Mostre: a Castel Bolognese le testimonianze delle confraternite

47bisPer gli appassionati di arte, antiquariato e collezionismo, più in generale per chi è curioso di testimonianze storiche, segnaliamo la mostra “Elemosinieri e urne da votazione” che inaugura sabato 1 febbraio nella sede centrale della Banca di Credito Cooperativo della Romagna Occidentale per festeggiare i 110 anni della sua attività. All’Istituto di Credito si è affiancata la Confraternita della Madonna della Misericordia, che ha colto l’occasione per celebrare i 20 anni dalla sua ultima riapertura, dopo un lungo periodo di inattività. Anche Castel Bolognese, come gli altri Comuni italiani, ha visto la nascita delle confraternite sul suo territorio: una forma di associazionismo impegnato in attività di assistenza, carità, beneficienza, catechesi. Si tratta di un fenomeno che, nato agli albori del cristianesimo, fiorì in età comunale per il nuovo impulso vissuto dai centri urbani a partire dal XII secolo. Di natura “secolare”, le confraternitas erano associazioni pubbliche di cittadini che seguivano ed esercitavano le virtù cristiane, affiancandosi ai vari ordini religiosi secolari e regolari: cavallereschi, monastici e conventuali. Le numerose e impegnative attività di assistenza, carità, riscatto, beneficienza verso infermi, poveri, carcerati, moribondi, prigionieri di guerra, così come la costruzione e la gestione di edifici religiosi e ospedali richiedevano la raccolta di ingenti somme di denaro, che le confraternite raccoglievano tramite lasciti, offerte e donazioni. E’ in questo contesto che entrano in gioco gli elemosinieri, strumenti fondamentali per la vita associativa e di cui la mostra offre una rara testimonianza, con circa 60 esemplari dal XVI al XX secolo (collezione Baroni). Sono costituiti per lo più da contenitori nelle forme più varie, ma si presentano anche come sacchetti sorretti da strutture in ferro o in legno o addirittura come statuette; generalmente in legno, metallo, stoffa, presentano sobrie decorazioni incise, a rilievo, dipinte, laccate. Un altro documento è l’urna da votazione, di cui la mostra offre alcuni esemplari. Anch’essa è una preziosa testimonianza di parte della vita operativa delle confraternite, in quanto simbolo di una primitiva democrazia partecipativa: dopo aver discusso collettivamente nella sede preposta all’assemblea, si procedeva alla votazione – SI/NO o bianco/nero – e si concludeva con la raccolta dei fondi per le azioni deliberate. Anche le urne presentano forme, colori e decori diversi, come gli elemosinieri. E’ facilmente intuibile a questo punto comprendere la differenza tra un elemosiniere da confraternita e uno da chiesa. Il primo è molto più piccolo, maneggevole e, come detto, decorato nei modi più vari: colorato con laccature, dorato a foglia oro, intagliato o inciso ecc. Quello da chiesa è per ovvie ragioni molto più solido e voluminoso, simile a un forziere, anche per poter resistere a eventuali tentativi di scasso o furto (in mostra ve ne sono due modelli, immediatamente riconoscibili). Gli esemplari da chiesa non presentano quindi il virtuosismo e l’eleganza di quelli da confraternita, a volte anche spiritosi, come l’oggetto esposto a forma di chierico che ringrazia. Tante dunque le versioni, tutte risultato di un lavoro artistico a più mani: c’era chi disegnava il modello, chi intagliava, chi dorava, chi eseguiva le lacche, chi cesellava… L’importanza degli elemosinieri e delle urne da votazione sta dunque nell’essere una delle rare documentazioni delle confraternite, che ci permettono di percorrere la storia di un importante fenomeno legato all’etica cristiano-cattolica. Ai giorni nostri, in un mondo ormai secolarizzato, si è persa la memoria collettiva delle confraternite; benché ancora esistenti all’interno del mondo cattolico, esse non hanno più la stessa operatività dei secoli passati. Come ultime espressioni di questo mondo legato alla storia, possiamo ricordare la loro partecipazione alle processioni, peraltro anche queste ormai inconsuete. Una delle immagini che forse rimane nella memoria, sono i confratelli che partecipano alla processione con caratteristiche mantelle e cappe e il distintivo con il simbolo della confraternita.

Fino al 10 marzo. Orari: ven 10-12, sab e dom 10-12 e 15-19; per info: 0546-50244, 340-4941710.

“Da Giani a Reggiani”, due artisti per uno stesso viaggio

felice giani 3Un singolare fil rouge tra il neoclassico Felice Giani (1758-1823) e l’eclettico artista contemporaneo Cesare Reggiani: il viaggio nei paesaggi dell’Appenino romagnolo; che a Milano viene ripercorso alla Galleria Antichità Baroni con un inedito autoritratto del decoratore settecentesco. Da giugno a settembre 2013 la Galleria Baroni ha ospitato un’esposizione dedicata a un viaggio compiuto da due artisti a oltre 200 anni di distanza: il tragitto Faenza-Marradi, lungo la valle del Lamone sull’Appenino tosco-romagnolo. Percorso nel 1794 dal pittore piemontese Felice Giani durante il soggiorno romagnolo, che lo “annotò” per immagini nei 22 fogli che compongono il suo Taccuino di viaggio. Ripercorso da Cesare Reggiani nel 2012, che ci restituisce le stesse tappe in chiave moderna. E così, passato e contemporaneo dialogano attraverso i paesaggi interpretati da queste due forti personalità. La mostra è un omaggio a Giani e al contempo un riconoscimento a paesaggi dagli scorci bellissimi, grazie al tocco nitido e leggero, mai banale, di un artista sorprendente come Reggiani, illustratore ancor prima che pittore: stazioni, ponti, ville, caselli calati in un’atmosfera metafisica che li rende evocativi e poetici. Ma c’è di più: l’omaggio a Giani è rafforzato da un inedito autoritratto, recentemente scoperto, dell’artista giovanissimo, accompagnato da uno scritto di suo pugno. Un’opera ovviamente diversa da quelle della maturità di questo significativo interprete dell’arte neoclassica in Italia, abile in vaste decorazioni parietali così come in semplici, graziosi disegni di cui la mostra offre qualche esemplare. Disegni che attestano una profonda comprensione della pittura antica e la piena adesione alla poetica del Winckelmann (1717-1768) e di Mengs (1728-1779), in una parabola ascendente di eleganza e raffinatezza. Durante il suo soggiorno faentino Giani contribuì ad arricchire la stagione del neoclassico locale con il contributo di un’esperienza e di una cultura internazionali. Oltre al ciclo per Palazzo Milzetti, oggi Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna, si ricordano le decorazioni della Galleria dei Cento Pacifici (1786-87), di Palazzo Conti (1787, 1801), di Palazzo Laderchi (1794, 1796), Palazzo Naldi (1803, 1809), considerato il momento più creativo della sua produzione, Casa Tassinari, Casa Ugolini (1800), Casa Bandini (1802), Studiolo di D. Strocchi (1808), Palazzo Severoli (1811), Palazzo Gessi (1813), Palazzo Morri (1816), Palazzo Cavina (1816), Palazzo Pasolini dall’Onda (1818), Casa Montanari già Fagnoli (1818), Casa Caldesi (1820).