Goya, riflessioni dal film

Ho consigliato ad amici e conoscenti la visione del film Goya. Visioni di carne e sangue, che è stato in programmazione il 2 e il 3 febbraio scorsi. Per la regia di David Bickerstaff, il film costruisce lo straordinario percorso artistico di Francisco Goya con una panoramica esclusiva alla mostra Goya: the Portraits della National Gallery di Londra. Dopo averlo visto io stesso, confermo il mio consiglio: è un film di grande impatto, coinvolgente, che ci fa conoscere l’arte e l’umanità del grande artista spagnolo nel suo contesto storico, capace di assorbire il passato e di preludere alla modernità. Di impatto anche per l’altissima risoluzione delle immagini che fanno apprezzare la sua pennellata nei minimi dettagli di tratto, tecnica, luce e colori, per un percorso artistico eclettico e mai uguale a se stesso. Altre due perle sono: innanzitutto il “taccuino italiano” (visibile in occasioni eccezionali) che Goya tenne tra il 1769 e il 1771 con disegni, schizzi, annotazioni, riflessioni e perfino conteggi durante il suo soggiorno in Italia, che visitò per ritrarre dal vero le opere d’arte del nostro Paese; la seconda perla è un quadro che non esce mai dal Museo del Prado, La famiglia di Carlo IV… insomma, non mancano le emozioni per un film che rimane documentaristico. E’ interessante anche la finestra storica che si apre attraverso la lettura che ne dà l’artista stesso: ritrattista reale e pittore di corte, egli non fu impermeabile alle vicende che segnarono il suo Paese, espresse magistralmente nel ciclo delle “pitture nere”, come nei Capricci e nelle tele che raccontano la ribellione spagnola agli invasori francesi, oltre alla sensibilità dimostrata verso le tradizioni come la corrida, i duelli, la caccia.

Una riflessione molto personale che mi ha suggerito il film, dovuta anche al richiamo a Velàzquez (1599 – 1660) e al riferimento a Picasso (1881 – 1973) è che la pittura spagnola, a differenza a mio parere di quella italiana, si polarizza attorno a queste tre figure centrali – Velàzquez, Goya e Picasso – che nella loro grandezza e unicità rimangono il fulcro della storia artistica del Paese, determinandone l’evoluzione lungo un fil rouge. Anche in Italia ci sono figure con cui tutti gli artisti, in un modo o nell’altro, devono “fare i conti”, basti pensare a Giotto, a Michelangelo o a Caravaggio. Ma le personalità di spicco, con aspetti geniali e originali che ruotano attorno ai grandi maestri, sono così numerose che contribuiscono tutte assieme a dare l’impronta dell’arte italiana, come in una sorta di collegialità. I fenomeni culturali italiani non sono a mio parere identificabili con singoli personaggi in modo così netto come avviene invece in Spagna e in altri Paesi.

Sergio Baroni

 

 

Ademollo, interprete naturale della poetica dantesca

Alcuni artisti di epoca neoclassica si ritrovarono nella ‘selva oscura’ della Divina Commedia per rivelarla con le loro immagini. Fra questi va inserito il contribuito inventivo del pittore e incisore Luigi Ademollo (Milano, 1764 – Firenze, 1849). Poco noto nel panorama artistico italiano ma chiave di collegamento per gli sviluppi neoclassici e preromantici affluiti in ambito toscano, argomenti che vedranno presto la luce nel quadro della ricerca dottorale universitaria di chi scrive. Questi prese parte all’edizione fiorentina della Divina Commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, pubblicata all’Insegna dell’Ancora, in quattro volumi tra il 1817 ed il 1819, su progetto e commissione degli editori A. RENZI, G. MARINI, G. MUZZI. L’opera fu poi intitolata allo scultore Canova, peraltro amico e sodale di Ademollo, a carico del quale, nell’iscrizione dedicatoria, traspaiono l’idea, la concezione e l’intima speranza di trasfondere le disamine dell’Antico remoto e prossimo da Fidia fino al Vate: “Altri motivi pur ci consigliano ad offerirvi il Poema sacro del divino Alighieri. Egli nell’effigiare e dipinger il pensiero colla parola a tutti i moderni poeti sovrasta; come Voi nel trarre dal marmo volti vivi, e visibilmente favellanti altrui sovrastate”. L’interesse per la Divina Commedia s’inserisce infatti in un grande processo collettivo di ricerca dell’identità storica nazionale, mediato attraverso secoli di selezione degli exempla della letteratura italiana moderna portatori di stilemi culturali ed etici.

L’Ademollo si fa interprete naturale della poetica dantesca, che è affine all’iconografia dell’artista, con un linguaggio espressivo carico di pathos, enfatico, moralizzante, antichizzante e fieramente rispettoso dei valori umani e cristiani riuniti nella pìetas che fu simbolo di dìgnitas pagana e religiosa. L’artista inventò, disegnò e incise, alternandosi con Giovanni Paolo Lasinio e forse il padre Carlo, le 43 tavole della cantica dell’Inferno e 32 di quella del Purgatorio, passando poi il testimone al più giovane collega Francesco Nenci, che terminò le illustrazioni fino al Paradiso. Il modus operandi di Ademollo si pone come un interessante unicum fra le letture visive neoclassiche del tema dantesco. Nelle sue tavole si compie una parabola dell’animo umano che parte da un’apice iconografico aspro, lunare e terrifico nell’Inferno, per digradare attraverso il pathos, e l’urgenza drammatica e drammaturgica dai gesti ai visi, nelle invenzioni del Purgatorio via via più intime e meditative. Drastiche e concrete, in ombratili contrasti chiaroscurali, le composizioni ademolliane sono l’apax nell’interpretazione purista e accademica corrente e maggiormente sentita dagli artisti in contatto con il clima culturale peninsulare. Vedi i disegni asciutti e lineari del nordico Flaxman (1793) tradotti in incisione da Tommaso Piroli (AA.VV, Flaxman e Dante, 1987). Piuttosto, lo stile di Ademollo prende le mosse da quell’intemperie di giovani artisti radunatisi a Roma sul finire del XVIII secolo, e consociatisi in un circolo di dibattito culturale noto come l’Accademia dei Pensieri e fondato dai pittori Felice Giani e Michael Köck. Interpreti atipici dei caratteri della nobile semplicità e quieta grandezza, professata dalla dottrina neoclassica di J. J. Winckelmann, chi fece parte di quel gruppo espresse con più esprit libre l’idea dell’antico e la sua storia. Un secondo spunto per il nostro artista va visto nell’esempio letterario del drammaturgo piemontese Vittorio Alfieri, che nella sua analisi della Commedia fin dal 1775 vi cercò la leva e lo stimolo per la chiave di scrittura teatrale che delineerà il suo stile tragico e drammatico (C. SISI, F. LEONE, 2007). L’Ademollo fin dai suoi cicli pittorici giovanili, a tema epico e profano, fece tesoro della poetica di Alfieri con cui fu forse in contatto e rinnovò poi nella carica umana delle sue invenzioni dantesche questo afflato. Mentre in campo artistico, il caso ademolliano trova dunque risonanza con le influenze nordiche e mitteleuropee: nelle espressioni preromantiche e sublimi legate alla cultura ossianica con Nicolai Abildgaard, Asmus Jacob Carstens, Carl August Ehrensvärd. Per ritornare in patria con riproposizioni dello stesso tema dei colleghi Luigi Sabatelli che inscena l’Inferno nel 1794 e tra 1824 e 1826 la serie dantesca di Bartolomeo Pinelli. Le pagine illustrate in questa edizione fiorentina preludono alle inquietudini crepuscolari del XIX secolo, a ben vedere le grottesche figure demoniache e di anime infernali; così come l’introspezione psicologica nelle scene di sofferenza nella seconda cantica e preludio al risveglio della coscienza e ‘risalita verso le stelle..’

Il legame fra le incisioni di Ademollo e i Frammenti danteschi proposti nella mostra in corso d’opera nella Galleria Baroni trovano in questi nodi interiori il loro punto d’incontro. La fascinazione per il tema culturale dantesco prende pure le mosse proprio dalla continua ricerca di conferma delle qualità morali e dell’intimo dialogo fra l’uomo e il sacro, in quella “perdita del centro” analizzata dal critico Hans Sedlmayr (II Ed. italiana, 1983). Il rapporto tra l’uomo e Dio è dunque turbato dai fantasmi della realtà di cui l’individuo post illuminista non si può più liberare. Arriviamo così alle interpretazioni contemporanee che attori e registi continuano a dare al poema di Dante; per cui mi piace citare la lettura cinematografica dell’Inferno A T.V. Dante: the Inferno  diretto da Peter Greenaway, con la collaborazione del pittore Tom Phillips (1985 – 89, GB), come espressione della nostra interiorità, le sue allucinazioni nonché rinascite (T. KRETSCHMANN,2010/11;2012).

Egle Radogna

Dottoressa in Storia dell’arte e dottoressa di ricerca in Storia e conservazione dei beni culturali architettonici e artistici dell’Università di Genova; attualemnte speaker presso Orme radio, web radio Empoli nella trasmissione Nuove GenerAzioni (Coltiviamo La Cultura in Genere).

Il retroscena di “Ademollo”

Questa vecchia foto che ritrae Gianni Versace e Sergio Baroni nei primi Anni 80, ci rimanda elle origini della mostra “L’affresco neoclassico nella vena creativa di Luigi Ademollo”. Alla fonte c’è infatti una storia di amicizia e di rapporti professionali tra Sergio Baroni e Gianni Versace.

ademollo-3Così racconta Baroni: “Ho conosciuto Gianni Versace nei primi Anni 80, quando ancora non si era trasferito a Milano e quando, per motivi familiari, mi recavo a Reggio Calabria a trovare mia sorella. Versace allora non era lo stilista noto in tutto il mondo che sarebbe poi diventavo. La stima reciproca nata allora sfociò in seguito in una collaborazione professionale. Al suo trasferimento a Milano, infatti, Gianni mi chiese di entrare nel suo ufficio stampa, dove lavorai assieme ad Anna Zegna: lei si occupava dei rapporti con la stampa, io degli eventi speciali. Parallelamente continuavo a coltivare il mio interesse per le arti decorative e l’antiquariato e le competenze sviluppate negli anni precedenti in questo settore mi permisero di offrire la mia consulenza su arredi e oggetti per Gianni Versace. Appassionato dello stile neoclassico, egli volle arredare la sua villa sul lago di Como completamente in questo stile, dedicando un’intera stanza a Luigi Ademollo. Osservandone le opere è facile capire come questo originale artista fosse nelle sue corde: i colori, i voluminosi drappeggi dei costumi, la drammaticità teatrale… tutto coincide con il gusto Versace. Io avevo già avuto modo di apprezzare Ademollo a Pietrasanta, dove viveva allora mio fratello, e a Pisa, città che frequentavo perché vi abitava mia sorella, diventandone. Lo potei apprezzare anche in altre città toscane: Firenze, Arezzo, Siena, Lucca… diventandone a mia volta un estimatore. La ricchezza, l’originalità, la fantasia, la sfarzosità delle vesti, la drammaticità dei gesti, l’accento sull’effetto scenografico che manda in secondo piano il rispetto dei canoni accademici e delle proporzioni anatomiche (si vedano gli arti possenti, le grandi teste e le voluminose capigliature) in una parola la sua personalizzazione antiaccademica dello stile neoclassico mi colpirono immediatamente. Una volta dispersa la collezione, cercai infatti di reperirla tramite aste, integrandola con opere da collezioni private e oggi sono felice di portare l’attenzione a un artista, grande affrescatore, fino a oggi a mio parere ingiustamente trascurato.”

La Galleria Baroni partecipa alla mostra “Da Brera alle Piramidi”

Sfingi ImperoUna coppia di sfingi siciliane dei primi Ottocento è il prestito della Galleria Baroni alla mostra “Da Brera alle Piramidi” che si tiene alla Biblioteca Braidense di Milano dal 21 febbraio all’11 aprile 2015. A curarla la Biblioteca stessa in collaborazione con la Cattedra di Egittologia dell’Università degli Studi di Milano. L’intento è quello di sottolineare il forte legame tra la Valle del Nilo e la città di Milano, in particolare con Brera, riconosciuta internazionalmente come uno dei maggiori poli culturali della città. Altri prestiti arrivano dalla raccolta Egizia del Civico Museo Archeologico di Milano, dall’Archivio Storico Ricordi e da antiquari e privati. Il tema è il ricorrere del gusto egizio nel corso dei secoli, dal XVI al XIX, mettendo in evidenza il collegamento tra la conoscenza reale dell’Egitto attraverso gli scavi e le pubblicazioni e l’impatto sull’immaginario collettivo, che portò alla realizzazione di oggetti e di opere artistiche che reinterpretarono l’Egitto. Origine di questa passione fu lo stile Retour d’Egypte (1798 – 1815), nato dalla campagna napoleonica in Egitto. Il trampolino di lancio fu la pubblicazione nel 1802 del Voyage dans le Basse et la Haute Egypte pendant les campagnes du général Bonaparte a cura del barone egittologo Dominique Vivant Denon, che raccoglie i disegni degli artisti e degli studiosi al seguito di Napoleone durante la campagna per ritrarre i reperti archeologici. E così, in Francia, in Italia e in altri Paesi d’Europa gli arredi e gli oggetti decorativi si ricoprirono di ornati e decori “egizi”: sfingi, erme, palmette, obelischi, cariatidi, urne funerarie ecc.

Le sfingi prestate dalla Galleria Baroni provengono da uno scalone di villa palermitana. Lontane dal seguire pedissequamente i canoni stilistici codificati dagli architetti napoleonici, esse mostrano una libera e fantasiosa interpretazione dello stile egizio, che in questo caso trasforma l’archetipo della sfinge in chiave fantastica, con una commistione tra le fattezze muliebri e quelle ferine. E’ tipico, infatti, della Sicilia esprimersi con grande creatività e con una propensione all’eccesso, sia per dimensioni, sia per ricchezza decorativa. Si vedano, in questo caso, il motivo decorativo a perlinature che segna la scollatura dell’abito e che divide simmetricamente la linea mediana del copricapo sulla testa di donna, prolungandosi sul corpo ferino; o ancora, le braccia umane ma con peli animali e mani simili a zampe, in contrasto con la milanomia.com007femminilità sotttolineata dalla morbidezza dell’abito.

A ideale prolungamento della mostra, la Galleria Baroni ha creato un allestimento in stile egizio: innanzitutto un imponente lampadario russo in bronzo dorato con cristalli molati, composto da ampia coppa da cui dipartono sei bracci in bronzo dorato, ognuno avvolto da un serpente attaccato dall’ibis – uccello sacro del Nilo – appoggiato al bordo della coppa. E’ un oggetto interessante anche perché fu IMG_0804acquistato dalla signora Sapegno, moglie del critico letterario Natalino Sapegno, su consiglio dell’esperto di arte decorativa Mario Praz, per la casa di Roma. Presenti inoltre un secrétaire realizzato nel Granducato di Toscana, poggiante su piedi ferini a ribalta e decorato con erme dalla testa di sfinge e uno straordinario gioco di cassetti e segreti all’interno, attribuito a Giovanni Socci e un tavolo rettangolare con piano in marmo bianco di Carrara, poggiante su gambe-sculture in ebano raffiguranti quattro serpi con testa e piede di ibis che si incrociano a X e sono raccordate da piano in marmo; una base per lampada composta da un vaso decorato in bronzo; infine due piastre in marmo bianco e nero a bassorilievo.

Inaugurazione mostra “Da Brera alle piramidi” venerdì 20 febbraio alle ore 18.00. biblioteca Nazionale Braidense, Sala Teresiana, via Brera 28 Milano.

Dal 21 febbraio all’11 aprile 2015, dal lunedì al sabato, dalle 9.30 alle 13.00. Ingresso gratuito

 

“Il volto e la maschera”. Sculture e dipinti del 900 italiano in mostra alla Galleria Baroni

2014_05_06_andrea_satta_0314_001In seguito agli studi sulla psiche e alla nascita della psicanalisi, agli inizi del ‘900 gli artisti si interessano alla personalità umana nelle molteplici sfaccettature: la persona e il personaggio, il conscio e l’inconscio, il volto e la maschera.. in un “gioco delle parti” che non può che portare a una verità parziale, perché ognuno di noi è “uno nessuno centomila” e “così è se vi pare”. I titoli delle opere pirandelliane appartengono ormai alla memoria collettiva del Novecento e scavalcano la letteratura, rappresentando un leitmotiv che attraversa tutta l’arte dell’epoca moderna.

La maschera allude alla simulazione, voluta o dovuta, ma fin dall’antichità è anche la maschera dell’attore. Il volto? Talvolta maschera, come nel ritratto ufficiale, istituzionale, pubblico, alla quale si contrappone il volto più intimo, svelato, persino rubato. Prospettive diverse che mi hanno stimolato a comporre una mostra dedicata a questo tema, indagato attraverso opere scultoree e pittoriche del Novecento italiano. Una carrellata di personaggi reali e di fantasia, tra busti, volti, ritratti, interpretati non da critici d’arte, bensì da psicoanalisti di diverse scuole.

Dialogano i busti in bronzo di ispirazione classica opera di Angelo Biancini (1911-1988), con i due volti di San Francesco di tempra wildtiana, volti realistici a cui fanno da controcanto i mascheroni da teatro greco del torinese Giovanni Battista Alloati (1878-1964) e i due enormi mascheroni di Bertozzi e Casoni del 1998, realizzati per l’Esposizione “Abitare il Tempo” di Verona. Maschera è anche La Malinconia, volto in ceramica smaltata del 1932 a opera del ceramista faentino Pietro Melandri (1885-1976) che, dopo essere apparsa sulla rivista “Domus” nel maggio 1933, scomparve fino a pochi anni fa, quando fu ritrovata quasi per caso. Un’opera che il critico Emanuele Gaudenzi considera “fra le creazioni originali di Melandri, al pari della Maschera del Vento, della Testa di Medusa e di altre opere riferibili allo stesso periodo.”

melandri mazzolani beethoven2014_05_06_andrea_satta_0101Maschera può considerarsi anche il volto corrucciato e intenso di Beethoven in maiolica smaltata di Pietro Melandri ed Enrico Mazzolani (1876-1968) e alle maschere, quelle del teatro, allude la neoclassica Talìa, statua in marmo bianco di Ercole Drei (1886-1973), salvata anch’essa casualmente come La Malinconia, quando fu ritrovata sotto il porticato di una villetta milanese qualche anno fa.  Di Drei sono anche il busto in terracotta di una giovane e bellissima Wally Toscanini e una canefora in ceramica craquelée e altro bel volto femminile è quello in cera rossa di Libero Andreotti (1875-1933). Per lo più al soggetto muliebre sono dedicate anche le opere in mostra di Arrigo Minerbi (1881-1960): il busto di Eleonora Duse, il volto femminile Crisalide, entrambe in marmo bianco di Carrara, il volto di Santa Cecilia in terracotta e un particolare in terracotta della Maternità, opera in marmo che si trova nell’ingresso della clinica Mangiagalli di Milano. Pur essendo di origine ebraica, Minerbi ha una forte produzione di opere a soggetto religioso appartenente al cristianesimo, di cui abbiamo un esempio in mostra con il volto di Cristo, particolare della Pietà  appartenente alla famiglia Marzotto a Valdagno.

baccanale

Come sfondo a questo insieme di volti e di maschere, ho scelto la grande pittura con Baccanale lunga 7 metri e alta quasi 2 realizzata nel 1924 da Charlotte H. Monginot (1872-?), scultrice anch’essa. Benché artista straniera, unica in questa panoramica italiana, ho voluto inserirla poiché italiana di adozione, in quanto appartenuta a Gianni Versace, che l’aveva inserita nel contesto neoclassico di Villa Fontanelle di Moltrasio (Co). Anche il Ritratto di Lucrezia, datato 1949, di Achille Funi (1886-1973), un chiaro esempio della sua rilettura novecentesca del classicismo. Ho infine prolungato il secolo, accogliendo alcune opere dei primi anni del XXI secolo, per poter ospitare un autore di cui ho grande stima e che è da considerarsi novecentesco: Giulio Ruffini, scomparso nel 2008 a 86 anni. Un autore che, come altri in mostra, è originario dell’Emilia Romagna. Ricordo infine un’opera che mi è particolarmente cara: l’autoritratto ironico e giocoso di Bruno Munari dal titolo Maschera a forma di farfalla, che l’artista mi donò nel 1983 in segno di amicizia.

Completano la mostra opere provenienti dalla galleria di Diego Gomiero e Daniela Balzaretti.

Ringazio il professor Alfonso Panzetta, storico della scultura italiana, per i preziosi consigli nell’allestimento di questa esposizione.

Per le interpretazioni psicoanalitiche che affiancano le opere in mostra, ringrazio Luisa Mariani, Adriana Mazzarella, Giuliana Kantza, Silvana Koen.

Sergio Baroni

Preziosa ebanisteria palermitana del Settecento

baroni02Oggi voglio parlarvi di un arredo che per finezza esecutiva e decorativa gratificherà sicuramente chi apprezza l’arte e l’antiquariato: si tratta di un comò a ribalta a tre cassetti in legno violetto, ebano, madreperla e legni esotici è un arredo di ebanisteria palermitana databile alla metà del XVIII secolo. Poggia su brevi zampe a ricciolo ed è profilato inferiormente da un grembiule sagomato. I cassetti e i pannelli sugli spigoli sono decorati da lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano, mentre i fianchi da un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta presenta pannelli analoghi sul fronte e sui lati. Il tutto è filettato in legno rosa.

Le dimensioni sono cm 120x125x64.

Il mobile che vi presento appartiene all’ambito dell’ebanisteria palermitana che adotta lo stesso gusto e gli stessi materiali e di cui si possono vedere nel capoluogo siciliano ancora notevoli esempi, come il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame del 1737, opera di Nicola D’Aragona. Il comò inoltre è pubblicato sul libro di Alvar Gonzàlez-Palacios “Nostalgia e invenzione”, sottotitolato “arredi e arti decorative a Roma e Napoli nel Settecento” (Biblioteca d’Arte Skira, 2010). Il testo del noto critico d’arte è uno studio che ripercorre la decorazione del XVIII secolo a Roma e nel Regno delle Due Sicilie, con qualche excursus a Madrid; in stretto legame, quindi, con la figura di Carlo di Borbone, che fu duca di Parma e Piacenza dal 1731 al 1735, poi re di Napoli e Sicilia fino al 1759, infine nominato re di Spagna col nome di Carlo III.Cassettone a ribalta madreperla 2

Nello studio di Palacios, in cui per la prima volta viene analizzata questa tipologia di arredi, il comò in oggetto è inserito in un contesto che sottolinea le affinità con alcuni magnifici e inconsueti arredi, come il mobile a due corpi intarsiato in legni vari e avorio (si veda l’immagine delle pagg. 26-27 del libro). Da notare in particolar modo, a mio avviso, l’uso generoso della madreperla, un materiale che fu ampiamente adoperato anche in altri centri ebanistici – Venezia, Roma, Torino, Napoli – ma con un gusto diverso sia delle sagome sia degli ornamenti, nonostante qualche superficiale similitudine. Il modo in cui vengono disposte, per sbieco, le tarsie sulla ribalta del comò presentato non trova paragoni all’epoca, così come le incorniciature dei vasi sulle fiancate, che ricordano nature morte seicentesche.

Sulla madreperla come materiale di intarsio per decorare arredi e suppellettili varrà la pena tornare per approfondire un argomento a mio parere molto interessante che coinvolge altre tipologie di arredi… alla prossima puntata!

Sergio Baroni

Gruppo di specchiere Luigi XIV-XV

antiq sett 2012

Ecco un gruppo di quattro specchiere in legno di cirmolo intagliato e dorato che sono dette comunemente “ventoline”. Questo genere di oggetti nasce con la funzione di illuminare le pareti o i corridoi bui, dove non giungeva la luce dei lampadari. Le specchierine in esame presentano una cornice sagomata a cartiglio, percorsa da teoria di palmette intagliate. Sono sormontate da una cimasa trilobata, con decoro floreale disposto a raggiera su fondo anch’esso a specchio. Il vertice inferiore termina con una controcimasa rappresentata da una palmetta, da cui si dipartono i braccetti in ferro dorato di linea sinuosa e bobèche a corolla di fiore laccata rossa, sulla quale si innesta l’applique porta-candele in ferro dorato. Databili intorno alla metà del XVIII secolo, per gusto e stile sono collocabili in area lombardo-veneta. Sebbene oggi sia molto raro trovare un gruppo di quattro elementi, in origine era sicuramente più numeroso. Lo stato di conservazione è ottimo.

 

Una scuderia fatta “ad arte”, cavalli da presepe

entrata cavalliCollezionisti e amanti di oggetti d’arte particolari, rari e decisamente fuori dall’ordinario potranno apprezzare questa “scuderia” di cavalli da presepe. Raccolti oltre quindici anni fa, formano un gruppo di 14 elementi databili tra Sette e Ottocento, di provenienza genovese, napoletana e siciliana. Dieci di essi sono in legno, tre in cartapesta e uno, quello siciliano, in terracotta.

Considerati animali nobili, i cavalli nel presepe erano destinati esclusivamente ai Re Magi e quindi presenti in numero di tre, mentre abbondavano tutti gli altri animali da fattoria e da cortile, come muli, pecore, capre, maiali, polli, galli ecc. Caratteristiche dei tre cavalli da presepe erano i colori e le posizioni: bianco, nero e baio (rosso bruno) per quanto riguarda i primi, mentre per le posizioni si hanno quella sulle zampe posteriori, quella al trotto e quella al passo.

Sono oggetti rarissimi da trovare, perché oltre a essere soltanto tre rispetto al numero cospicuo degli altri animali, spesso venivano lasciati ai bambini, una volta disallestito il presepe. Erano infatti da questi molto ambiti come giocattoli, venivano quindi usati e, di conseguenza, spesso rovinati, andando distrutti.

La bellezza e l’accuratezza di questi animali li rende opere d’arte. Del resto,  fra le famiglie nobili si svolgevano vere e proprie sfide per il presepe più ricco e meglio addobbato, che veniva allestito, come un “quadro vivente” di scenografica composizione, all’interno dei palazzi.

La tradizione del presepe nel nostro Paese è antica e  vi hanno lavorato grandi artisti pittori e scultori; ma anche artigiani di ogni genere, come ceroplasti, ceramisti, orefici, costruttori di strumenti musicali, intagliatori, addirittura animalisti.

Il presepe più vecchio conservato, sebbene parzialmente, si trova nella basilica romana di S. Maria Maggiore, a opera di Arnolfo di Cambio. Ma è dal Quattrocento che diventa popolare, con opere monumentali, fino alla sua massima diffusione nel XVIII secolo.

Sergio Baroni

Mostre: a Castel Bolognese le testimonianze delle confraternite

47bisPer gli appassionati di arte, antiquariato e collezionismo, più in generale per chi è curioso di testimonianze storiche, segnaliamo la mostra “Elemosinieri e urne da votazione” che inaugura sabato 1 febbraio nella sede centrale della Banca di Credito Cooperativo della Romagna Occidentale per festeggiare i 110 anni della sua attività. All’Istituto di Credito si è affiancata la Confraternita della Madonna della Misericordia, che ha colto l’occasione per celebrare i 20 anni dalla sua ultima riapertura, dopo un lungo periodo di inattività. Anche Castel Bolognese, come gli altri Comuni italiani, ha visto la nascita delle confraternite sul suo territorio: una forma di associazionismo impegnato in attività di assistenza, carità, beneficienza, catechesi. Si tratta di un fenomeno che, nato agli albori del cristianesimo, fiorì in età comunale per il nuovo impulso vissuto dai centri urbani a partire dal XII secolo. Di natura “secolare”, le confraternitas erano associazioni pubbliche di cittadini che seguivano ed esercitavano le virtù cristiane, affiancandosi ai vari ordini religiosi secolari e regolari: cavallereschi, monastici e conventuali. Le numerose e impegnative attività di assistenza, carità, riscatto, beneficienza verso infermi, poveri, carcerati, moribondi, prigionieri di guerra, così come la costruzione e la gestione di edifici religiosi e ospedali richiedevano la raccolta di ingenti somme di denaro, che le confraternite raccoglievano tramite lasciti, offerte e donazioni. E’ in questo contesto che entrano in gioco gli elemosinieri, strumenti fondamentali per la vita associativa e di cui la mostra offre una rara testimonianza, con circa 60 esemplari dal XVI al XX secolo (collezione Baroni). Sono costituiti per lo più da contenitori nelle forme più varie, ma si presentano anche come sacchetti sorretti da strutture in ferro o in legno o addirittura come statuette; generalmente in legno, metallo, stoffa, presentano sobrie decorazioni incise, a rilievo, dipinte, laccate. Un altro documento è l’urna da votazione, di cui la mostra offre alcuni esemplari. Anch’essa è una preziosa testimonianza di parte della vita operativa delle confraternite, in quanto simbolo di una primitiva democrazia partecipativa: dopo aver discusso collettivamente nella sede preposta all’assemblea, si procedeva alla votazione – SI/NO o bianco/nero – e si concludeva con la raccolta dei fondi per le azioni deliberate. Anche le urne presentano forme, colori e decori diversi, come gli elemosinieri. E’ facilmente intuibile a questo punto comprendere la differenza tra un elemosiniere da confraternita e uno da chiesa. Il primo è molto più piccolo, maneggevole e, come detto, decorato nei modi più vari: colorato con laccature, dorato a foglia oro, intagliato o inciso ecc. Quello da chiesa è per ovvie ragioni molto più solido e voluminoso, simile a un forziere, anche per poter resistere a eventuali tentativi di scasso o furto (in mostra ve ne sono due modelli, immediatamente riconoscibili). Gli esemplari da chiesa non presentano quindi il virtuosismo e l’eleganza di quelli da confraternita, a volte anche spiritosi, come l’oggetto esposto a forma di chierico che ringrazia. Tante dunque le versioni, tutte risultato di un lavoro artistico a più mani: c’era chi disegnava il modello, chi intagliava, chi dorava, chi eseguiva le lacche, chi cesellava… L’importanza degli elemosinieri e delle urne da votazione sta dunque nell’essere una delle rare documentazioni delle confraternite, che ci permettono di percorrere la storia di un importante fenomeno legato all’etica cristiano-cattolica. Ai giorni nostri, in un mondo ormai secolarizzato, si è persa la memoria collettiva delle confraternite; benché ancora esistenti all’interno del mondo cattolico, esse non hanno più la stessa operatività dei secoli passati. Come ultime espressioni di questo mondo legato alla storia, possiamo ricordare la loro partecipazione alle processioni, peraltro anche queste ormai inconsuete. Una delle immagini che forse rimane nella memoria, sono i confratelli che partecipano alla processione con caratteristiche mantelle e cappe e il distintivo con il simbolo della confraternita.

Fino al 10 marzo. Orari: ven 10-12, sab e dom 10-12 e 15-19; per info: 0546-50244, 340-4941710.

Arte e architettura: un capolavoro in miniatura

Incredibile la resa realistica di questa miniatura che riproduce la Cappella del Santo o dell’Arca nella Basilica di Sant’Antonio a Padova. Nella mia perenne ricerca di oggetti d’arte e di antiquariato mi son imbattuto in questo capolavoro che, al momento dell’acquisto,  era in coppia con una teca di uguali misure (cm 87×53 h 65) che riproduceva la costruzione esterna dell’edificio e le cui pareti potevano essere alzate e abbassate per mostrare la struttura interna. Ora posseggo il solo modellino ottocentesco della cappella, un capolavoro del Rinascimento, il cui progetto è attribuito a G. M. Falconetto (1468-1535). Al centro, in cima alla scalinata,  si vede la tomba del santo circondata da un altare, affiancato da due stupendi candelabri di argento con base in marmo del Seicento. Alle pareti, nove bassorilievi adornano le nicchie con scena della vita e dei miracoli di Sant’Antonio: da sinistra a destra abbiamo La Vestizione del Santo (A.Minello, 1512); Il marito geloso pugnala la moglie (G. Rubino e S. Cosini, 1524-1536); Il giovane resuscitato attesta l’innocenza dei genitori del Santo (G. Campagna, 1577): Risurrezione di una ragazza annegata (J. Sansovino. 1563); La risurrezione del nipote (J. Sansovino, 1534); Il cuore dell’avaro nello scrigno (T. Lombardo, 1525); Il piede reciso e riattaccato (T. Lombardo, 1525); Il bicchiere rimasto intatto (G. Mosca e P. Stella, 1520-1529); Un neonato difende l’onestà della madre (A. Lombardo, 1505). I materiali di costruzione del modello sono legno, carta, stucco con pitture a imitazione della policromia marmorea.

Sergio Baroni