Dante e la metamorfosi interiore

Alchimia, è quella a cui assistiamo nel viaggio dantesco attraverso un’immersione nelle passioni, nei vizi, nei limiti e nei sentimenti umani, che saranno trascesi grazie alla ricongiunzione tra Maschile e Femminile, sé (io personale) e Sé (Assoluto), Animus e Anima, secondo l’interpretazione junghiana che proponiamo nella mostra “Frammenti danteschi”. In realtà il concetto di trasformazione che avviene col processo alchemico è la trasmutazione, in cui una materia si trasforma in un’altra. Un principio proveniente da Aristotele (384-322 a.C.), che riteneva che in natura tutto fosse soggetto a mutazione.

L’alchimia è una scienza antichissima, che risale all’epoca greca di 2000 anni fa, e i primi alchimisti furono attivi ad Alessandria d’Egitto, polo di cultura e scienza dell’antichità. Fu qui che confluì la tradizione egiziana della trasformazione del defunto attraverso la mummificazione per permettergli il passaggio nell’aldilà. E sempre ad Alessandria la parola greca chumeria divenne l’arabo al-kimiya, da cui deriva il nostro alchimia. Il primo alchimista noto è Democrito, vissuto nei pressi di Alessandria d’Egitto nel 250 a. C. Alcuni dei suoi scritti, scoperti in Egitto nel XIX secolo, sono giunti fino a noi. Attorno al 300 d.C. all’alchimia fu dedicata un’intera enciclopedia, scritta dallo storico greco Zosimo. Durante il periodo romano gli alchimisti furono osteggiati poiché ritenuti pericolosi e costretti a nascondersi; molti scritti di conseguenza furono distrutti. Solo in seguito alla liberazione di Alessandria da parte degli Arabi, nel VII secolo, questa scienza tornò a fiorire. Attraverso i Crociati di ritorno dalle spedizioni contro i musulmani approdò in Europa in epoca medievale. Facile intuire che questa scienza mistica non ebbe difficoltà ad attecchire in un’epoca alimentata da miti e superstizioni. Molti alchimisti sostennero allora di essere riusciti a trasformare i metalli vili in oro grazie alla pietra filosofale. In un percorso di ricerche che contrappose ciarlatani a seri sperimentatori, gli antichi alchimisti fecero importanti scoperte, come i poteri straordinari del mercurio, che la scienza moderna sta a tuttoggi approfondendo. Rimangono tuttavia molti misteri irrisolti, anche per la perdita di tanta documentazione scritta.

Di trasformazione si tratta anche nella scultura in marmo di Peter Porazik, facente parte della mostra dedicata a Dante: “Metamorfosi” (2003). Da una materia informe – una roccia – spuntano due gambe che rimandano al cammino che il Poeta compie; ma il resto del corpo si sta dissolvendo, in una metamorfosi che ne fa aria e roccia. Anche Dante a un certo punto del viaggio non avrà più bisogno delle gambe della ragione, ma si affiderà a Beatrice – la spiritualità – per l’ascesa ai Cieli e lo farà con un corpo mortale che egli non sente, come fosse un tutt’uno con il mondo spirituale, trasfigurato attraverso il processo alchemico della ricerca interiore. A permetterlo è Beatrice, la donna interiore, così come per gli alchimisti era la soror mystica, il componente femminile della trasmutazione.

Sergio Baroni e Livia Negri

 

Metamorfosi

Peteer Porazik,Metamorfosi, marmo, 2003.

Peter Porazik nasce nel 1975 a Sala (Rep. Slovacca), frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bratislava diplomandosi nel 1993, vince nel 1998 una borsa di studio a Praga, poi a Varsavia. Ha partecipato a diversi simposi di scultura nel mondo. Dal 1999 al 2003 è assistente nel laboratorio di scultura all’Accademia di Belle Arti di Varsavia. Lavora in Germania, nella Repubblica Slovacca e in Polonia, per poi approdare in Italia, partecipando alla mostra collettiva  “Giorni di Unione Europea” a Roma nel 2004. Fra le sue realizzazioni: opere pubbliche in Polonia, oggetti e arredamenti liturgici per chiese nella provincia di Caltanissetta.  Negli anni 2009-210 collabora con il professore e scultore Leonardo Cumbo e la ditta Anzalone Marmi sulle cinque statue per la Basilica San Pietro a Riposto (Catania). Nel 2015 collabora con l’architetto Benedetta Finatna sul fonte battesimale per la Chiesa Regina Pacis di Caltanissetta. Attento osservatore delle emozioni umane, i suoi lavori si allontanano dallo spazio reale per entrare in un’astrazione intima, essenziale, a volte provocatoria.

I legami tra Dante e Stendhal

Un nuovo contributo alla mostra “Frammenti danteschi”. Questa volta arriva dall’Università Ca’ Foscari di Venezia: la professoressa Annalisa Bottacin ci conduce nella scia dell’influenza francese in Francia, seguendo le tracce lasciate da Stendhal in commenti, postille, annotazioni durante le sue letture dantesche o che trattavano la vita e le opere del vate.

La questione della presenza di Dante attraversa tutta la letteratura dell’Ottocento francese, in quanto, che se ne sia scritto o meno, non vi è autore che, sin dal percorso scolastico, non ricollochi nella sua formazione il Sommo Poeta; un esempio è George Sand che apprese la Divina Commedia nell’Istituto delle Suore Inglesi dove studiò. Seppur non si tratti in questa sede di ridiscutere il grande problema dell’influsso dantesco nell’Ottocento francese, su cui vi è ampia e copiosa letteratura, è pur vero che se ne possono trarre alcuni interessanti esempi. Da non tralasciare, come nota l’eminente studioso Carlo Ossola [1], anche la nascita di una visione dantesca orientata altrove che, scostandosi dall’aspetto eroico della Divina Commedia, tralascia “le caractère solennel du ‘poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra’ pour mettre en valeur la Naissance à Vita Nova“ [2]rappresentata dall’opera giovanile di Dante dedicata a Beatrice e che Dante Gabriele Rossetti (1828 – 1862) ha finemente illustrato. Anche tra i volumi della biblioteca di famiglia [3] ho reperito due esemplari che si pongono in questa precisa ottica, creati in omaggio al movimento preraffaellita e pubblicati nel 1921. Si tratta di edizioni con fregi ornamentali de Il Canzoniere di Dante e de La Vita Nova di Dante, con copertina in pergamena: nel primo volune citato si legge: “Dantis Gabrielis Rossetti manus animam pinxit amoris atque doloris” [4]. Il secondo porta come sottotitolo: La Vita Nova di Dante Alighieri illustrata dei quadri di Dante Gabriele Rossetti, pubblicata nello stesso anno, che si configura come il sesto centenario della morte del Sommo Poeta, dalla medesima casa editrice con una premessa e una nota dal titolo Arte preraffaellistica, a cura di A. Agresti e con decorazioni di R. Carlucci.

Qual è il poeta o lo scrittore che non abbia visitato luoghi danteschi, traendone sovente ispirazione? Limitandoci alla Francia, e per fare solo qualche esemplificazione, come non ricordare Victor Hugo che ne trae spunto per l’evoluzione umana nell’Écrit sur un exemplaire de la “Divina Commedia” delle Contemplations o Honoré de Balzac che fa continua allusione al Sommo Poeta e al suo spiritualismo nelle Études philosophiques della Comédie humaine (titolo indubbiamente tratto da Dante) e in particolar modo in Louis Lambert e in Séraphita. Per Stendhal (ovvero Marie-Henri, 1783 – 1842), autore di grandi romanzi quali Le Rouge et le Noir e La Chartreuse de Parme, la lettura da parte della madre, Henriette Gagnon di origini italiane, di alcuni canti della Divina Commedia al figliolo, ancora fanciullo, fu l’inizio di apprendimento del nostro idioma, e produsse in parte anche l’amore per l’Italia, che sarà il paese prediletto. In effetti, nel Catalogo dei libri a lui appartenuti, che si trovavano a Claix, nei dintorni di Grenoble, dove la famiglia aveva una bella casa di campagna, redatto da un giovane Beyle il “23 ventôse an XII” [23 febbraio 1804] tra altri classici italiani appare una Comedia [sic] di Dante in 2 volumi in-12 [5]. Sono questi i suoi anni di apprentissage del mestiere di scrittore, che evidenziano altresì la sua grande passione per le lettere italiane. Alcuni anni dopo, a Milano, il 22 settembre 1813, al ritorno da un viaggio a Como Beyle fa una lista di libri recentemente acquistati, tra cui una non specificata opera di Dante, presumibilmente una Divina Commedia, di cui tuttavia si sono perse le tracce, infatti annota: “Dante….. 7 francs”. Alla sua morte, tra i libri rinvenuti negli appartamenti delle varie città in cui visse, vi sono tre esemplari del capolavoro dantesco: una è La Comédie de Dante […] mise en rime française et commentée par Balthazard Grangier edita dai tipi di G. Drobet a Parigi nel 1596, con ogni probabilità proveniente dalla biblioteca del nonno, il Dr. Gagnon che curò la sua educazione letteraria, e che porta alla fine del volume la firma “Henri Beyle”, ora depositata presso la Bibliothèque municipale di Grenoble. L’altra edizione, reperita nella sede consolare di Civitavecchia alla morte dello scrittore,  è in italiano ed è consultabile nel Fondo Stendhaliano Bucci di Milano: si tratta di La Divina Commedia, già ridotta a migliore lezione dagli Accademici della Crusca; ed ora accresciuta di un doppio rimario e di tre indici copiosissimi per opera del Signor Gio. Antonio Volpi (Giuseppe Comino Stampatore, Padova 1726). La terza edizione, sempre depositata al Bucci, fu acquistata negli anni romani ed è La Divina Commedia di Dante Alighieri preceduta da una Vita di Dante Alighieri scritta da P. COSTA [con argomenti e note di G. Borghi, Roma 1837]. Lo scrittore, in una postilla, si augura che quella bella edizione sia presto tradotta in francese. Il che è ulteriore dimostrazione di quanto Dante rimanesse sempre presente nella vita di Stendhal.

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Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano. Sezione Manoscritti. C.-C. Fauriel, Dante, Estratto dalla “Revue des Deux Mondes”, 1 Octobre 1834, pp. 37-92. CAT.FSB.304, 2c.b. inizio r

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Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano. Sezione Manoscritti. C.-C. Fauriel, Dante, Estratto dalla “Revue des Deux Mondes”, 1 Octobre 1834, pp. 37-92. CAT.FSB.304, 2c.b. inizio v

304_dorsoTra i libri lasciati dallo scrittore a Civitavecchia, dove esercitò le funzioni di Console di Francia nello Stato Pontificio tra il 1831 e il 1842, data della sua improvvisa morte avvenuta a Parigi, e in seguito acquistati dalla Banca Commerciale Italiana e donati alla Biblioteca Sormani di Milano (Fondo Stendhaliano Bucci), vi è un esemplare che porta sul dorso in lettere dorate: Dante Logique. Si tratta di una miscellanea fatta rilegare dallo stesso Stendhal, il cui primo testo, dal titolo Dante, è dello storico, linguista e critico letterario Claude-Charles Fauriel (1772 – 1844) e raccoglie le lezioni tenute dal letterato alla Facoltà di Lettere di Parigi [6]. Non stupisce che il rapporto con Dante si intensifichi verso la fine della vita; vi è in effetti un ritorno di Stendhal alle teorie letterarie della sua gioventù. Sfogliando il volume interfogliato, assai denso di note manoscritte, si avverte in particolar modo la sua buona conoscenza della vita e dell’opera di Dante. Ne estrarremo alcune, particolarmente interessanti in questo contesto. Ad esempio, la prima[7] è datata Civitavecchia 15 agosto 1839: “Je me crève d’ennui / en essayant de lire la / vie de Dante par ce fat / de Fauriel”. In un’altra annotazione pare di parere diverso: la sua opinione è infatti mutata e, una volta letto il testo di Fauriel, che supponeva tedioso, lo valuta degno di nota. Il testo in questione è un articolo che ha per titolo Dante, apparso sulla “Revue des Deux Mondes” il primo ottobre 1834. Fu lo stesso scrittore a fare rilegare l’articolo nel volume in questione, che comprende Le Voyage de Locke en France, de 1675 à 1679, Le Coffre et le Revenant, una sua novella pubblicata dalla “Revue de Paris” nel 1830 e la terza parte (appunto dedicata alla Logique) degli Elements d’Idéologie de Destutt de Tracy, studio fondamentale nella sua formazione di uomo e artista. Non stupisce invero che un testo così prediletto come l’opera di Tracy sia stato rilegato insieme a uno studio sul Sommo Poeta.

Le seconde annotazioni sono di un anno posteriori e datano dell’aprile 1840 – Stendhal si trovava allora a Roma – che diamo di seguito :[8] “Le Dante s’adresse aux moins bêtes / de ses contemporains et Cas[imir] de la Vigne [Delavigne] / aux demi[-]bêtes / aux Enrichis / 18 avril 1840”, in una comparazione, munita di sottile ironia, tra la poetica dantesca e quella del poeta francese, suo contemporaneo, Casimir Delavigne. Alludendo ad alcuni volumi recentemente apparsi, lo scrittore annota: “Ceux qui me plaisent furent calculés pour plaire aux plus spirituels des contemporains par ex[emple] le Dante”.

Stendhal aveva conosciuto Claude-Charles Fauriel a Parigi nel salotto di Mme Cabanis e lo definisce “un homme qui certes n’est pas un charlatan, […] (l’ancien amant de Mme Condorcet)”. Ma relativamente al suo lavoro, ciò che colpisce in modo particolare il grenoblese è la lettura, in parte innovativa, di Fauriel del Sommo Poeta. Rilevante l’importanza data dall’Alighieri alla musica, il che per un melomane al pari di Stendhal era cosa assai gradevole e interessante. In effetti nel paragrafo che chiude le sue lezioni, il letterato evidenzia come Dante abbia avuto delle “liaisons intimes avec les musiciens et les chanteurs renommés de son temps” [9]. Egli stesso era dotato di una bella voce, cantava piacevolmente e volentieri. Era questo il modo migliore di esprimere i suoi sentimenti e le emozioni più segrete del suo animo. L’esplorazione del linguaggio musicale dantesco porta Stendhal a una strategia che investe appieno la musica anche – e non solo -nell’esplorazione delle cantiche, segnale percepibile di un investimento profondo che nel corso dell’esistenza legò profondamente l’autore del Rouge al Divino Poeta.

Annalisa Bottacin

Professore Associato di Lingua e Letteratura francese Università di Venezia e di Trieste, si è dedicata a Stendhal fin dalla tesi di laurea, pubblicando numerosi contributi. Ha pubblicato di Stendhal per La Vita Felice, Piccola Guida per il Viaggio in Italia e Roman. Un romanzo per Métilde; ha curato inoltre la prima edizione italiana del Viaggio in Italia di Théophile Gautier. Ha studiato il romanzo libertino del Settecento con l’edizione critica del Diable amoureux (1776) di Jacques Cazotte ed è autrice di racconti (il suo primo romanzo,Antiromanzo, è del 2008). Da anni collabora a riviste e opere collettive in Italia e all’estero.

Per le immagini si ringrazia la Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano, Sezione Manoscritti

 

[1] C. OSSOLA, Dante poète européen (XIXe et XXe siècles) in De Florence à Venise. Études en l’honneur de Christian Bec, réunies par F. LIVI et C. OSSOLA. Paris, PUPS, 2006.

[2] Si tratta del titolo del capitolo, Nascere a Vita Nova, del volume di Gabriele Rossetti, padre di Dante Gabriele, Mistero dell’amor platonico, London, Taylor, 1840, vol. V. (Ivi, p. 479, nota n. 9).

[3] DA 2 a. / DA 3 b. (Fondo L. Bottacin – K.D. Mertzios).

[4] Il Canzoniere di DANTE ALIGHIERI, stampato a Torino per la collana “Dantis Amatorum Editio” della STEN. Società Tipografico Editrice Nazionale già Roux e Viarengo già Marcello Capra. Con introduzione. di M. De Rubris, le illustrazioni di Dante Gabriele Rossetti e i fregi ornamentali di P. Paschetto. Torino MCMXXI.

[5] V. DEL LITTO, Les Bibliothèques de Stendhal, Paris, Champion, 2001, p. 27.

[6] In una Table, redatta da Stendhal sull’esemplare interfogliato, si legge: <<27 septembre 1834>>, che potrebbe riferirsi alla data della rilegatura.

[7] CAT FSB 304 p. 2c. b. inizio v, tracciata a penna con inchiostro bruno.

[8] CAT FSB 304 pagina 2c b. inizio v.

[9] Cl.-Ch. FAURIEL, Dante sta in Dante Logique, cit., p. 92.

Profili illustri in pietra lavica

E’ tipico dell’Ottocento, fino ai primi del Novecento, l’uso della pietra lavica per i cammei, come vediamo in questa serie di profili illustri al centro dei quali, in basso, c’è Dante Alighieri. Lo accompagnano, da sinistra a destra, Socrate (in alto), Ariosto (in basso), Alessandro Magno, Aristotele (al centro, sopra Dante), Platone, Virgilio (in alto), Tasso (in basso). I quattro poeti sono caratterizzati dalla corona di lauro e si nota, tra l’altro, come il profilo dantesco sia stato migliorato (rendendo meno adunco il naso) secondo i canoni estetici di epoca neoclassica. I cammei sono custoditi in una piccola teca di legno ebanizzato, a comporre una raccolta, in linea con la moda del collezionismo ottocentesco. Lo stile, come accennato, risente ancora del gusto estetizzante della fine del XVIII secolo. Dovevano appartenere a una serie più grande, poiché sei visi guardano a sinistra e due a destra e se ne deduce che dovevano essere accoppiati, probabilmente a formare un gioiello e si direbbe una collana con pendenti. Difficile stabilire l’esatta zona di produzione, ma molto probabilmente è napoletana, in quanto nella città partenopea l’arte neoclassica si sviluppò in tutte le sue espressioni artistiche.

L’arte glittica ha origini antichissime per il fascino esercitato dalle pietre, alle quali si attribuivano poteri taumaturgici e che si prestavano a una lavorazione artistica per la creazione di gioielli. Tante le pietre usate: sardonice, corniola, diaspro, ambra, ma anche altri materiali, come le conchiglie e, appunto, la pietra lavica nelle varie tonalità, dal bianco al grigio in varie sfumature, al rosato. Era un materiale più povero, adatto a una produzione che si era fatta seriale, in cui si cimentava un numero sempre crescente di aspiranti incisori. I grandi periodi del cammeo furono il primo Impero romano, sotto Augusto, e il Rinascimento, che vede in Firenze una delle fucine più prestigiose. La grande ripresa del cammeo subentra in epoca neoclassica, dopo le scoperte degli scavi di Ercolano e Pompei, quando viene imitata l’arte antica: greca, romana, ma anche etrusca ed egiziana.

 

All’origine della mostra su Dante

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Giorgio Vasari, “Sei poeti illustri”

Perché una mostra su Dante? Innanzitutto ho sentito come doveroso l’omaggio a una delle figure più grandi della cultura italiana; ma non avrei potuto dedicarle un’esposizione se non ci fosse stata un’opera importante e densa di significato come il dipinto raffigurante sei uomini illustri in cui l’Alighieri è il protagonista. E’ infatti quest’opera l’origine della mostra in corso alla Galleria Baroni. Si tratta di un olio su tela ispirato all’olio su tavola di Giorgio Vasari (1511 – 1574) dal titolo “Sei poeti toscani illustri”. L’originale, da cui quello che potete vedere in mostra ha preso spunto, raffigura una grande scena di conversazione commissionata al Vasari da Luca Martini (1507 – 1561), nipote del celebre umanista Poggio Bracciolini e grande estimatore di Dante. L’opera fu terminata nel 1544. Dopo una lunga storia di passaggi, è oggi conservata al Minneapolis Institute of Arts. Il protagonista indiscusso di quest’opera, così come di quella in mostra, è Dante Alighieri (1285 – 1321) che, seduto in primo piano al centro della scena, domina lo spazio. Il formato delle due opere è simile, di cm 132 x 131, ma la seconda è stata eseguita presumibilmente tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, una cinquantina di anni dopo quella di Vasari. Nell’originale si vedono, da sinistra a destra: l’umanista e filosofo Cristoforo Landino (1424 – 1498) e il filosofo e astronomo Marsilio Ficino (1433 – 1499). Il primo è l’autore del fortunato commento alla Commedia (1481), la cui prefazione è scritta dal secondo, traduttore tra l’altro del Monarchia di Dante. Segue Francesco Petrarca (1304 – 1374), anch’egli in primo piano, che si rivolge a Dante, mentre fra i due spunta la testa di Giovanni Boccaccio (1313 – 1375). Tutti e tre i grandi poeti hanno la testa ornata con l’alloro. L’ultimo personaggio a destra, al quale si rivolge Dante mostrandogli la Vita Nova, è Guido Cavalcanti (1255 – 1300). Diversa la sequenza dei personaggi nel quadro in galleria, in cui tra l’altro sono state effettuate alcune sostituzioni. Sempre da sinistra a destra, si vedono: Cavalcanti, Guido d’Arezzo (991 – 1033), Petrarca, Cino del Duca, Dante e Boccaccio. A scanso di equivoci, sopra ogni figura è stato dipinto un cartiglio recante il nome. Il dipinto non vuole pertanto essere una copia del Vasari, dal quale si distingue anche per altri particolari, come il taglio della scena, così che della sedia che ospita Dante si intravvede soltanto il bracciolo e quasi nulla degli oggetti sul tavolo, che sono invece dettagliatamente dipinti nell’opera vasariana.

Il tema, o uno dei temi, che emerge da questo dipinto è la raffigurazione dei rappresentanti del Dolce Stil Novo, che al centro della loro produzione letteraria mettono la donna. Ed è la donna, come simbolo del femminile, che percorre a mio parere la ricerca dantesca nella Commedia. Si tratta di una ricerca che rientra nell’interpretazione simbolica e psicologica del libro che mi ha ispirato il taglio dell’esposizione: “Alla ricerca di Beatrice” di Adriana Mazzarella. La mostra infatti, oltre a essere un omaggio a Dante, è un omaggio alla psicanalista junghiana di recente scomparsa, che nel suo affascinante libro ripercorre il viaggio dantesco come processo di ricerca interiore, un viaggio che porta l’uomo a una rinascita come ricongiungimento tra animus e anima, o unione tra l’Io e il Sé universale (adrianamazzarella.it).

Sergio Baroni

Frammenti danteschi, una mostra in itinere

Dante ha dato fiducia all’uomo morale che vive in ciascuno di noi. E’ il presupposto del libro “Alla ricerca di Beatrice” della psicoanalista recentemente scomparsa Adriana Mazzarella, da cui prende avvio la mostra “Frammenti danteschi”. E’ una ricerca sulle tracce del Poeta, per un percorso che inizia nel dicembre del 2015 – alla fine dell’anno che celebra il 750esimo anniversario della sua nascita – e prosegue fino alla primavera del 2016, in una modalità work in progress, ossia aperta a nuovi arrivi e collaborazioni. La mostra non vuole essere un’interpretazione letteraria o storica, bensì un evento che sottolinea il dispiegarsi dello spirito umano in senso junghiano sul messaggio dantesco. Come scrive Mazzarella nel suo libro:

Dante è un grande vate, col preciso compito di esprimere per tutti l’esperienza collettiva del suo tempo.

E il poeta stesso ne era consapevole, se la finalità della Commedia era di “rimuovere coloro, che in questa vita vivono, dallo stato di miseria, e indirizzarli allo stato di felicità” (Epistola X, 15). Molteplici sono infatti le letture dell’opera: letterale, storica, simbolica, teologica, morale, allegorica, spirituale ed è questa stratificazione di significati che la rende sempre attuale. Quello che la Galleria Baroni celebra con questa iniziativa è dunque Dante maestro di vita, rintracciandone i frammenti, non solo iconografici, ma intesi anche memorie e omaggi, dal passato alla contemporaneità. Si parte da un quadro della fine del XVI secolo ispirato a quello di Giorgio Vasari (1511 – 1574) “Sei poeti toscani illustri” conservato al Minneapolis Institute of Arts, per passare a tondi in gesso del Novecento raffiguranti episodi della Commedia, fino a ritratti e busti di diverse dimensioni, oltre a oggetti di souvenir. Straordinaria, fra gli oggetti proposti, è la Commedia incisa su fogli metallici che misura cm 3×4, custodita in una scatola di avorio con il profilo dantesco a bassorilievo; il tutto per una dimensione di cm 4,5×4. Non mancano illustrazioni incise della Commedia e rappresentazioni di personaggi, come il Caronte di Tullo Golfarelli (1853 – 1928) documentato attraverso una foto in un album proprietà del Museo del Risorgimento di Bologna e che solo di recente siamo riusciti a identificare, decifrandone la firma. Infine si arriva al contemporaneo, con la gigantografia di Mike Bongiorno nel ruolo di Dante, in uno dei suoi travestimenti per uno spot pubblicitario con Fiorello. Come detto sopra, si tratta del nucleo iniziale di una mostra che si arricchirà strada facendo, non soltanto attraverso le nostre ricerche, ma anche con prestiti che arriveranno nei mesi a venire e con un programma di eventi e collaborazioni fra gli appassionati e gli esperti di Dante: letture, interpretazioni, conferenze, performance… Così come con la Commedia, in cui ogni contributo può aiutare nella comprensione dell’opera, con questa mostra ogni contributo potrà arricchire la memoria dantesca collettiva, in quanto il viaggio del Poeta è il viaggio di ognuno di noi.