“Cuore, Passione, Scarnificazione” in Teresa d’Avila

andrea_satta_baroni_064“Che cosa insegna che cosa annuncia Teresa d’Avila?” esordisce Giuliana Kantzà, psicoanalista e membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, nel secondo appuntamento per il ciclo di conferenze legate ai temi della mostra “Cuore e Vanitas” di Galleria Baroni; e così continua: “ I pochissimi accenni che ne fa Lacan sono stati decisivi e mi hanno aiutato ad avvicinarla: ‘Teresa del godimento’, ‘una rude scopatrice’ la chiama Lacan. E questi termini così forti mi hanno accompagnata e mi hanno consentito di potermi fermare sul suo linguaggio, che è stato definito ‘un esilio semantico’, perché Teresa scrive ed e-scrive fuori dal suo scritto. Certe sue frasi sono rimaste memorabili, come Signore dammi la grazia di sopportare il godimento che mi dai. “

Teresa e la struttura femminile secondo Lacan

“Teresa è stata per Lacan una figura di riferimento nella costruzione e nell’elaborazione della struttura femminile: Lacan affermava che le donne rispetto al godimento ne hanno Bernini-Santa-Teresadi più dell’uomo, perché sono più vicine sull’asse dell’essere rispetto agli uomini, che sono più vicini all’asse dell’avere. Questa questione dell’essere pone la struttura femminile in una posizione di maggiore apertura rispetto all’amore e rispetto al godimento. Teresa viene chiamata in causa su questi due punti essenziali: amore e godimento, che per Lacan sono specificatamente femminili. Non vuol dire che sul versante maschile non vi siano, ma l’uomo rimane inchiodato al versante dall’avere che ne limita il godimento, perché rimane sul versante del prestigio dell’avere, del prestigio della posizione, del prestigio della ricchezza, del prestigio fallico: il fallo come portatore di una potenza o comunque di quelle che nella nostra società rimangono rappresentazioni di potere. In passato una donna rimaneva meno succube rispetto a questa posizione. Oggi le cose si vanno un po’ complicando, perché si pensa che una donna ponendosi nella posizione dell’essere sia meno rispetto a un uomo, mentre invece è proprio il contrario: ponendosi in questa posizione dell’essere, la posizione della donna aumenta di importanza e di valore. E soprattutto si apre alla possibilità di amare, che è la vera ricchezza che Teresa insegna.”

Linguaggio e corpo

“Il linguaggio di Teresa è scabro, essenziale, pulito, rigorosissimo e straordinario perché dice al di là di ciò che dice. Ci sono dei colloqui che lei ha fatto con San Giovanni della Croce che sono straordinari. Si racconta che dopo questi colloqui Teresa e Giovanni dovevano aggrapparsi alle sbarre dei parlatori, perché volavano via rapiti dal godimento del linguaggio del Signore. Teresa richiederebbe di parlare proprio della struttura femminile e della scrittura femminile, temi che ritengo essenziali in questo momento. La nostra vita è complicata dal fatto che noi abbiamo il linguaggio che ci costringe a domandarci, a interrogarci. Siamo stretti nel linguaggio: la prima difficoltà è il fatto di avere un corpo che non riusciamo a ridurre a linguaggio. Il nostro corpo va per conto suo, ci parla ma spesso ci parla spesso attraverso sintomi di malattia, di malessere, di disagio che noi non sappiamo tradurre. Il linguaggio del corpo è spesso in antitesi con il linguaggio della parola, che tende a ridurre la portata del corpo. Oggi abbiamo una raffigurazione del corpo ornata, vezzeggiata, una raffigurazione che è come se fosse la perdita contemporanea di questo peso e di questa bellezza del corpo. Non si è padroni del proprio corpo e anche qui Teresa insegna molto. Lei era molto bella e quando fra Giovanni della Miseria la ritrasse a Siviglia, lei viveva un periodo difficilissimo, ma pur recalcitrante, si forzò di rimanere ferma per farsi ritrarre e quando il quadro fu finito, disse ‘mi hai fatta stare ferma e poi mi hai fatto brutta e con gli occhi cisposi’. Teresa aveva una capacità straordinaria di parlare con il Signore come solo le mistiche lo sanno fare e va sottolineato che, mentre ci sono tantissime mistiche, abbiamo pochi mistici. Perché è questo versante dell’essere che permette alle donne di dire l’amore. “

Decostruzione, smarrimento, angoscia, salvezza

Con le parole dei poeti vi è il tentativo di ricercare una forza che oggi sembra perduta, perché il nostro contemporaneo è molto segnato da una decostruzione del padre. Ed è soprattutto questa decostruzione del padre che porta a uno smarrimento generalizzato. Bisogna cercare di lavorare questa difficoltà del periodo in cui viviamo, soprattutto considerando che ciascuno di noi fa parte di quello che noi stiamo vivendo. Per poter citare una speranza di salvezza bisogna che cerchiamo di ricreare un legame sociale, è l’unica possibilità di salvezza che noi abbiamo e dobbiamo cercare di ricostruirlo, cercando una soluzione nuova e alternativa. Voglio ricordare il libro di Anna Harendt “La banalità del male”, in cui la Harendt scriveva che ci saremmo trovati di fronte a un mondo in cui non ci sarebbero più stati cittadini ma umanità superflua; quell’umanità che sarebbe stata sovvenzionata dalle casse statali, ma che non avrebbe mai stabilito una vera azione con l’altro, un legame sociale e politico, che è l’unica cosa che possa farci uscire da questo mare grigio. E questo lo dobbiamo fare attraverso il linguaggio dell’arte, aprendoci anche alle incertezze. Tra gli insegnamenti più forti di Teresa c’è quello dell’angoscia e Teresa dice che per quanto abbia avuto malattie gravissime e che dal giudizio dei medici sia stata più volte in punto di morte, non ha mai provato un dolore così grande come quando ha provato gli attacchi di angoscia, che sono quando dentro di lei c’è il vuoto. Il vuoto le produce un’angoscia insopportabile, intollerabile. Lei però a noi insegna di non sfuggire al dolore e alla sofferenza. Cerchiamo di patirlo come soggetti, di attraversarlo, pensando che l’angoscia è anche il deserto, certo doloroso, ma che ci porta verso una sorgente d’acqua che ci aspetta. Però quel dolore lo dobbiamo attraversare. La passione e la morte sono indicazione di questo percorso, perché tra la passione e la morte c’è come l’atto della vita. Questi due momenti ne rappresentano l’inizio e la fine. In mezzo c’è la possibilità di vita, di amare, di godere, di potersela giocare e non di farla passare come acqua che scorre, di trovarci un senso. Perché oggi è difficilissimo: è come se le nostre pretese aumentassero ogni giorno, spostando il punto del godimento.

tersa fra angoscia e godimento

Giuliana Kantzà

Psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. Ha insegnato Storia della Psichiatria presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e Psicopatologia e Psicoanalisi presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. Attualmente è docente all’Istituto Freudiano, Sezione di Milano. Ha pubblicato diversi testi, fra cui Althusser. Storia di un uxoricidio (1994); Passione dell’amore, passione dell’odio (1999); Il Nome-del-Padre nella psicoanalisi Freud Jung Lacan (2008); Tre donne e una domanda: Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein (2012). Vive e lavora a Milano.

Ha scritto “Teresa fra angoscia e godimento”, che così presenta: “Teresa deposita nei suoi scritti straordinari il desiderio che la anima, su cui mai non cede, anche nella strettezza dell’angoscia. Anzi è proprio attraverso questo duro percorso che arriva al nodo desiderio-amore-godimento. Figura esemplare, costituisce una traccia di lavoro per le donne del nostro tempo, un tempo in cui il coraggio è necessario.”

Cuore e Vanitas: intervista “immaginaria” a Luigi Ademollo

Pubblichiamo il contributo della dottoressa Egle Radogna sulla mostra “Cuore e Vanitas”. Studiosa del pittore e affrescatore Luigi Ademollo, Radogna ha tenuto una conferenza in Galleria Baroni in occasione della mostra L’affresco neoclassico nell’interpretazione creativa di Luigi Ademollo del 2015 e la mostra dedicata ai simboli di amore (cuore) e morte (teschio-vanitas) le ha ispirato un’ipotetica intervista all’artista neoclassico che pubblichiamo con piacere, ringraziandola per il suo apporto culturale.

ark1Poiché la mostra “Cuore e Vanitas” espone un argomento appagante dal punto di vista artistico, ma al contempo assai introspettivo, e con un fil rouge vi unisce un carattere più intimo e privato, questo scritto sarà metaletterario. Cuore e Vanitas formano in primis un dualismo da leggersi sotto un contesto tradizionale e quindi che investe l’icona e l’opera di significati morali, etici, religiosi, filosofico-letterari. In secundis, Cuore e Vanitas sono due elementi ancora oggi assolutamente primari dell’essere umano ed anche manifestatamente in contrasto nella realtà contemporanea. Uno spazio fisico e digitale che ci vuole costantemente pronta icona di noi stessi ma ci lascia riflettere poco sulla nostra precarietà e fluidità esistenziale ed emotiva. Temi di cui ad esempio ha scritto il filosofo e teorico, recentemente scomparso, Zygmunt Bauman (1925 – 2017) tacciando la nostra società come “liquida”. Spazio e comunicazione sono stati la “professione” delle arti maggiori e minori da sempre; passando dall’icona, dalla favola al racconto, al topos letterario. Valori che “l’era della riproducibilità tecnica” descritta da Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936) e contestualizzata negli studi di Ferdinando Bologna (Dalle arti minori all’industrial design. Storia di una ideologia, 1972) ha oggi in parte devoluto al concetto di “brand”. L’immagine si presta oggi a una “esperienza edonistico-consumista”, smacchiando da valenze simboliche delle icone mentali assolute quali ad esempio sono l’amore – cuore / la morte – teschio. Il primo binomio, massimizzatore dell’idea di congiunzione carnale, il secondo che porta il concetto ai minimi termini e potremmo dire “lo riduce all’osso”. Entro la conclusione dell’epoca moderna e della prima epoca contemporanea, Cuore e Vanitas sono state metronomo artistico ed estetico poi. Se oggi le immagini di pulsioni e terrorismi geodiffusi scorrono incessanti in quella dimensione senza soluzione di continuità definita da Bauman “società liquida”, lo fanno tramite un’esperienza percettiva elettronica e virtuale. Lo fanno confondendosi l’una nell’altra, in un trapasso di contenuti mortale per la sensibilità umana, per la sopravvivenza di una qualche forma di pìetas contemporanea. Cito come lettura necessaria  a questo tema il profondo saggio di James Hillmann, Un terribile amore per la guerra (2004). Quello che le immagini di oggi ci costringono a guardare è effettivamente un enorme impasto amorfo e policromatico di linguaggi audiovisivi contrastanti: dove il corpo è oggetto mediatico nella sua forma di desiderio e di martirio, amore e morte. Lusso e povertà. Nel passato, questo messaggio scorreva più lento in virtù della sua forza analogica e materica. Forse più statico nei panorami di affreschi, quadrerie e gallerie private, gruppi scultorei, intarsi, intagli, stampe, ma con un appiglio decisamente più epidermico nella società. Ecco che vorrei portare la mia esperienza di come Cuore e Vanitas siano stati fulcri presenti, e tutt’altro che discostati dal loro significato originario, nel processo di indagine del mio dottorato di ricerca in Storia dell’arte.  La ricerca non prevede dunque il solo momento dell’incontro con il testo, la fonte cercata, poi studiata, appresa e rielaborata in un testo. Vi sono momenti di grande introspezione, di profonda analisi e riesame di coscienza personale e di riflesso sulla ipotetica coscienza, personalità, valori, rapporti, pensieri, convinzioni intuite dall’approccio filologico e storico con la figura artistica indagata. La storia dell’arte appaga quanto di più autentico abbia una persona: l’estetica, ossia il meccanismo di percezione della realtà, dal greco “aistànomai”. Tre anni alla “ricerca del tempo perduto” di Luigi Ademollo (1764 – 1849), artista neoclassico. Strenuo e convinto esaltatore dei corroboranti valori del mondo arcaico e stoico, da lui impiegati ad uso e consumo di una realtà storica complessa. Seppe tenere in mano il pennello durante l’arco di molti stravolgimenti politici tra la fine delle monarchie assolute, le parabole imperial napoleoniche, la calma prima della tempesta che fu la Restaurazione e il Congresso di Metternich nel 1814 – 1815, e infine le insurrezioni dei moti risorgimentali, che però non vide. Vi propongo perciò un lavoro di estrazione quasi maieutica, filosofica, nell’immaginare un possibile dialogo attuale con Luigi Ademollo. Un’impossibile ma plausibile intervista, basata sulle fonti storiche certe di un canovaccio reale e sulla relazione privilegiata che uno studioso incontra con l’oggetto dei propri studi. Laddove lo studio intenso e duraturo portano a conoscere l’artista per la via della Vanitas, le opere, la corrente artistica, i luoghi, le personalità della sua fama esteriore lo conducono lentamente ma inesorabilmente alla scoperta dell’uomo, e dunque del Cuore.

Intervistatore (I): “Luigi Adamolli, detto per lo più Ademollo, nativo di Milano, figlio d’Antonio Adamolli e di Marina Medici, nacque circa il 1765″..conferma?

Ademollo (A): Innanzitutto vorrei correggere il dato sulla nascita perchè sono nato nel 1764, ma sa, qualche errore capita nelle ultime revisioni degli scritti..

I: Ecco, signor Luigi, come mai ha voluto scrivere come li chiama Lei…i suoi “Cenni biografici”? Molti suoi colleghi hanno preferito elogi funebri in Accademia, o occasioni ufficiali e hanno pubblicato in vita le loro biografie. Lei ha preferito lasciare ai posteri le sue memorie senza pubblicarle. Può spiegarci questa scelta?

A : Non è stata una scelta ponderata, a  dire il vero, ma dettata dalla difficoltà politica ed economica del momento, e che tutta la vita mi ha accompagnato. Non pochi sono stati i miei tentativi di emergere in società, tra Milano, Roma e Firenze le grandi città dei miei successi e maggiori insegnamenti. Voi oggi definite gli uomini di successo con un termine anglofono..”self made man”. Perciò le rispondo che volevo semplicemente raccontarmi, per l’uomo e l’artista che sono stato, sfogare qualche rimpianto, amarezza o congiunzione astrale sbagliata.

I: In effetti, la strada per la sua affermazione di accademico non è stata facile. Riassumo brevemente per chi non la conoscesse..ha vissuto in affido dagli zii e lavorato fin da piccolo in bottega, per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Milano a Brera. Sa che l’Accademia è ancora in attività, come moltissime altre, direi quasi tutte le accademie scientifiche e artistiche italiane sorte in età moderna?

A: Sì, sono stato informato e la cosa desta in me un grandissimo piacere e somma soddisfazione. Bossi, mio collega che ne fu poi direttore sarebbe pure lietissimo. Sì, Brera è stata la mia grande occasione ma non dimentichi il mio apprendistato teatrale…come scenografo. Vede, l’arte e lo spettacolo di oggi devono tutto al Teatro scenico, e con Rodriguez è stato faticoso ma anche molto appagante. Il Cuore, ossia l’amore e passione per questo mestiere, nei giovani nasceva così, giorno per giorno al fianco di grandi maestri, di ore chini a copiare i grandi capolavori del passato, in Accademia come nelle bellissime giornate romane..e vedo che Roma è ancora il grande sogno per gli artisti vostri.

I: Sì, signor Luigi ha ragione, Roma è cambiata ma il teatro ed il cinema poi, un’invenzione che per poco lei non ha potuto conoscere..l’hanno resa ancora più amata. Voi pittori avreste amato molto i film, tanti quadri in sequenza, un ciclo di scene dipinte che si muovono una dopo l’altra. Solo che invece di essere dipinte sono vere, sono la realtà!

A: Stupefacente! Incredibile” Giammai avrei immaginato si potesse l’uomo inventare un simile macchinario di fantasia! Ai miei tempi, la pompa, il trionfo, la finzione e l’artifizio erano condotte nel teatro e qualche volta in piazza o antistanti le chiese dove abbiamo costruito grandi raffigurazioni pei’ nostri sovrani. Celebrazioni, incoronazioni, funerali, presagi di speranza, di vita, di futuro, di gloria o di morte! …Il potere rappresentato sempre a fianco del suo ineluttabile tramonto e del senso di Vanitas.

I: Quasi un concetto filosofico il suo. La so infatti permeato di cultura classica e amante della storia antica, è così?

A: Sì, l’Antico è stato il mio grande amore artistico, come per molti giovani della mia generazione, un sentimento che voi avete chiamato “Neoclassicismo”. Ma vede? Ogni epoca cerca questo confronto con il passato che con il tempo acquista “misura” di sè stesso e si fa classico, compreso, storicizzato, rielaborato. Sono sicuro che tornerà questa esigenza perché l’uomo continuerà ad esprimere arte. Come ho detto più volte in Accademia a Firenze..” s’ha da esser del proprio tempo”.

I: Veniamo ai suoi luoghi del cuore..Milano l’ha vista nascere, ma i suoi studi sono stati tra Roma e la Toscana.

A: Sì, devo molto a Milano ai signori intarsiatori Gerli, agli studi di Accademia con il professore di Ornato Giocondo Albertolli, dai quali ho appreso le basi del mio mestiere di pittore e decoratore. Roma è stata molto importante, ho avuto amicizie a cui tengo sovra ogni cosa come l’esimio scultore Antonio Canova, la cui fama ho ben visto è viva ancora tra voi! Firenze, Siena, Arezzo, sono state ognuna casa mia nel corso degli anni: Luigi Ademollo “pittore milanese” mi chiamavano, e col tempo mi hanno apprezzato e tenuto da conto. Primo fra tutti il Granduca Ferdinando III, mio mecenate. Credette subito nelle mie capacità, tanto da affidarmi vari lavori di pittura nella Reggia di Pitti. Sono ancora lì e sono commosso per questo.

I: Se le dico Vanitas, a cosa pensa?

A: Penso sicuramente alle disgrazie della vita, personali, economiche, politiche. Ce ne sono state tante come ho scritto” dalle vicende dei francesi”, dal 1789, con “scarsità delle occasioni in quei tempi travagliati”.

I: Eppure la sua grande passione, vitalità artistica e abilità è stata richiesta anche da Napoleone in persona, non ne fu lusingato?

A:  L’arte come lei ben sa, è affar molto politico, e non potevo acciò tirarmi indietro. Ma in cuor mio mai ho tradito la mia fede verso il Granduca, e come ho scritto nella mia autobiografia “Luigi tirò tanto in lungo il suo lavoro che finalmente venne la sospirata tornata di Ferdinando”.

I: Leggiamo ancora dalla sua avvincente parentesi umana ed artistica come il piatto della bilancia penda verso la Vanitas quando di sè scrive:

“Luigi ha fatto un succinto del suo operare in pittura, ma non intende di entrare nelle proprie vicende, o buone, o cattive. Quello che di lui si può dire è che la vita sua si è menata nei tempi i più ripieni di guai, di rivoluzioni, di guerre…”.

..già gli si prometteva impieghi da persone distinte, ma cambiate vicende e persone, tutto sparì.”

A: Ho messo sicuramente tutto me stesso nella riuscita del mio lavoro, rimediando non sempre successi e dopo la mia morte lungo oblio e ringrazio i molti storici che vi hanno posto rimedio. Ho avuto cuore nel fare con dedizione il mio mestiere, di farmi un avvenire ma anche una famiglia, di dipingere per chiese e conventi senza esser retribuito ma solo perchè credevo nel messaggio di fede che stavo portando con le mie illustrazioni.

Ho cercato negli esempi morali dei grandi uomini greci e latini figure necessarie alla politica del mio presente.

I: Noi la ringraziamo per questo incontro, e del Cuore che ci ha mostrato, ricordando con le parole finali dei suoi Cenni biografici l’ardore del suo temperamento:

“..e così vedde egli che il cielo non gli volse dare tali riposi, traendo da questo avviso che conviene lavorare finché si regge”.

Egle Radogna

1. Gli estratti in corsivo provengono dalla autobiografia dell’artista  “Cenni biografici del pittore Luigi Ademollo scritti da lui stesso” comparsa in puntate nel 1851 sulla testata fiorentina “L’arte, giornale letterario, artistico, teatrale”. Il testo fu pubblicato in versione integrale da Gian Lorenzo Mellini nel 1974 e nel 1992.

Cuore e Vanitas: la mostra degli ossimori apparenti

Una mostra che associa due icone solitamente contrapposte. Al punto che in genere non vengono associate nelle esposizioni, le quali dedicano la loro attenzione all’una o all’altra. La scelta di Galleria Baroni, ossia di creare un continuum tra i cuori e i teschi-vanitas, vuole mettere in evidenza quello che è un  intreccio indissolubile, un ossimoro soltanto apparente, tra Eros e Thanatos. La mostra ripercorre nei secoli le espressioni artistiche del cuore e del teschio memento mori, approdando ai giorni nostri. Vi si trovano opere laiche e sacre antiche e moderne per un arco temporale che va dal XVII alla prima metà del XX secolo e spazia fra laico e religioso, dalle bottiglie per la manna di San Nicola a forma di cuore a raffigurazioni del cuore sacro di Gesù, come quelle dipinte su targhe e piatti in ceramica; dagli arredi – primo fra tutti la spettacolare specchiera veneziana dorata con rossi cuori laccati – ai dipinti, dagli stendardi e gli elemosinieri della confraternita della Buona Morte agli oggetti d’uso con teschi e cuori, fino a un’intera collezione di circa 100 teschi in materiali vari e di diverse epoche e funzioni. Convivono con gli oggetti d’epoca le opere contemporanee selezionate e ospitate dalla galleria, come “Avanzo”, una vanitas irriverente di Bertozzi & Casoni; la “Diagnosi incerta” di Alessandro Papetti; il cranio in corda d’ispirazione etnica di Jim Skull; la sorprendente Ballerina dal cuore grande in vetroresine, alluminio e inox del pittore e scultore Claudio Colaone; infine una carrellata di cuori di materiali diversi, come quello in acciaio da La Fucina Di Efesto e poi in marmo, in bronzo, in porcellana (per la faentina Fos/Elica), opere che offrono ognuna una personale e originale lettura di questa icona. Fa capolino alle pareti la fotografia, con tre toccanti immagini-metafora di Emma Vitti. Gli oggetti e le opere del passato, quelli moderni e i contemporanei mettono in evidenza la fascinazione esercitata da due icone che non possono “passare di moda”, poiché puntano dritto ai temi fondanti della vita umana: Eros, la forza vitale, l’energia creatrice, e Thanatos, la morte, fine e al tempo stesso conditio sine qua non di un nuovo inizio. Apparentemente contrapposti, essi sono in realtà due aspetti interdipendenti di un unico principio – il ciclo vita-morte – come suggerito dall’insolito connubio in mostra.

Orari: da martedì a sabato, dalle 15.30 alle 19.00. Ingresso libero. Chiusura mostra: 30 giugno.

An exhibition that combines two usually opposing icons and in fact they do not normally be associated in the exhibits. The choice of Gallery Baroni, is to create a continuum between the hearts and the skull-vanitas, in order to highlight what is an indissoluble interweaving, a merely apparent oxymoron between Eros and Thanatos. The exhibition traces through the centuries the artistic expressions of the heart and of the memento mori skull, landing to the present day. There are secular and sacred works from the seventeenth to the first half of the twentieth century, ranging between secular and religious, with an exceptional collections of 100 skulls in different materials and different ages and functions. In association with ancient objects, the exhibition shows contemporary works selected and hosted by Galleria Baroni, like an irreverent vanitas by Bertozzi & Casoni; the “Uncertain Diagnosis” by Alessandro Papetti; skull realizied with rope by Jim Skull; an amazing dancer with a big heart of the painter and sculptor Claudio Colaone and a gallery of hearts of different materials, such as the one in steel from La Forge Of Hephaestus and others in marble (Matteo Faben), in bronze (Peter Porazsnik), in ceramic (for Faenza Fos Ceramiche), all works which offers a personal and original reading of this icon. On the walls: drawings, paintings of XVIIth century and metaphoric photos of Emma Vitti. Objects and works of the past, modern and contemporary highlight the fascination exerted by two icons that cannot be “out of fashion”, since they go right to the basic issues of human life: Eros, the life force, the creative energy, and Thanatos, the death, the end and at the same time conditio sine qua non of a new beginning. Apparently opposite, hearts and vanitas are two interdependent aspects of a single principle – the life-death cycle – as suggested by the unusual combination on display.

Photocredits @AndreaSatta

 

 

Frammenti di Natale

Nel numero di dicembre della rivista “Antiquariato” per la quale curo la rubrica “L’Esperto Risponde” c’è un bell’articolo (pag. 96) dedicato a una mostra sul Natale che si tiene a Francoforte: “Notte santa. La storia cristiana e la sua rappresentazione”, aperta fino al 29 gennaio 2017 alla Liebieghaus, museo specializzato in scultura e diretto da uno studioso di questo tema iconografico, Stefan Roller. Vi si possono vedere stampe, miniature, fondi oro, sculture, vetrate e oggetti curiosi che raccontano la Natività. In omaggio a questo tema iconografico abbiamo creato in galleria un angolo con “Frammenti di Natale”: un insieme di oggetti di diverso genere, epoca e materiale. Innanzitutto il presepe in terracotta faentina che abbiamo illustrato nell’articolo “Un presepe speciale”. A questo abbiamo aggiunto un gruppo di tre pecore in legno intagliato da presepe napoletano del XVIII secolo; un Bambin Gesù in cera del XVIII secolo e una serie di statuine siciliane del XIX secolo che hanno la particolarità di indossare abiti in stoffe vere inamidate; infine un dipinto sotto vetro con la Natività di probabile provenienza veneziana della fine del Settecento.

 

Un presepe speciale

FullSizeRender (46)Come ogni anno in Galleria Baroni appare il presepe in ceramica faentina firmato Nonni e Bucci. E’ composto dalla sacra famiglia – Gesù Bambino, Maria e San Giuseppe – con tre angeli musicanti. Il gruppo è stato plastificato da Francesco Nonni (1885 – 1976) incisore, pittore e ceramista faentino, e ceramicato da Anselmo Bucci (1887 – 1959)  pittore, incisore e grande tecnico della pasta e della cottura della materia ceramica. Ogni pezzo è firmato alla base da questi due noti artisti faentini,  datato 1949  e numerato 1. Un presepe simile è custodito al Museo di Faenza, numerato 3 e composto da più statuine rispetto al nr. 1. Sono tre in tutto i presepi realizzati a firma Nonni – Bucci, ma del numero 2 non si ha traccia. Una caratteristica interessante è che le figure sono state realizzate con un colore grigio “a lustro”, sia quelle del gruppo nr. 1 sia quelle del gruppo nr. 3, affini ma non identiche, in quanto modellate singolarmente e non prodotte a stampo. Il presepe in Galleria Baroni è composto anche da due angeli di un color bianco sfumato firmati sul retro Tamburini, un bravo ceramista della stessa fabbrica, ma non all’altezza di Nonni e Bucci.

Ed eccolo allestito in galleria20161206_152519

Optimized-presepeLike every year at Baroni Gallery appears highly glazed ceramic nativity signed Nonni and Bucci. It is composed of the Holy Family – Baby Jesus, Mary and Joseph – with three musical angels. The group has been plasticized by Francesco Nonni (1885 – 1976) engraver, painter and ceramist from Faenza, and ceramic inner Anselmo Bucci (1887 – 1959) painter, engraver and technical of ceramics. Each piece is signed on the basis of these two well-known artists from Faenza, dated 1949 and numbered 1. A similar crib is kept at the Museum of Faenza, numbered 3 and with more statuettes than the nr. 1. The cribs signed Nonni – Bucci are three, but the of number 2 we have no trace. An interesting feature is that the statuettes are in grey ceramic “a lustro”. The two groups (nr. 1 and nr. 3) are similar but not identical, as modeled individually and not produced in the mold.

Un cuore per la manna di San Nicola

Optimized-IMG_7990Il cuore, uno dei due simboli iconografici della mostra in preparazione, diventa anche la forma di una bottiglia particolare: quella destinata a raccogliere la “manna” di San Nicola (270 – 343), ossia il liquido che da sempre si forma nella tomba del santo. Alle moderne analisi chimiche, è risultata un’acqua quasi pura. I fedeli la considerano un miracolo, in quanto la ritengono un liquido taumaturgico che sgorgherebbe dalle ossa del santo (per alcune liturgie invece dai marmi della tomba).

La prima testimonianza sulla manna del santo risale al biografo di San Nicola, Michele Archimandrita, intorno al 710-720. Secondo l’agiografo, fin dalla sepoltura nella Basilica di Mira, dove san Nicola esercitò l’episcopato, iniziò a sgorgare dal corpo del santo un oleum con poteri taumaturgici, che il biografo chiama myron. Nel panorama agiografico mediterraneo l’essudazione di liquidi da reliquie di santi è piuttosto frequente, ma il liquido di San Nicola è fra i più famosi. Il liquido veniva raccolto in piccolissime quantità con una piuma e i pellegrini dei secoli V-VI se lo portavano via in piccoli contenitori ed ampolle (le cosiddette eulogie, di cui non se ne è conservata nemmeno una). Un successivo riferimento alla manna si legge nell’inno in onore di San Nicola scritto da Teodoro Studita nell’826. Il nome myron ritorna in testi poetici del secolo IX, in cui si gioca con l’allusione a Myra, la città di cui fu vescovo il santo. In Occidente il primo scrittore che ricorda la “manna” di san Nicola è Giovanni di Amalfi (950 circa), seguito da altri che puntualizzano i miracoli operati dal suo flusso e l’impatto del prodigio sulle folle di pellegrini. Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari si impadronì delle spoglie di San Nicola, che nel 1089 furono poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore. Con questa azione la popolazione di Bari voleva rilanciare la città che, dopo la conquista normanna, aveva perduto il ruolo di capitale dell’Italia bizantina. In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non solo una benedizione spirituale, ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico. Innanzitutto fecero irruzione nella basilica di Mira, impadronendosi del liquido estratto dal sepolcro e raccolto in un’ampolla di vetro. Da qui la versarono in otri, che dovrebbero rappresentare i più antichi esemplari delle “bottiglie della manna” baresi.

 Negli anni a venire i Baresi fecero incetta della manna, che custodivano in graziose “bottiglie” dipinte con l’immagine e scene della vita di san Nicola. Esse presentano una grande varietà e tipologia, fra cui, appunto, quelle a forma di cuore presenti nella mostra “Cuore e Vanitas” alla Galleria Baroni.

Il santuario di San Nicola da Bari è ancora uno dei più fiorenti della cristianità, non solo cattolica, ma anche ortodossa. Ricordiamo che quando Putin venne in Italia egli si recò in visita al santuario di San Nicola a Bari.

Empire chandelier from Sapegno’s Collection

6This russian Empire chandelier was for many years in the roman apartment of the italian literary critic Natalino Sapegno (1901 – 1990), one of the Optimized-lampadario Sapegnomost distinguished historians of the 900 Italian literature. Very famous are his commentary on the Divine Comedy of Dante Alighieri and its Compendium of History of Italian Literature 1936-1946 whose pages have formed generations of students. His roman house was frequented by well-known academic, intellectual, artistic and political people and they could appreciate the strictly Empire style which charactarized the furnishings of all the rooms. The “art-director” of this furniture was Sapegno’s wife, Mariella, whose adviser was Mario Praz (1896 – 1982) the notable italian critic of art and literature, whose passion was the neoclassical art. Praz was her guide for the first purchasing, which were the origin of a beautiful rich collection to which it belgons the chandelier in the picture. I bought it in 2011 at the Porro’s Auction in Milan for the sale of paintings and furnishing from the house of Natalino Sapegno. It is a gilt bronze chandelier with cut crystals and it is composed of a large cup from which extend six gilded bronze arms, each wrapped by a snake in attack position against the ibis – the sacred bird of the Nile – which is leaning against the edge of the cup. There are two stems shaped like an inverted trumpet, one inserted in the other and the final part is enriched by curved stems with leaves and pendants (h 120 cm, width 85 cm). For more info: galleriabaroni@gmail.com.

Il prossimo progetto? Verte su “cuore” e “vanitas”

“Ti amo da morire”, un ossimoro complesso che attraversa la storia e che Galleria Baroni ripercorrerà nei secoli mettendo in scena i due simboli per eccellenza di Amore e Thanatos:cuore koons il cuore e il teschio-vanitas, diventati persino icone del contemporaneo, da quello artistico più quotato – si pensi al cuore di Jeff Koons e al teschio rivestito di diamanti di Damien Hirst – ateschio hirst quello più popolare e fashion, invadendo abiti e accessori moda di grandi stilisti e indossati dalle star, così come quelli destinati ai teen agers. Per non parlare di gioielli e bijoux, in cui il cuore e il teschio hanno ispirato artisti famosi ma animano anche la bigiotteria più modesta. In questo gioco di simboli, rimandi, allusioni e illusioni, tra arte e moda si inserisce la prossima mostra di Galleria Baroni, con opere laiche e religiose dei secoli passati – ad esempio una monumentale specchiera dorata con cuori rosso acceso, bottiglie della manna di San Nicola, elemosinieri a forma di cuore – fino a espressioni di arte contemporanea, come la vanitas in ceramica di Bertozzi e Casoni o una scatola scenica con teschi di Alessandro Papetti. E’ l’inizio, soltanto l’inizio di una mostra che si sta arricchendo in vista dell’inaugurazione di dicembre. E mentre si individuano e si selezionano opere per l’esposizione, sono iniziati i contatti per il programma degli eventi culturali con letterati e psicanalisti, per rimanere fedeli allo spirito delle iniziative della galleria: temi da scandagliare attraverso i secoli e con un occhio rivolto alla psiche, come origine di creazione ma anche come modalità di fruizione.

Ti amo da morire (I love you to death) a complex oxymoron that crosses history. Baroni Gallery will trace the centuries by staging two symbols par excellence of Eros and Thanatos: (heart and skull vanitas). Think of the heart of Jeff Koons and the skull covered with diamonds of Damien Hirst. The heart and the skull are still icons, in the arts as well as in fashion, for the stars or for teen agers, it doesn’t matter. Even in jewelry the heart and the skull have inspired famous artists but also enliven the more modest jewelery. In this game of symbols, references, allusions and illusions, between art and fashion is part of the upcoming exhibition Gallery Baroni, with secular and religious works of past centuries, for example a monumental golden mirror with red hearts, bottles of St. Nicholas manna, almoners heart shape up to contemporary art expressions, such as ceramic skull of Bertozzi&Casoni or a scenic box with skulls Alessandro Papetti. It is the beginning, only the beginning of an exhibition that is enriching for the inauguration of December and we are selecting contemporary works. 

Livia Negri

 

Which kind of Eclecticism we want?

Optimized-coppia divanettiIn the last times we can see many styles living together in a sort of eclecticism: Minimalism, Ethnic, Vintage, Neo-Baroque… and often in this mix we see furnishings which are copy of antiques. The question is: why should we prefer a copy instead of an original furniture? Reproducing the past makes sense if an artist or a designer gives a personal interpretation of an old style in a new manner, otherwise it’s a steril work. On the contrary, an antique furniture tells us a story, our story, and has a cultural meaning, showing the evolution (sometimes the revolution) of the aestethic taste and of the styles, which reflect social (re)evolution. Furthermore, an original furniture is ecological. The challenge, for an interior dOptimized-divanetto part copiaesigner, in my opinion is to give a new sense and a new interpretation of the antiques through the way in which he places it in a contemporary context. In this challenge he can show his creativity, his fantasy and his cultural background. You don’t Optimized-divanetto part 2 copianeed great expertise and talent in mixing different styles, but you need high skills and professionalism in giving a new interpretation of the antiques, playing with mentions, references, irony etc… It was very different in the eighties, when you could see an entire room in a unique style, for example Neoclassic (Louis XVI, Empire, Directoire, Biedermeier), with original furniture and contemporary copies together. Today this is unthinkable. We are in an eclecticism era and if we don’t want a steril eclecticism, we have to give a new meaning to the past, with the capacity of reading the contemporary through a social, historical and cultural lens: historia magistra vitae. So, the challenge is to find an original collocation and use of an antique furniture in a contemporary context, giving in this way a new meaning of the entire decor. It means to find concordance among works which are from different ages but which are able to create an harmonic dialogue. This pair of rococo sofas (cm 128x143x35), for example, can’t be imitated, because they tell their own story. They show the transition from a rococo to a neoclassic style: this story can’t be reproduced. The two sofas are in carved wood painted in blue and gilded, the back has curled boss and they have curved legs and curved armrests, that are rococo elements, but at the same time we can sense a neoclassic atmosphere. In the opinion of the famous art historian Alvaar Gonzalez Palacios, who wrote an expertise of these sofas, their bizarre formal design remembers the german style: the furniture of Francois Cuvilliés and the draws of two ornamentalists, Franz-Xaver Habermann and Johann Michael Hoppenhaupt, who worked for courts of princeps and bishops like Dresda and Berlin. The provenance is Bavaria, the date 1770.

I propose a game to the interior designers: to create a modern and original decor modern for these sofas, for any room you like (lounge, hall, bedroom…). Let’s go!

Sergio Baroni

Il nuovo ruolo dell’antiquariato

Optimized-2014_11_26_andrea_satta_Baroni_0240Un’ambientazione all’insegna dello “stylemix”: la commistione stilistica. In questo “setting” abbiamo accostato un grande camino lucchese in pregiatissimo marmo di Carrara di epoca Luigi XVI, che mostra elementi decorativi già Impero, a una caminiera in legno laccato e dorato Luigi XVI di provenienza lombarda. Ai lati si trovano due consoles Luigi XVI di provenienza toscana, in legno laccato e dorato, con piano in marmo Broccatello di Siena. Alle pareti grandi specchiere genovesi Luigi XV con mascheroni e volute che racchiudono altri specchi. Sui piani delle consoles o del camino a nostro giudizio starebbero bene oggetti moderni, come una scultura novecentesca, vasi Venini, ma anche opere d’arte di design contemporaneo… è questo a nostro parere il nuovo ruolo dell’antiquariato, non più inteso come ricostruzione di un’epoca, ma come “inserto” in una combinazione creativa e personale, senza il dovere di rispettare stili e provenienze come voleva la tendenza negli ultimi decenni del Novecento. Sono in molti ad amare il Luigi XV o il Luigi XVI, al punto da acquistare copie perfette… ma il nuovo deve essere nuovo, non in stile, non una replica, per quanto ben eseguita. L’originale è meglio, soprattutto perché è autentico, testimone e documento del tempo e di una storia. Inserire il passato nel moderno e nel contemporaneo significa mantenere la nostra memoria e, quindi, la nostra identità. E’ giunto il momento di considerare l’antiquariato come una componente di un arredo moderno, che può valorizzare e personalizzare una casa, conferendole una nota di originalità.