramista faentino, e ceramicato da Anselmo Bucci (1887 – 1959)  pittore, incisore e grande tecnico della pasta e della cottura della materia ceramica. Ogni pezzo è firmato alla base da questi due noti artisti faentini,  datato 1949  e numerato 1. Un presepe simile è custodito al Museo di Faenza, numerato 3 e composto da più statuine rispetto al nr. 1. Sono tre in tutto i presepi realizzati a firma Nonni – Bucci, ma del numero 2 non si ha traccia. Una caratteristica interessante è che le figure sono state realizzate con un colore grigio “a lustro”, sia quelle del gruppo nr. 1 sia quelle del gruppo nr. 3, affini ma non identiche, in quanto modellate singolarmente e non prodotte a stampo. Il presepe in Galleria Baroni è composto anche da due angeli di un color bianco sfumato firmati sul retro Tamburini, un bravo ceramista della stessa fabbrica, ma non all’altezza di Nonni e Bucci.

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Optimized-presepeLike every year at Baroni Gallery appears highly glazed ceramic nativity signed Nonni and Bucci. It is composed of the Holy Family – Baby Jesus, Mary and Joseph – with three musical angels. The group has been plasticized by Francesco Nonni (1885 – 1976) engraver, painter and ceramist from Faenza, and ceramic inner Anselmo Bucci (1887 – 1959) painter, engraver and technical of ceramics. Each piece is signed on the basis of these two well-known artists from Faenza, dated 1949 and numbered 1. A similar crib is kept at the Museum of Faenza, numbered 3 and with more statuettes than the nr. 1. The cribs signed Nonni – Bucci are three, but the of number 2 we have no trace. An interesting feature is that the statuettes are in grey ceramic “a lustro”. The two groups (nr. 1 and nr. 3) are similar but not identical, as modeled individually and not produced in the mold.

Empire chandelier from Sapegno’s Collection

6This russian Empire chandelier was for many years in the roman apartment of the italian literary critic Natalino Sapegno (1901 – 1990), one of the Optimized-lampadario Sapegnomost distinguished historians of the 900 Italian literature. Very famous are his commentary on the Divine Comedy of Dante Alighieri and its Compendium of History of Italian Literature 1936-1946 whose pages have formed generations of students. His roman house was frequented by well-known academic, intellectual, artistic and political people and they could appreciate the strictly Empire style which charactarized the furnishings of all the rooms. The “art-director” of this furniture was Sapegno’s wife, Mariella, whose adviser was Mario Praz (1896 – 1982) the notable italian critic of art and literature, whose passion was the neoclassical art. Praz was her guide for the first purchasing, which were the origin of a beautiful rich collection to which it belgons the chandelier in the picture. I bought it in 2011 at the Porro’s Auction in Milan for the sale of paintings and furnishing from the house of Natalino Sapegno. It is a gilt bronze chandelier with cut crystals and it is composed of a large cup from which extend six gilded bronze arms, each wrapped by a snake in attack position against the ibis – the sacred bird of the Nile – which is leaning against the edge of the cup. There are two stems shaped like an inverted trumpet, one inserted in the other and the final part is enriched by curved stems with leaves and pendants (h 120 cm, width 85 cm). For more info: galleriabaroni@gmail.com.

Dante e la Sfinge

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
dice Beatrice a Dante in Purgatorio, XXXIII, e fa riferimento al mito della Sfinge, che Dante prende dalle Metamorfosi di Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.). Il poeta romano è più volte una fonte della Divina Commedia e compare in Inferno IV. La Sfinge, figlia di Tifone e di Chimera, era un mostro alato con il corpo di leone e il volto di donna che dimorava presso Tebe. Essa chiedeva ai viandanti di risolvere un indovinello, uccidendoli se non scioglievano l’enigma. La Sfinge chiedeva quale fosse quell’animale che da piccolo cammina su quattro zampe, da adulto su due e da vecchio su tre. L’unico a indovinare fu Edipo (il Laiade, dice Ovidio, cioè figlio di Laio: ma Dante fraintende e inserisce le Naiadi, che nella vicenda del mito non c’entrano per nulla). Edipo capì che l’indovinello parlava dell’uomo capendo che si trattava dell’uomo e di conseguenza la Sfinge si uccise. La sua morte fu vendicata da Temi, che lanciò una fiera devastatrice contro i Tebani. In questo caso, assicura Beatrice, la soluzione dell’enigma non arrecherà danno (sanza danno di pecore e di biade).
E così, a buon titolo, le sfingi di Galleria Baroni si prendono il loro posto nella mostra “Frammenti danteschi”. Si tratta di una decorazione proveniente da villa palermitana dei primi Ottocento, già presenti in un’altra mostra “Da Brera alle piramidi”.
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Caronte dagli occhi di bragia

Ed ecco verso noi venir per nave

Un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: ‘Guai a voi, anime prave!

non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne in caldo e ‘n gelo.

(Inferno III, 82-87)

“Chi è e che cosa rappresenta Caronte? Il traghettatore che conduce all’altra riva sembra esprimere l’aspetto possente dell’energia vitale che investe l’uomo quando, sfuggito all’ignavia, si abbandona al flusso della libido che lo dominerà secondo la forma dell’istinto. Caronte è un vecchio (“bianco per antico pelo”), antico come l’umanità quando emerse dall’incoscienza dell’Eden. Appare urlante e minaccioso su una barca che galleggia sull’acqua, quasi a rappresentare l’umanità trascinata e sconvolta dal flusso impetuoso delle passioni. Riconosce però immediatamente che Dante è vivo e lo invita a non confondersi coi morti. Fino a che l’uomo, con ripetute esperienze, non impara ad armonizzarsi con l’onda dell’energia vitale, avrà sempre Caronte minaccioso davanti a sé. L’inconscio ha proprio questa funzione compensatoria: il medesimo problema si ripresenta nei sogni e nella vita fino a che l’uomo non ne ha preso coscienza e non lo ha superato nella esperienza concreta. Spesso, quando si presenta l’opportunità di affrontare i nostri malesseri psichici – per esempio attraverso terapie analitiche – scappiamo subito via rifugiandoci nella nevrosi e nell’autocommiserazione, piuttosto che affrontare la responsabilità di noi stessi.” Così scrive Adriana Mazzarella, la psicoanalista junghiana alla quale ho dedicato la mostra “Frammenti danteschi”, a proposito del personaggio di Caronte nella Commedia dantesca, in un suo contributo a una precedente mostra di Galleria Baroni, “Il volto e la maschera”.

Caronte dimonio, con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie,

batte col remo qualunque s’adagia.

(Inferno, 109-111)

Optimized-romanelli caronteE davvero questo Caronte di Tullo Golfarelli (Cesena 1852 – Bologna 1928) in terracotta colorata a finto bronzo e firmato sul retro, ha gli occhi di bragia, spaventosi, inquietanti, al punto che i signori da cui lo acquistai più di dieci anni fa lo avevano relegato in cantina, perché i nipotini si spaventavano quando entravano in casa e se lo ritrovavano all’ingresso. Lo stesso effetto esso faceva  nel mio appartamento: gli ospiti più giovani apparivano timorosi nel passare davanti a questo busto quasi ingombrante, che polarizzava tutto lo spazio. E’ il timore che prova Dante quando si trova di fronte a Caronte e per sostenere questa presenza deve fare appello a una volontà più forte, che possa aiutare il suo io personale. Per portare a termine il viaggio dovrà affidarsi a un nuovo principio di salvezza, con la morte dell’io individuale attraverso quella del Cristo portatore di fede. Per salvarsi Dante non potrà affidarsi al “legno” di Caronte, ma dovrà affidarsi a quello della croce (morte-rinascita) per risorgere nell’Essere Assoluto. Il legno di Caronte è quello che lo traghetta per compiere il viaggio infernale; il legno della croce è quello che gli dà la fede per poter compiere l’intero viaggio fino all’Essere Supremo. Come altre volte, dalla mitologia classica greco-romana Dante, , prende un personaggio inserendolo nella Commedia e nella sua visione cristiana medievale.

L’opera, esposta in occasione della mostra “Frammenti danteschi”, è documentata in una fotografia d’epoca conservata al Museo del Risorgimento di Bologna. Così mi ha scritto l’amico Alfonso Panzetta, professore di scultura all’Università di Bologna, quando gli ho inviato l’immagine del busto: “Lo conoscevo da una foto d’epoca conservata nell’album di Golfarelli di proprietà del Museo del Risorgimento di Bologna, ma non sapevo dove fosse…..ora lo so!”

Sergio Baroni

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.

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Chi era Tullo Golfarelli

Figlio di un orafo, Tullo Golfarelli imparò la tecnica dell’incisione e della lavorazione dei metalli nella bottega paterna. La famiglia lo mandò a Roma nel 1878, affinché si specializzasse in quest’arte con lo scultore orafo Gagliardi. Durante questo periodo viaggiò in diverse città, fra cui Firenze, Bologna, Venezia e Parigi. Nel 1880 tentò invano di essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma nella città partenopea conobbe i suoi grandi maestri: Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Vincenzo Gemito. Da quest’ultimo apprese il realismo nella resa dei volti scolpiti che caratterizzò buona parte della sua produzione. I suoi frequenti soggiorni a Cesena gli fecero ottenere successo in Romagna, dove ricevette commissioni importanti per opere pubbliche. Fra le prime eseguite, il busto marmoreo di Garibaldi (1883), collocato nel sottoportico del Palazzo comunale di Cesena, dove si trova un’altra sua opera: il medaglione per Leonida Montanari (1887) inserito in una lapide murale. Nel 1884 realizzò per Cesenatico un altro busto di Garibaldi, che però si sottrae al linguaggio verista, sostituito da un modellato più morbido.

Nel 1893 si stabilì a Bologna, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, perfezionando il modellato nei corsi dello scultore Salvino Salvini, del quale assorbì in parte lo stile oscillante tra l’accademico e il realistico. Nel capoluogo emiliano entrò in stretto contatto con l’ambiente artistico e culturale. Frequentando i principali cenacoli letterari, conobbe celebri esponenti del mondo politico e culturale, come Giosuè Carducci, che ritrasse in più opere monumentali e celebrative, e Giovanni Pascoli, col quale strinse un rapporto di amicizia che sarebbe durato fino alla morte del poeta. I nomi dei due autori si intrecciano quando Pascoli pronuncia un discorso in occasione dell’inaugurazione del busto a Carducci realizzato da Golfarelli per l’aula magna dell’Università degli studi di Bologna, che fu pubblicato dal giornale cesenate Il Cittadino.

Nel 1896 vinse il concorso per il bassorilievo La cacciata degli Austriaci da Bologna nel 1848, destinato alla scalea della Montagnola a Bologna. Divenne uno degli artisti più richiesti per opere plastiche di carattere monumentale e celebrativo e dalla fine dell’Ottocento ai primi dieci anni del Novecento lavorò per il cimitero comunale alla Certosa di Bologna, realizzando una decina di monumenti funerari. Fra questi ebbe particolare successo la scultura Labor, un fabbro a grandezza naturale eseguito nel 1892 per la tomba Simoli, espressione della sua poetica realista. Negli anni successivi, invece, Golfarelli si avvicina, pur senza dimenticare l’impronta del realismo sociale, al lirismo di marca simbolista e al gusto liberty, riscontrabili ad esempio nelle illustrazioni per le Myricae di Pascoli. Se ne deduce una propensione a intrecciare le diverse correnti stilistiche. Nel 1912 Golfarelli fu nominato professore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e morì nel capoluogo emiliano dopo una lunga malattia e afflitto da problemi economici nel 1928.

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.

 

 

 

 

All’origine della mostra su Dante

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Giorgio Vasari, “Sei poeti illustri”

Perché una mostra su Dante? Innanzitutto ho sentito come doveroso l’omaggio a una delle figure più grandi della cultura italiana; ma non avrei potuto dedicarle un’esposizione se non ci fosse stata un’opera importante e densa di significato come il dipinto raffigurante sei uomini illustri in cui l’Alighieri è il protagonista. E’ infatti quest’opera l’origine della mostra in corso alla Galleria Baroni. Si tratta di un olio su tela ispirato all’olio su tavola di Giorgio Vasari (1511 – 1574) dal titolo “Sei poeti toscani illustri”. L’originale, da cui quello che potete vedere in mostra ha preso spunto, raffigura una grande scena di conversazione commissionata al Vasari da Luca Martini (1507 – 1561), nipote del celebre umanista Poggio Bracciolini e grande estimatore di Dante. L’opera fu terminata nel 1544. Dopo una lunga storia di passaggi, è oggi conservata al Minneapolis Institute of Arts. Il protagonista indiscusso di quest’opera, così come di quella in mostra, è Dante Alighieri (1285 – 1321) che, seduto in primo piano al centro della scena, domina lo spazio. Il formato delle due opere è simile, di cm 132 x 131, ma la seconda è stata eseguita presumibilmente tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, una cinquantina di anni dopo quella di Vasari. Nell’originale si vedono, da sinistra a destra: l’umanista e filosofo Cristoforo Landino (1424 – 1498) e il filosofo e astronomo Marsilio Ficino (1433 – 1499). Il primo è l’autore del fortunato commento alla Commedia (1481), la cui prefazione è scritta dal secondo, traduttore tra l’altro del Monarchia di Dante. Segue Francesco Petrarca (1304 – 1374), anch’egli in primo piano, che si rivolge a Dante, mentre fra i due spunta la testa di Giovanni Boccaccio (1313 – 1375). Tutti e tre i grandi poeti hanno la testa ornata con l’alloro. L’ultimo personaggio a destra, al quale si rivolge Dante mostrandogli la Vita Nova, è Guido Cavalcanti (1255 – 1300). Diversa la sequenza dei personaggi nel quadro in galleria, in cui tra l’altro sono state effettuate alcune sostituzioni. Sempre da sinistra a destra, si vedono: Cavalcanti, Guido d’Arezzo (991 – 1033), Petrarca, Cino del Duca, Dante e Boccaccio. A scanso di equivoci, sopra ogni figura è stato dipinto un cartiglio recante il nome. Il dipinto non vuole pertanto essere una copia del Vasari, dal quale si distingue anche per altri particolari, come il taglio della scena, così che della sedia che ospita Dante si intravvede soltanto il bracciolo e quasi nulla degli oggetti sul tavolo, che sono invece dettagliatamente dipinti nell’opera vasariana.

Il tema, o uno dei temi, che emerge da questo dipinto è la raffigurazione dei rappresentanti del Dolce Stil Novo, che al centro della loro produzione letteraria mettono la donna. Ed è la donna, come simbolo del femminile, che percorre a mio parere la ricerca dantesca nella Commedia. Si tratta di una ricerca che rientra nell’interpretazione simbolica e psicologica del libro che mi ha ispirato il taglio dell’esposizione: “Alla ricerca di Beatrice” di Adriana Mazzarella. La mostra infatti, oltre a essere un omaggio a Dante, è un omaggio alla psicanalista junghiana di recente scomparsa, che nel suo affascinante libro ripercorre il viaggio dantesco come processo di ricerca interiore, un viaggio che porta l’uomo a una rinascita come ricongiungimento tra animus e anima, o unione tra l’Io e il Sé universale (adrianamazzarella.it).

Sergio Baroni

Saffo interpretata da Ercole Drei

IMG_2591Per chi, come me, si appassiona all’arte e agli artisti dell’Emilia Romagna, trovare sul mercato un bozzetto di Ercole Drei (Faenza 1886 – Roma 1973) è un’emozione. Per altri, l’opera che presento in questo articolo può essere una piacevole curiosità.

Drei, scultore, pittore e disegnatore faentino, lavorò in diverse città italiane, dopo aver studiato nella città natale e in seguito all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Legato in particolar modo a Roma, elesse come luogo di ispirazione privilegiato Villa Strohl-Fern, che fu punto di incontro del gruppo di artisti del Novecento Italiano e dove egli visse dal 1921 fino alla morte. Per quanto riguarda la scultura, Drei si dedicò a grandi opere pubbliche, così come a opere di arte decorativa, passando dall’iniziale stile simbolista e tardo liberty al neoclassicismo del Novecento e aderì al gruppo di giovani artisti e intellettuali riuniti attorno alla rivista “Valori Plastici”.

Il bozzetto in oggetto raffigura Saffo seduta con le braccia aperte che tiene in una mano la cetra, mentre l’altro braccio è sostenuto da Cupido. I soggetti classici rappresentano per Drei degli archetipi: Saffo è la Poesia che in una mano tiene la cetra, simbolo della musica, mentre l’altra mano è aperta, pronta a ricevere amore. Oltre alla firma dell’autore incisa sul retro, l’opera presenta un’etichetta di carta con scritto “Ercole Drei, Saffo, 1934” firmata Natalia

IMG_1663Drei, una delle due figlie dell’artista. Quando l’ho visto mi sono subito ricordato di una Saffo in marmo di grandi dimensioni a opera dell’artista romagnolo, che oggi si trova al Forest Lawn Memorial Park di Los Angeles. Per la preparazione di quest’opera in marmo, lo scultore eseguì due bozzetti, quello da me ritrovato e uno bozzetto dreipubblicato nel catalogo a cura di Franco Bertoni “Ercole Drei Scultore”. I due bozzetti sono simili, ma non identici, poiché eseguiti a cera persa, e sono entrambi firmati. Essi si differenziano dalla statua finale in marmo, nella quale Cupido non c’è più: la sua presenza è stata sostituita dalla faretra con le frecce.

Sono felice di aver trovato questo bozzetto di Ercole Drei che rafforza il mio legame con la Romagna, aggiungendosi alle altre opere di artisti romagnoli da me acquisite nel corso degli anni. I bozzetti, inoltre, mi affascinano in particolar modo per la loro immediatezza, legata all’ispirazione del momento da parte dell’artista, fatto che ai miei occhi li rende meno costruiti e più spontanei rispetto alle opere finali.

Sergio Baroni

Benvenuta Miss Miller

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Sconosciuto al pubblico fino a oggi, questo bronzo, opera del romagnolo Domenico Rambelli (1886-1972), è finalmente visibile agli amatori e cultori della sua arte alla Galleria Baroni, dopo essere rimasto custodito gelosamente dal suo autore prima e conservato poi nelle raccolte degli eredi. Rambelli, ceramista, pittore, scultore faentino, dopo gli studi alla Scuola di Arti e Mestieri della sua città, segue l’amico Domenico Baccarini a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Aderirà all’innovativo cenacolo baccariniano assieme ad altri giovani artisti romagnoli, fra cui Ercole Drei, Giovanni Guerrini, Francesco Nonni, Pietro Melandri, Riccardo Gatti, Giuseppe Ugonia, Odoardo Neri, Orazio Toschi. Nel 1905 esordisce a Roma e poi espone alla Biennale di Venezia, per poi trasferirsi a Parigi. Fa parte del movimento artistico “Valori Plastici” e partecipa alla corrente “Novecento”. E’ considerato fra i principali scultori pubblici degli Anni Venti con i monumenti di Viareggio, Lugo e Brisighella.

Miss Miller è un’opera affascinante, enigmatica rappresentativa del “primitivo” che caratterizza lo stile dell’artista nei suoi busti bronzei, come il busto “Fanciullona”, il nudo femminile acefalo, la popolana che canta (o “Il Canto”), tutti appartenenti a collezioni pubbliche. Salta all’occhio, come “firma” rambelliana, lo stravolgimento delle forme corporee che alterano le proporzioni dell’anatomia, dilatando e “gonfiando” i lineamenti, così come, nelle opere a figura intera, la dimensione della testa rispetto al tronco, il tronco rispetto al corpo, creando una nuova espressività della figura umana nello spazio. Il busto di Miss Miller Rambelli lo eseguì nel 1926 e non se ne distaccò mai, tenendolo con sé fino alla fine dei suoi giorni. Esso può rappresentare nell’insieme della sua produzione una specie di feticcio o di opera di grande affezione che ha accompagnato sempre l’artista. Alla sua morte è passato agli eredi Zingaro, rimanendo fino ai giorni nostri di loro proprietà. Quando ho saputo della disponibilità dell’opera, ho ritenuto che fosse quasi un obbligo da parte mia, per la mia storia e la mia dichiarata “romagnolità”, venirne in possesso per salvaguardare la sua permanenza in questo contesto. Essa infatti rappresenta a mio parere un punto di riferimento della produzione artistica di Domenico Rambelli.

La mia passione per questo artista, assieme a quella per gli altri romagnoli, risale alla mia infanzia, quando ne potevo ammirare le opere pubbliche durante le mi trasferte al seguito di mio padre o di mio nonno nel territorio di Romagna. Tre sono i monumenti pubblici di Rambelli: il monumento ai caduti di Viareggio, inaugurato nel 1927; il “Fante che dorme” di Brisighella del 1928 e quello dedicato all’eroe dell’aviazione della prima guerra mondiale, Francesco Baracca, che si trova a Lugo di Romagna, inaugurato nel 1936. Se nei primi due Rambelli è riuscito a reinterpretare con modernità forme primitive e arcaiche, nel terzo giunge a un’originale sintesi tra simbolismo e naturalismo, trascendendoli in un’atmosfera metafisica.

Una produzione esigua rispetto a quella degli altri artisti romagnoli, la sua, ma di portata europea. A mio parere è un peccato che oggigiorno, guardando alla sua opera artistica, non sorga una riflessione sul fatto che un artista tanto affascinante e moderno non abbia prodotto la quantità di opere scultoree dei suoi contemporanei italiani. Solo nell’ambito del disegno ci ha lasciato innumerevoli esemplari di fanciulli, figure femminili, nudi, nei quali vediamo quelle forme primitive e arcaiche che ne fanno la sua cifra stilistica. Il motivo della “scarsità” scultorea lo spiega l’artista stesso, in un testo inedito del 1950: “Lo so che le esposizioni fanno girare il nome e procurano lavoro, ma quando si ha più inclinazione a disprezzare che amare il denaro queste cose perdono di importanza.”

Sergio Baroni

Custode di segreti

Oggi vi sveliamo i segreti di questo elegante secrétaire à abattant di epoca Impero attribuito, per qualità ed eleganza, a Giovanni Socci, capostipite di una delle più attive botteghe di falegnameria ed ebanisteria della Firenze tra Settecento e Ottocento. Esemplare italianissimo, questo, per gusto, tecnica e stile, appartiene di fatto a una categoria francese, tanto che anche in Italia si continua a usare il termine secrétaire.

L’intero mobile (cm 100×47,5 h cm 150), con fusto in ciliegio (e non in rovere come usava in Francia), è impiallacciato in piuma di mogano, essenza di importazione dalle Americhe, apprezzata all’epoca per il suo colore caldo; il piano, anch’esso a conferma della sua provenienza nazionale, è in marmo bianco di Carrara. Al di là della “facciata” da mobile sobrio ed elegante, esso nasconde impensabili meccanismi e trucchi che ne fanno un custode di segreti: una volta calato l’abattant (il piano ribaltabile), quello che appare come un listello ornamentale è in realtà un cassetto estraibile e le lesene con testa egizia, che scandiscono i vani interni a cassettini, sono anch’esse estraibili grazie a un ingegnoso meccanismo che si attiva con uno spillo dall’interno, rivelando la loro vera natura di portadocumenti. Siamo dunque già in epoca romantica, con l’attitudine a custodire i “segreti del cuore”: lettere intime, ciocche di capelli, piccoli ritratti, pegni d’amore.. Dal punto di vista stilistico, è interessante notare la scelta delle teste egizie, che rimandano alle sfingi, al posto delle teste di donna, per una trasformazione in chiave egizia della cariatide classica. Il secrétaire in oggetto rientra infatti in quello stile di moda in epoca Impero conosciuto come Retour d’Egypte, al quale la Biblioteca Braidense di Milano ha dedicato la bellissima mostra “Da Brera alle piramidi” nel febbraio 2015; mostra che ha visto il prestito da parte della Galleria Baroni di una coppia di sfingi, oltre a un allestimento in stile egizio di cui il secrétaire era parte.

Preziosa ebanisteria palermitana del Settecento

baroni02Oggi voglio parlarvi di un arredo che per finezza esecutiva e decorativa gratificherà sicuramente chi apprezza l’arte e l’antiquariato: si tratta di un comò a ribalta a tre cassetti in legno violetto, ebano, madreperla e legni esotici è un arredo di ebanisteria palermitana databile alla metà del XVIII secolo. Poggia su brevi zampe a ricciolo ed è profilato inferiormente da un grembiule sagomato. I cassetti e i pannelli sugli spigoli sono decorati da lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano, mentre i fianchi da un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta presenta pannelli analoghi sul fronte e sui lati. Il tutto è filettato in legno rosa.

Le dimensioni sono cm 120x125x64.

Il mobile che vi presento appartiene all’ambito dell’ebanisteria palermitana che adotta lo stesso gusto e gli stessi materiali e di cui si possono vedere nel capoluogo siciliano ancora notevoli esempi, come il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame del 1737, opera di Nicola D’Aragona. Il comò inoltre è pubblicato sul libro di Alvar Gonzàlez-Palacios “Nostalgia e invenzione”, sottotitolato “arredi e arti decorative a Roma e Napoli nel Settecento” (Biblioteca d’Arte Skira, 2010). Il testo del noto critico d’arte è uno studio che ripercorre la decorazione del XVIII secolo a Roma e nel Regno delle Due Sicilie, con qualche excursus a Madrid; in stretto legame, quindi, con la figura di Carlo di Borbone, che fu duca di Parma e Piacenza dal 1731 al 1735, poi re di Napoli e Sicilia fino al 1759, infine nominato re di Spagna col nome di Carlo III.Cassettone a ribalta madreperla 2

Nello studio di Palacios, in cui per la prima volta viene analizzata questa tipologia di arredi, il comò in oggetto è inserito in un contesto che sottolinea le affinità con alcuni magnifici e inconsueti arredi, come il mobile a due corpi intarsiato in legni vari e avorio (si veda l’immagine delle pagg. 26-27 del libro). Da notare in particolar modo, a mio avviso, l’uso generoso della madreperla, un materiale che fu ampiamente adoperato anche in altri centri ebanistici – Venezia, Roma, Torino, Napoli – ma con un gusto diverso sia delle sagome sia degli ornamenti, nonostante qualche superficiale similitudine. Il modo in cui vengono disposte, per sbieco, le tarsie sulla ribalta del comò presentato non trova paragoni all’epoca, così come le incorniciature dei vasi sulle fiancate, che ricordano nature morte seicentesche.

Sulla madreperla come materiale di intarsio per decorare arredi e suppellettili varrà la pena tornare per approfondire un argomento a mio parere molto interessante che coinvolge altre tipologie di arredi… alla prossima puntata!

Sergio Baroni

Gruppo di specchiere Luigi XIV-XV

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Ecco un gruppo di quattro specchiere in legno di cirmolo intagliato e dorato che sono dette comunemente “ventoline”. Questo genere di oggetti nasce con la funzione di illuminare le pareti o i corridoi bui, dove non giungeva la luce dei lampadari. Le specchierine in esame presentano una cornice sagomata a cartiglio, percorsa da teoria di palmette intagliate. Sono sormontate da una cimasa trilobata, con decoro floreale disposto a raggiera su fondo anch’esso a specchio. Il vertice inferiore termina con una controcimasa rappresentata da una palmetta, da cui si dipartono i braccetti in ferro dorato di linea sinuosa e bobèche a corolla di fiore laccata rossa, sulla quale si innesta l’applique porta-candele in ferro dorato. Databili intorno alla metà del XVIII secolo, per gusto e stile sono collocabili in area lombardo-veneta. Sebbene oggi sia molto raro trovare un gruppo di quattro elementi, in origine era sicuramente più numeroso. Lo stato di conservazione è ottimo.