Le selve di Dante, quarta tappa dei “Frammenti danteschi”

Dalla selva oscura di Inferno I, al bosco dei suicidi di Inferno XIII, alla foresta del Paradiso terrestre di Purgatorio XXVIII fino al… Bus dell’Orchéra. Questo il viaggio che la Galleria Baroni propone mercoledì 6 luglio come quarta tappa della mostra “Frammenti danteschi”. Il “Buco dell’Orchera”, o grotta dell’orchessa, è un profondo antro sulle sponde di quel piccolo golfo che si trova a nord della penisola di Orta. Luogo avvolto dal mistero e ispiratore di leggende  per gli ortesi, la grotta è stata scelta dalla scrittrice Laura Pariani per ambientare la sua favola in musica dal titolo “Per me si va nella grotta oscura”, che sarà presentato appunto la sera del 6 luglio alle ore 21.00. Il pubblico sarà guidato nelle selve dantesche dallo scrittore ed esperto dantista Alberto Cristofori, che con le sue appassionate letture ci porta ogni volta sempre più vicino al “sentire” del Poeta e al pensiero del suo tempo. Gli farà da controcanto la stessa Pariani, recitando alcuni versi della Commedia nella traduzione milanese di Carlo Porta. Anche lei grande appassionata di Dante Alighieri, che spesso appare nei suoi libri, oggi vive a Orta San Giulio ed è per questo che conosce la “grotta dell’orchessa”, che ha scelto come scenario della favola musicale scritta nel 2011 in occasione del Ravenna Festival.  A forma di imbuto, il Bus dell’Orchera si presta perfettamente a diventare un moderno Inferno, in cui Dante si addentra alla scoperta dei vizi umani accompagnato non da Virgilio, bensì da Gianni Rodari, in omaggio al grande scrittore nato a Omegna, autore di racconti per bambini, così come a ragazzi da 8 a 13 anni è rivolto il libro di Pariani.

Laura Pariani è scrittrice e autrice di teatro. Dal 1993 a oggi ha pubblicato oltre venti testi di narrativa con cui ha vinto premi letterari quali il Campiello e il Grinzane Cavour.”Per me si va nella grotta oscura” è un originale racconto musicale con un Dante Alighieri avido di conoscere i vizi della modernità e un ironico Gianni Rodari nelle vesti di Virgilio. I due scendono nell’abisso del Bus dell’Orchera, percorrendo sette gironi: dei prepotenti e guerrafondai, di coloro che inquinano l’ambiente, degli egoisti e ingordi, di quelli che non riflettono prima di agire, degli ingessati e paurosi coi paraocchi, dei parolai e bugiardi, infine di coloro che sostengono che la cultura non dà da mangiare. Altro libro in tema di selve dell’autrice è “Milano è una selva oscura”, un vagabondaggio nella Milano del 1969 assieme al lingéra (barbone) Dante, nonché poeta della razza dei “poeritt ma gnucch”.

Posti limitati, prenotazione obbligatoria su eventbrite. L’evento è gratuito.

 

 

Ugolino: passione dell’odio, passione dell’amore

“La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto”

Così si apre il dramma di Inferno, canto XXXIII, con un realismo cinematografico che ci butta addosso tutto l’odio del conte Ugolino, il traditore della patria a sua volta tradito, che muore di fame assieme ai figli, con lui rinchiusi in carcere nonostante la loro innocenza e la loro giovane età. Del nemico, l’arcivescovo Ruggieri, egli sta rosicchiando il cranio in un pasto da fiera. E’ il punto di partenza della terza tappa che Galleria Baroni dedica alle letture dantesche, la sera del 15 giugno alle ore 21.00.

Optimized-IMG_5220Dopo l’amore caritatevole di Beatrice della prima tappa e quello lussurioso di Francesca, che aveva visto il commento della scuola junghiana, ci immergeremo, accompagnati questa volta dalla scuola psicanalitica lacaniana, nella passione dell’odio: la pulsione irrazionale che al tempo stesso costituisce il passaggio fondamentale per un percorso d’amore. In anteprima, e in tema con la feroce scena dantesca, il pubblico potrà avere un assaggio della prossima mostra che la galleria dedicherà alle vanitas: una collezione di teschi dal Cinquecento all’età contemporanea di varie dimensioni e materiali, fra cui legno, avorio, terracotta, marmo e pietra dura.

Dai teschi-vanitas al teschio “roso” di Ruggieri, la lettura e il commento del canto sarà, come nelle serate precedenti, a cura dello scrittore dantista Alberto Cristofori, che metterà in luce la modernità di Dante anche sul concetto di responsabilità, tra collettiva e individuale. Spunti sul tema della famiglia, della violenza, delle pulsioni, prima fra tutte la pulsione dell’odio a cui Ugolino è incatenato. E’ l’ “odio lucido di Lacan” che sarà indagato dagli psicanalisti Giuliana Kantzà e Domenico Cosenza: la “pulsione senza linguaggio” contrapposta all’amore per i figli, che però Ugolino non ha saputo preservare, diventando simbolo del “padre mancante” in senso lacaniano.

Così Sergio Baroni per spiegare la scelta del canto per questo terzo incontro: “Nella nostra lettura della Commedia come viaggio interiore e di trasformazione per raggiungere l’equilibrio tra principio maschile e femminile, la figura del conte Ugolino, nel binomio con l’arcivescovo Ruggieri, rappresenta il maschile assoluto, contrapposto per violenza e odio a Beatrice, e che troverà  l’apice in Lucifero, che incontriamo alla fine dell’Inferno immerso nel ghiaccio al centro della terra.”

La serata è a posti limitati, registrazione su eventbrite.

 

Dante, Amore ed Eros

In occasione della mostra “Frammenti danteschi” Galleria Baroni rende omaggio alla psicoanalista junghiana Adriana Mazzarella, sensibile interprete di Dante. E lo fa trattando il tema dell’amore, con una lettura del canto V dell’Inferno che intreccia psicanalisi, letteratura e riflessioni sul ruolo del femminile nella società odierna.

“Profondo conoscitore dell’uomo e della radice psicologica dei suoi comportamenti, Dante è un maestro di vita sempre attuale. Le ‘secrete cose’ che ci ha trasmesso con la sua poesia sono emerse più chiaramente negli anni recenti con la scoperta della psicologia dell’inconscio. Naturalmente il poeta si esprime con il linguaggio e le immagini del suo tempo. Tuttavia le realtà della psiche con le quali ci mette in contatto sono talmente archetipiche da essere valide ancora oggi. (da “Alla ricerca di Beatrice” di Adriana Mazzarella, Edra Editore, Milano 1991, 2006, 2015).

timthumbE’ il libro di Adriana Mazzarella, un’autorità in campo psicanalitico junghiano e soprattutto persona amata e stimata per la sua carica umana, il seme da cui è nato un progetto condiviso dalle figlie Paola e Renata, dalla collega Rosa Napoliello, dallo scrittore dantista Alberto Cristofori e dal professor Sergio Baroni. Martedì 24 maggio, a poco più di un anno dalla sua morte, alla Galleria Baroni di Milano si terrà una serata in onore di Adriana Mazzarella nel giorno in cui avrebbe compiuto 91 anni. E’ il secondo appuntamento legato alla mostra “Frammenti danteschi” che rimarrà aperta fino a luglio con ulteriori iniziative culturali.

La sera del 24 maggio vuole rivivere e condividere una piccola parte del patrimonio culturale e umano lasciato da Adriana Mazzarella attraverso una lettura dantesca, a cura dell’attrice Patrizia Milani, che sarà commentata dai punti di vista letterario e junghiano. Le due  prospettive dialogheranno attraverso Alberto Cristofori e Rosa Napoliello, in un “duetto” che rileggerà in modo inusuale un canto fra i più noti e popolari, il V dell’Inferno. Dante, assieme alla sua guida spirituale Virgilio, è giunto nel girone dei lussuriosi e incontra Paolo e Francesca, gli amanti uccisi per mano di Giangiotto Malatesta, marito di lei e fratello di lui. Francesca simboleggia l’amore-passione che rimane prigioniero degli istinti, impedendo l’evoluzione verso la vera conoscenza, la Sapientia-Beatrice, ossia il principio femminile legato al sentimento e all’eros. Beatrice rappresenta, nella lettura psicanalitica di Adriana Mazzarella, il principio femminile che Jung chiama Anima e che, se mancante nella sua complementarità al principio maschile – Animus – rende gli esseri umani orfani di un’integrità etica: “La svalutazione del principio femminile mostra i suoi segni ancora ai nostri tempi, in cui la donna, con fatica, sta cercando di conquistare la sua dignità. In questa difficile lotta per l’uguaglianza materiale e intellettuale con l’uomo, la donna perde a volte di vista la ricerca interiore e la realizzazione delle sue qualità femminili, che sono complementari allo spirito maschile. Quando però riesce a realizzarsi, la donna è “sapientia”, legata al sentimento e all’eros, non la cultura intellettuale e tecnica, nella quale lo spirito maschile tanto s’ingegna: questa cultura, separata dal sentimento – cioè dalla funzione di valore etico – porta agli esiti devastanti che oggi possiamo vedere” (Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice”).

Sul tema della serata, si veda anche il capitolo che Adriana Mazzarella dedica ai lussuriosi (“Alla ricerca di Beatrice”, pgg. 151-158). Nata a Napoli nel 1925, Adriana Mazzarella ha studiato e lavorato a Milano, dove si è spenta il 5 febbraio 2015. Medico pediatra e psicoterapeuta junghiana, ha fatto parte dal 1980 del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) e della IAAP (International Association for Analytical Psychology). Discepola di Dora Kalff, creatrice della terapia del “gioco della sabbia”, Adriana Mazzarella è stata membro fondatore dell’AISPT (Associazione Italiana per la Sand Play Therapy) e membro della ISST (International Society for Sandplay Therapy). Appassionata della poesia di Dante, ha condotto un profondo e innovativo lavoro di analisi simbolica dellaDivina Commedia, che ha suscitato grande interesse tra gli studiosi in Italia e all’estero.

Alberto Cristofori

Nato nel 1961 a Milano, dove vive. Ha studiato musica e letteratura. È stato insegnante liceale, traduttore, autore di testi scolastici, tra cui un’antologia della Divina Commedia, una storia della letteratura italiana e un corso di storia antica e medievale. Esperto di esegesi dantesca, è autore di libri, fra cui il romanzo Ultimo viaggio di Odoardo Bevilacqua (Bompiani 2013). Fra gli autori che ha tradotto: Luis Bunuel, Patrick McGrath, Quentin Tarantino, Atticus Lish, Don Winslow, Trevanian, Wole Soyinka, Shirin Ebadi.

Patrizia Milani

Diplomata nel 1973 con il primo premio all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, ha debuttato ne L’avaro di Molière per la regia di Orazio Costa. Si laurea poi all’università di Pavia con una tesi sul Fuoco di D’Annunzio. Attrice sensibile e versatile, inizia rapidamente ad affrontare personaggi complessi. Nel 1974 è Annabella in ” Peccato che sia una sgualdrina” di John Ford all’Olimpico di Vicenza per la regia di Roberto Guicciardini e Ofelia nell'”Amleto” con Pino Micol e la regia di Maurizio Scaparro. Nelle due stagioni successive affronta con Giulio Bosetti la figliastra dei ” Sei personaggi in cerca d’autore” e Lisa nel “Pigmalione ” di George B.Shaw. Dal 1982 all’85 ha lavorato al Teatro Stabile di Palermo con Pietro Carriglio. Nel 1988 il fortunato incontro con Marco Bernardi, direttore del Teatro Stabile di Bolzano, con cui inizia una lunga collaborazione. Insieme hanno dato vita ad alcuni tra gli spettacoli più interessanti e significativi della scena italiana.Per le sue interpretazioni ha ricevuto svariati riconoscimenti: “Premio Mediterraneo” (1989), “Veretium” (1993), “Fondi-La Pastora” (1993), “Premio della critica italiana” (1995), “Hystrio” (2006), “Flaiano” (2011).

Rosa Napoliello

Psicologa analista e psicoterapeuta junghiana, presidente A.I.S.P.T. (Associazione Italiana per la Sandplay Therapy) che riunisce al suo interno varie società nazionali per la terapia del Gioco della Sabbia. Socio I.S.S.T. Membro Didatta A.I.P.A. e socio I.A.A.P. Allieva e poi collega di Adriana Mazzarella nel percorso analitico junghiano, nella Sandplay Therapy e nel percorso dantesco. 

Dante e la Sfinge

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
dice Beatrice a Dante in Purgatorio, XXXIII, e fa riferimento al mito della Sfinge, che Dante prende dalle Metamorfosi di Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.). Il poeta romano è più volte una fonte della Divina Commedia e compare in Inferno IV. La Sfinge, figlia di Tifone e di Chimera, era un mostro alato con il corpo di leone e il volto di donna che dimorava presso Tebe. Essa chiedeva ai viandanti di risolvere un indovinello, uccidendoli se non scioglievano l’enigma. La Sfinge chiedeva quale fosse quell’animale che da piccolo cammina su quattro zampe, da adulto su due e da vecchio su tre. L’unico a indovinare fu Edipo (il Laiade, dice Ovidio, cioè figlio di Laio: ma Dante fraintende e inserisce le Naiadi, che nella vicenda del mito non c’entrano per nulla). Edipo capì che l’indovinello parlava dell’uomo capendo che si trattava dell’uomo e di conseguenza la Sfinge si uccise. La sua morte fu vendicata da Temi, che lanciò una fiera devastatrice contro i Tebani. In questo caso, assicura Beatrice, la soluzione dell’enigma non arrecherà danno (sanza danno di pecore e di biade).
E così, a buon titolo, le sfingi di Galleria Baroni si prendono il loro posto nella mostra “Frammenti danteschi”. Si tratta di una decorazione proveniente da villa palermitana dei primi Ottocento, già presenti in un’altra mostra “Da Brera alle piramidi”.
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Caronte dagli occhi di bragia

Ed ecco verso noi venir per nave

Un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: ‘Guai a voi, anime prave!

non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne in caldo e ‘n gelo.

(Inferno III, 82-87)

“Chi è e che cosa rappresenta Caronte? Il traghettatore che conduce all’altra riva sembra esprimere l’aspetto possente dell’energia vitale che investe l’uomo quando, sfuggito all’ignavia, si abbandona al flusso della libido che lo dominerà secondo la forma dell’istinto. Caronte è un vecchio (“bianco per antico pelo”), antico come l’umanità quando emerse dall’incoscienza dell’Eden. Appare urlante e minaccioso su una barca che galleggia sull’acqua, quasi a rappresentare l’umanità trascinata e sconvolta dal flusso impetuoso delle passioni. Riconosce però immediatamente che Dante è vivo e lo invita a non confondersi coi morti. Fino a che l’uomo, con ripetute esperienze, non impara ad armonizzarsi con l’onda dell’energia vitale, avrà sempre Caronte minaccioso davanti a sé. L’inconscio ha proprio questa funzione compensatoria: il medesimo problema si ripresenta nei sogni e nella vita fino a che l’uomo non ne ha preso coscienza e non lo ha superato nella esperienza concreta. Spesso, quando si presenta l’opportunità di affrontare i nostri malesseri psichici – per esempio attraverso terapie analitiche – scappiamo subito via rifugiandoci nella nevrosi e nell’autocommiserazione, piuttosto che affrontare la responsabilità di noi stessi.” Così scrive Adriana Mazzarella, la psicoanalista junghiana alla quale ho dedicato la mostra “Frammenti danteschi”, a proposito del personaggio di Caronte nella Commedia dantesca, in un suo contributo a una precedente mostra di Galleria Baroni, “Il volto e la maschera”.

Caronte dimonio, con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie,

batte col remo qualunque s’adagia.

(Inferno, 109-111)

Optimized-romanelli caronteE davvero questo Caronte di Tullo Golfarelli (Cesena 1852 – Bologna 1928) in terracotta colorata a finto bronzo e firmato sul retro, ha gli occhi di bragia, spaventosi, inquietanti, al punto che i signori da cui lo acquistai più di dieci anni fa lo avevano relegato in cantina, perché i nipotini si spaventavano quando entravano in casa e se lo ritrovavano all’ingresso. Lo stesso effetto esso faceva  nel mio appartamento: gli ospiti più giovani apparivano timorosi nel passare davanti a questo busto quasi ingombrante, che polarizzava tutto lo spazio. E’ il timore che prova Dante quando si trova di fronte a Caronte e per sostenere questa presenza deve fare appello a una volontà più forte, che possa aiutare il suo io personale. Per portare a termine il viaggio dovrà affidarsi a un nuovo principio di salvezza, con la morte dell’io individuale attraverso quella del Cristo portatore di fede. Per salvarsi Dante non potrà affidarsi al “legno” di Caronte, ma dovrà affidarsi a quello della croce (morte-rinascita) per risorgere nell’Essere Assoluto. Il legno di Caronte è quello che lo traghetta per compiere il viaggio infernale; il legno della croce è quello che gli dà la fede per poter compiere l’intero viaggio fino all’Essere Supremo. Come altre volte, dalla mitologia classica greco-romana Dante, , prende un personaggio inserendolo nella Commedia e nella sua visione cristiana medievale.

L’opera, esposta in occasione della mostra “Frammenti danteschi”, è documentata in una fotografia d’epoca conservata al Museo del Risorgimento di Bologna. Così mi ha scritto l’amico Alfonso Panzetta, professore di scultura all’Università di Bologna, quando gli ho inviato l’immagine del busto: “Lo conoscevo da una foto d’epoca conservata nell’album di Golfarelli di proprietà del Museo del Risorgimento di Bologna, ma non sapevo dove fosse…..ora lo so!”

Sergio Baroni

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.

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Chi era Tullo Golfarelli

Figlio di un orafo, Tullo Golfarelli imparò la tecnica dell’incisione e della lavorazione dei metalli nella bottega paterna. La famiglia lo mandò a Roma nel 1878, affinché si specializzasse in quest’arte con lo scultore orafo Gagliardi. Durante questo periodo viaggiò in diverse città, fra cui Firenze, Bologna, Venezia e Parigi. Nel 1880 tentò invano di essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma nella città partenopea conobbe i suoi grandi maestri: Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Vincenzo Gemito. Da quest’ultimo apprese il realismo nella resa dei volti scolpiti che caratterizzò buona parte della sua produzione. I suoi frequenti soggiorni a Cesena gli fecero ottenere successo in Romagna, dove ricevette commissioni importanti per opere pubbliche. Fra le prime eseguite, il busto marmoreo di Garibaldi (1883), collocato nel sottoportico del Palazzo comunale di Cesena, dove si trova un’altra sua opera: il medaglione per Leonida Montanari (1887) inserito in una lapide murale. Nel 1884 realizzò per Cesenatico un altro busto di Garibaldi, che però si sottrae al linguaggio verista, sostituito da un modellato più morbido.

Nel 1893 si stabilì a Bologna, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, perfezionando il modellato nei corsi dello scultore Salvino Salvini, del quale assorbì in parte lo stile oscillante tra l’accademico e il realistico. Nel capoluogo emiliano entrò in stretto contatto con l’ambiente artistico e culturale. Frequentando i principali cenacoli letterari, conobbe celebri esponenti del mondo politico e culturale, come Giosuè Carducci, che ritrasse in più opere monumentali e celebrative, e Giovanni Pascoli, col quale strinse un rapporto di amicizia che sarebbe durato fino alla morte del poeta. I nomi dei due autori si intrecciano quando Pascoli pronuncia un discorso in occasione dell’inaugurazione del busto a Carducci realizzato da Golfarelli per l’aula magna dell’Università degli studi di Bologna, che fu pubblicato dal giornale cesenate Il Cittadino.

Nel 1896 vinse il concorso per il bassorilievo La cacciata degli Austriaci da Bologna nel 1848, destinato alla scalea della Montagnola a Bologna. Divenne uno degli artisti più richiesti per opere plastiche di carattere monumentale e celebrativo e dalla fine dell’Ottocento ai primi dieci anni del Novecento lavorò per il cimitero comunale alla Certosa di Bologna, realizzando una decina di monumenti funerari. Fra questi ebbe particolare successo la scultura Labor, un fabbro a grandezza naturale eseguito nel 1892 per la tomba Simoli, espressione della sua poetica realista. Negli anni successivi, invece, Golfarelli si avvicina, pur senza dimenticare l’impronta del realismo sociale, al lirismo di marca simbolista e al gusto liberty, riscontrabili ad esempio nelle illustrazioni per le Myricae di Pascoli. Se ne deduce una propensione a intrecciare le diverse correnti stilistiche. Nel 1912 Golfarelli fu nominato professore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e morì nel capoluogo emiliano dopo una lunga malattia e afflitto da problemi economici nel 1928.

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.

 

 

 

 

Credevo fosse un gatto invece era una lonza

Pubblico con grande piacere il contributo alla mostra “Frammenti danteschi” di un’amica, Elisabetta Gulli Grigioni, scrittrice ed esperta di simbologia e iconografia agiografica e dantesca, che conosco da tanti anni. Nel mio lavoro di esperto di arti decorative, Elisabetta è spesso una fonte importante di informazioni. Originale questo suo commento alla mostra, che a mio parere ne coglie appieno lo spirito.  Sergio Baroni

Credevo fosse un gatto invece era una lonza. Pensieri sui casi “danteschi” di via Madonnina

In questi primi mesi dell’anno 2016 un filo immaginario corre lungo un altrettanto immaginario percorso Milano – Ravenna portando a noi della Felix città buone novelle circa un evento dilazionato nel tempo o, come si usa oggi dire, work in progress, che si sta svolgendo nella galleria milanese di Sergio Baroni in Via Madonnina, luogo elegante nel cuore della città, da molti anni aperto all’incontro di intelligenze, di passioni antiquarie e di filosofiche conversazioni, tra oggetti belli, bellissimi o preziosi cronologicamente sbocciati nel Tempo ieri, oppure cinquant’anni o qualche secolo fa. Il titolo della mostra è Frammenti Danteschi, ma non si consideri il ricorso alla parola frammenti quale elegante espediente per sottrarsi all’impegno di una personale e ben definita elaborazione estetica, favorito dalla disponibilità professionale dei materiali antiquari. Nel suo svolgersi accompagnato da iniziative ispirate alla musica, alla letteratura e a ogni tipo di sollecitazione creativa, l’esposizione rivela infatti tensioni solidali nel guardare all’Oggetto Principe motore delle iniziative raffinate e originali che, in divenire, modellano l’eclettico evento: Dante Alighieri cioè, che pur giacente nelle sue spoglie mortali a Ravenna, quasi centrale atomica irradiante energia intellettuale nella Penisola, ispira strenue esegesi, avventurose invenzioni, indomite e prestigiose letture accanto a recite inesperte (ma di infantile o di entusiastica audacia), magnifici dipinti, avveniristici fumetti, disegni acerbi di elementare fascino scolastico e infinite altre fantastiche sperimentazioni.

Il filo che lega le due città trae sostanza nella biografia del Professor Baroni stesso che, originario del Ravennate, mantiene vivo il legame con le proprie radici e con il clima di crescente fervore celebrativo diffuso dalla ricorrenza, che cadrà nel 2021, dei 750 anni dalla nascita del Poeta. Nelle conversazioni di questi giorni sul filo telefonico mi è parso di poter riconoscere in Sergio Baroni una passione culturale avvolgente ogni nuovo oggetto ‘dantesco’ acquisito di attenzioni antropologiche e psicologiche capaci di promuoverlo a esemplare unico e inimitabile, al di là di ogni possibile valore attribuibile. E ciò è in sintonia con il ‘dantismo’ ravennate di questi tempi in cui ogni approccio al Poeta si configura come incontro unico e irripetibile (ripenso con emozione al mio Lauro Dantesco ad Honorem nella chiesa che vide i funerali di Dante), per una sorta di tocco magico ultraterreno.

Sui fatti di via Madonnina già fioriscono gli aneddoti: si narra ad esempio che un signore, dotato di colto umorismo, osservando dall’esterno Gatto Giovino Baroni in elegante riposo tra i cimeli danteschi posati in mostra, sia entrato in galleria chiedendo nell’indicare il fiero animale: “ Ma quello è la lonza?”. E veramente della lince Giovino, robusta razza norvegese, ricorda le fattezze pur con la scomparsa, sul bianco mantello, delle macule lussuriose: forse per purgatoriale candeggio o per segreto contrappasso solamente noto alla “lonza” e al Poeta? Ma in ogni caso l’episodio è degno di inaugurare un inedito e disinibito dizionario dell’approccio a Dante Alighieri.

Elisabetta Gulli Grigioni

 

Elisabetta Gulli Grigioni, laureata in filosofia all’Università di Padova, risiede da molti anni a Ravenna, città in cui si è dedicata all’insegnamento. Impegno costante di tutta la sua vita è stata la raccolta e lo studio di oggetti e documenti grafici legati alla tradizione popolare e all’uso di simboli, in particolare del cuore e sulle agiografie religiose data la sua ricca collezione di “santini”. Su questi argomenti, dal 1972 a oggi ha pubblicato libri e articoli in varie riviste specializzate: Lares, il Santo, Il lettore di provincia, Schema, La gola, Charta. Ha collaborato a mostre in varie città italiane e alla realizzazione dei rispettivi cataloghi: Padova (Centro studi Ambrosiani), Milano (Fondazione Mazzotta), Bari (Castello Svevo). Nell’ambito della XX rassegna di conversazioni e letture internazionali “La Divina Commedia nel mondo” le è stato consegnato il riconoscimento speciale “Il lauro dantesco ad honorem”.

L’alchimia dantesca secondo Bertozzi & Casoni

bertozzi e casoni

Bertozzi & Casoni, “Composizione – Scomposizione 1”, ceramica.

Alimenta la mostra “Frammenti danteschi” l’opera “Composizione-Scomposizione 1” di Bertozzi & Casoni: un tuffo nel viscerale rappresentato da un intreccio di tubi, manopole, contenitori multiformi e multi colori (lattine, scatole, cofanetti…), che rimandano a un caotico aggrovigliarsi di pensieri, emozioni, sentimenti. Siamo in pieno pathos della ricerca dantesca, rappresentata dai complessi meccanismi di un pannello alto più di 2 metri e che in origine apparteneva a una serie di sette pannelli dedicati ai vizi capitali. L’opera nel suo insieme è stata esposta allo Sperone West Water di New York nel 2010, al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza nel 2009, al Castello Sforzesco di Milano nel 2008, alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia nel 2007. In seguito i pannelli sono stati divisi e, rimasti orfani del loro comune denominatore (i vizi capitali) sono stati rinominati. Composizione-scomposizione n. 1 allude a un meccanismo impazzito che si disgrega nella forma originaria per scomporsi, appunto, e ricomporsi in nuove forme. E’ lo stesso processo vissuto da Dante che, dalla selva oscura, caos e confusione, attraversa la “scomposizione” dell’animo umano nel viaggio infernale, prima di potersi “ricomporre” nell’equilibrio formato dall’unione tra il Maschile e il Femminile, secondo la lettura junghiana che abbiamo dato alla Commedia Gli intricati percorsi delle tubature in ceramica ci rimandano a quel processo alchemico citato a proposito di un’altra opera della mostra, “Metamorfosi”; ma nell’opera di Bertozzi & Casoni, anziché davanti alla vera e propria trasformazione (la metamorfosi), siamo spettatori del processo, come alludono le scritte: “avvio”, “per moto”, “circolazione”, “non capisco”, “non sono”. Nell’intreccio dei tubi si inseriscono manopole, ruote, maniglie, volanti che possono aprire o chiudere la circolazione, favorire od ostacolare il processo di trasformazione. E poi ci sono i contenitori, le scatole: stasi o pause del cammino… le soste, i timori, i ragionamenti, i ripensamenti, gli svenimenti di Dante. C’è il vaso di Atanor, da cui emerge la pietra filosofale, e c’è il contenitore rivestito d’oro con l’immagine della civetta, simbolo di Minerva. La scatola si apre, così come la testa di Giove, e ne emerge la dea armata, pensiero potente che nulla teme. Minerva è la dea della lealtà, della giustizia, della saggezza, tutti i valori che si sono persi e che hanno portato l’uomo nella selva. Occorrono il viaggio infernale, il travaglio dell’inconscio, il processo alchemico per arrivare alla metamorfosi che dall’oscurità porti alla luce. Un processo interiore, in cui conscio e inconscio si uniscono.

L’opera nel suo insieme è stata esposta nelle seguenti occasioni:

«Bertozzi & Casoni. Intervallo», Sperone Westwater, New York, 8 gennaio – 20 marzo 2010.

«Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse», Museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza, 20 settembre 2008 – 11 gennaio 2009.
«Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse», Castello Sforzesco, Milano, 5 luglio – 2 settembre 2008.

«Le bugie dell’arte: Bertozzi & Casoni», Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro, Venezia, 7 giugno – 2 settembre 2007.

L’opera è pubblicata nei seguenti volumi:

  1. BERTONI (a cura di), Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse, catalogo della mostra, Milano, Castello Sforzesco, 5 luglio – 2 settembre 2008; Faenza, Museo Internazionale delle Ceramiche, 20 settembre – 11 gennaio 2009, Allemandi Editore, Torino, 2008.
  2. SENALDI (a cura di),Bertozzi & Casoni. Le bugie dell’arte, catalogo della mostra, Venezia, Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna, 7 giugno – 2 settembre 2007, Damiani Editore, Bologna, 2007.

Bertozzi & Casoni è una società fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi e da Stefano Dal Monte Casoni, entrambi romagnoli. Fin dalla loro formazione all’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica di Faenza, si interessano alla grande tradizione dell’arte e alla sperimentazione in campo scultoreo, vedendo nella ceramica una possibilità per una scultura dipinta. Frequentano l’Accademia di Belle Arti di Bologna e portano avanti le ragioni di una “nuova ceramica”, con l’obiettivo di farla uscire dalla discriminazione che la vede come arte minore rispetto ad altre. Le prime creazioni sono sculture di piccole dimensioni e in sottile maiolica dipinta a policromia. “Tra riferimenti alla grande avventura novecentesca delle arti decorative, istanze plastiche mediate dalla leggerezza di Fausto Melotti e nuove necessità di racconto, Bertozzi e Casoni impostano le direttrici di un percorso che già possiede in nuce quella carica ironica e quello spirito di ricerca che diventerà cifra inconfondibile del loro successivo lavoro.”  Negli Anni 80 e 90 il loro virtuosismo esecutivo raggiunge nuovi apici tra opere scultoree, intersezioni con il design e realizzazioni per affermati artisti italiani ed europei. Negli Anni 90 emerge nel loro lavoro un aspetto maggiormente concettuale e radicale: la ceramica assume dimensioni sempre maggiori fino a sconfinare nell’iperbole linguistica e realizzativa. La critica e le più importanti gallerie d’arte nazionali e internazionali si interessano al loro lavoro. Le loro sculture, simboliche, irridenti e pervase da sensi di attrazione nei confronti di quanto è caduco, transitorio, peribile e in disfacimento sono diventate icone di una non solo contemporanea condizione umana. L’ironia corrosiva delle loro opere è sempre controbilanciata da un inossidabile perfezionismo esecutivo. Negli anni Duemila abbandonano l’uso della maiolica per privilegiare l’utilizzo di materiali ceramici di derivazione industriale. Sfidando convenzioni linguistiche e le tradizionali possibilità di un materiale quale la ceramica, sanno far sottacere i dati della ricerca tecnica a favore di un dispiegamento formale e visivo di estrema naturalezza. Così Franco Bertoni in “Bertozzi & Casoni”: “Bertozzi e Casoni sono maestri del dubbio. Usano la ceramica ai massimi livelli ma sanno sottacere le difficoltà esecutive; propongono una figurazione estremamente realistica e oggettiva ma le loro opere hanno avvertibili risvolti concettuali; mostrano ma nascondono; con pretese di verità instillano incertezze e provocano vertigini mentali; hanno portato la ceramica nel mondo dell’arte e l’arte nel mondo della ceramica.”

Uno sguardo, quello di Beatrice…

“Uno sguardo, quello di Beatrice, cioè tre volte niente, un batter di palpebre e il cascame squisito che ne risulta.” Jacques Lacan (1901 – 1981) in “Radiofonia Televisione” pag. 84, Einaudi, Torino 1982. La poesia, l’arte, nelle sue varie declinazioni, anticipano precedono la psicoanalisi, Freud docet: Dante ci accompagna nella via dell’amore che scandisce e accompagna la sua vita-poesia; ”l’amor che muove il sole e l’altre stelle”. Lacan che legge Freud, ‘più freudiano di Freud,’ elabora “le dottrine d’amore” a partire dal ‘reale del greco’. Il reale del greco è l’impossibile a dirsi, l’impossibile della lingua a dirsi e a scriversi che il ‘reale’ del greco costeggia e bordeggia. Il riferimento è nel Seminario VIII in cui Lacan rilegge e commenta il Simposio, addentrandosi nelle dottrine d’amore. Il punto decisivo è la frase che Diotima rivolge a Socrate: “Non so se tu, Socrate, sei abbastanza addentro nelle dottrine d’amore.” Diotima rivendica così la specificità, strutturalmente femminile, che consente a una donna di avvicinarsi all’amore. Già perché Lacan, riprendendo da Aristotele definisce che mentre gli uomini ricadono nell’universale, una donna ‘non è tutta’. questo tratto, in apparenza di meno, è, al contrario quello che consente a una donna una prossimità specifica e particolare all’amore. Riferimento essenziale per la psicoanalisi, almeno quella lacaniana: una donna, libera dal prestigio fallico dell’uomo, è più agevole a sganciarsi dal sapere per inoltrarsi nelle ‘dottrine d’amore’. La psicoanalisi, libera dal sapere, è avviata a porsi come ‘erologia’, come tentativo di traduzione dal sapere alla verità dell’amore. E qui troviamo Dante:”La forma universal di questo nodo/ crech’i vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’i godo.” (Paradiso XXXIII vv.91-95). Come non associare al ‘nodo’ di Dante il nodo borromeo di Lacan scandito nei passaggi ‘desiderio-amore-godimento’ ? Dante cerca e trova in Beatrice la convergenza dei tre nodi, donna dell’amore che ordina la sua vita-poesia. Con Dante e Beatrice l’alta figura di Bernardo, l’amato da Maria, colui che introdusse nella Chiesa la mariologia, il culto, la venerazione, l’amore per Maria. Nell’iconografia è rappresentato come nutrito dallo zampillo di latte che proviene dal seno di Maria; lui, Bernardo che si spogliava del linguaggio per lodare Maria. In quella straordinaria ‘fioritura’ che fu l’amor cortese che attraversò la Francia, l’Italia, la Germania rintracciamo potente e operante la particolarità della donna aperta al nodo desiderio-amore-godimento’ questione che, nel nostro contemporaneo, assume particolare intensità.

La Scuola Lacaniana di Milano ringrazia Sergio Baroni per l’opportunità di un incontro con l’arte e la poesia di Dante. La psicoanalisi che ha come compito etico di presiedere al legame sociale, di aprirsi e di aprire la città partecipa e ringrazia.

Giuliana Kantzà

Giuliana Kantzà è psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, di cui è tra i membri fondatori, è membro dell’A.M.P. Attualmente è Segreteria della Scuola Lacaniana a Milano, dove vive e lavora. E’ stata docente alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. In precedenza ha insegnato Storia della Psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e ha lavorato in Ospedale Psichiatrico, partecipando con l’équipe di Basaglia al movimento di deistituzionalizzazione dei manicomi. Interessi e campi di lavoro: la funzione dello psicoanalista nella clinica seguendo l’ultimo insegnamento di Lacan;la responsabilità, l’etica della psicoanalisi nel ‘reale del XXI secolo’, tema del Convegno internazionale a Parigi. Particolare attenzione alla posizione della donna, da sempre ‘eccentrica’ per struttura, nel più-di godimento del nostro tempo. Pubblicazioni: “Teresa fra estasi e angoscia” ed. Mimesis.

Nella foto: “Occhi di Beatrice”, opera fotografica di Laura Panno.

Ringraziamo Giuliana Kantzà per il suo contributo alla mostra “Frammenti danteschi” incentrato sul ruolo di Beatrice nella sua prossimità, in qualità di donna, nelle “dottrine d’amore”. Un contributo perfettamente in sintonia con la chiave di lettura che la mostra fa dell’opera dantesca. L’uomo Dante, perduto nella selva oscura, incontra sul colle il poeta Virgilio che lo incoraggia a proseguire il viaggio, proponendosi come guida. Dante ha paura, teme di non farcela e gli chiede perché si trova lì, chi lo ha deciso. Così risponde Virgilio:

“Io era tra color che son sospesi.

E donna mi chiamò beata e bella.

Tal che di comandar io la richiesi.

Lucean gli occhi suoi più che la stella:

E cominciommi a dir soave e piana,

Con angelica voce in sua favella:

O anima cortese mantovana,

Di cui la fama ancor nel mondo dura,

E durerà quanto il moto lontana:

L’amico mio, e non della ventura,

Nella deserta piaggia è impedito

Sì nel cammin, che volto è per paura:

E temo che non sia già sì smarrito,

Ch’io mi sia tardi al soccorso levata.

Per quel ch’io ho di lui nel Cielo udito,

Or muovi, e con la tua parola ornata,

E con ciò ch’è mestieri al suo campare,

L’aiuta, sì, ch’io ne sia consolata.

Io son Beatrice, che ti faccio andare:

Vegno di loco, ove tornar disio:

Amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al Signor mio,

Di te mi loderò sovente a lui.”

(Inferno, II, 52 – 74)

 

Incontro con lo scultore Peter Porazik

Per la mostra “Frammenti danteschi” Galleria Baroni ha ospitato la scultura in marmo “Metamorfosi” dell’artista slovacco Peter Porazik. Nell’opera si può leggere la stessa trasformazione vissuta dal Poeta nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso: gambe umane sporgono da una roccia – Dante seduto in una delle soste durante il passaggio nei gironi infernali – ma anziché proseguire nella parte superiore del corpo si dissolvono fra aria e roccia. La loro materia si trasmuta, alludendo al corpo umano del Poeta che nell’ultima cantica si dissolverà – questa è la sua percezione –  per entrare nella nuova dimensione, quella della contemplazione.

Abbiamo incontrato Peter Porazik alla Galleria Baroni e abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio.

Quando nasce la tua passione per l’arte?

Da bambino. Avevo un nonno che disegnava benissimo e un padre architetto e quando iniziai a disegnare si aprì davanti a me una strada chiara, dalla quale non mi sono mail allontanato. Anche se la cosa buffa è che non ho preso in mano una matita fino all’età di quattro anni, nonostante gli incoraggiamenti di mio padre.

Ci racconti il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il liceo artistico a Bratislava, dove mi sono dedicato alla pietra, materia in cui mi sono specializzato. Ricordo che non mi staccavo mai dai miei strumenti di lavoro, nemmeno di notte, li consideravo magici. Subito dopo il liceo artistico sono entrato in Accademia, sempre a Bratislava. Erano i tempi in cui, per reazione al realismo socialista, i percorsi tradizionali erano stati spazzati via in favore di un eclettico sperimentalismo contemporaneo. Ma sia io sia molti miei compagni sentivamo la mancanza di basi culturali, delle nostre radici, di una preparazione accademica al modellato. E così facemmo pressione perché venisse reintrodotta una formazione più tradizionale, senza ovviamente l’influenza politica di prima. Con nostra grande soddisfazione, questo cambiamento fu introdotto. L’ultimo anno, prima di diplomarmi, ho studiato per quattro mesi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove sono tornato dopo il diploma come assistente del rettore all’atelier di scultura. Ero stato invitato dallo stesso professore con cui avevo studiato prima di diplomarmi, Adam Myjak.

Mentre lavoravi in Accademia hai partecipato a simposi internazionali…

Sì, nello stesso anno in cui mi sono trasferito a Varsavia, il 1999, ho partecipato al III Simposio Internazionale di Scultura di Antalya, in Turchia. Precedentemente avevo partecipato a un Simposio in Austria, nel 1994, e in Romania, nel 1998. In seguito, ho partecipato ad altri simposi: in Cina (2001) e nella Repubblica Ceca (2003).  Negli stessi anni ho realizzato opere pubbliche per la Polonia, insomma avevo una carriera ben avviata, ma il lavoro in accademia mi stava un po’ stretto, non mi permetteva di sperimentare, di fare ricerca e di lavorare ai miei progetti personali. Sentivo che non sarei potuto crescere come desideravo. Così, assieme a mia moglie, anche lei scultrice, abbiamo deciso di mollare tutto e di partire per l’Italia. Una vera e propria avventura… E un nuovo inizio.

Raccontaci dell’Italia.

Abbiamo trascorso qualche anno a Roma, dove ho partecipato alla mostra collettiva “Giorni di Unione Europea”, ma il lavoro non decollava, perlomeno non come volevamo noi. In seguito ci siamo trasferiti in Sicilia, vicino a Palermo. Ho lavorato a molti arredi destinati alle chiese: la Chiesa San Pietro e la Chiesa Regina Pacis di Caltanissetta; la Chiesa Sacro Cuore di Gesù di Gela (CL), la Chiesa Santa Maria di Nazareth di San Cataldo (CL), la Basilica di San Pietro a Riposto (CT), la Chiesa Madre San Leonardo Abate di Serradifalco (CL). Statue, un fonte battesimale, trittici e dittici, arredi liturgici, sculture per portali, balaustre, pannelli, acquasantiere… in Sicilia sono molto sensibili all’arredo sacro, che tra l’altro è un filone in cui mi riconosco. Poi però mia moglie si è trasferita a Mandello del Lario, in provincia di Lecco, per motivi familiari e io, non appena ho potuto, l’ho seguita. Qui abbiamo fondato un laboratorio di arte, il Laboratorio Porazik, dove nel 2014 abbiamo organizzato un piccolo simposio di scultura locale, “Mandellarte”, che ha coinvolto i giovani del territorio, portando l’attenzione a una cava del marmo nella zona lariana, che è quella di Musso. Non è più in uso, ma è molto importante perché il suo marmo riveste tutto il Duomo di Como.

Dicono che la tua arte sia spirituale, ti riconosci in questa definizione?

In un certo senso mi ci ritrovo. La spiritualità è la matrice comune a ogni essere umano, lo vediamo anche nel viaggio della Commedia Dantesca, che è un viaggio interiore e spirituale. Non mi riconosco però in uno stile preciso e nemmeno mi interessa. Mi piace esprimermi per come mi sento in quel momento e, dato che la vita è in continuo movimento, mi esprimo in modi diversi, anche se la mia mano è ovviamente riconoscibile. L’importante per me è partire da un’idea e trovare la forma per quell’idea, il formalismo e la replicabilità non mi interessano. Mi hanno anche detto che le mie opere sono meditative. Sicuramente ho uno stile essenziale, che richiama un atteggiamento di ascolto e contemplativo, ma anche ludico e ironico. Mi piace giocare, combinare i contrasti, così come si integrano nella vita: la meditazione e la spiritualità sono serie e leggere al tempo stesso, portando a un sorriso distaccato. La spiritualità per me non è avulsa dal contesto materico, dall’ambiente circostante con cui si fonde e si trasforma: la natura, la città, la società, le culture. Mi sento in perenne ricerca e movimento, laddove movimento non significa incostanza o frammentazione, bensì trasformazione ed evoluzione, in una parola “Metamorfosi”, come la scultura esposta per la mostra “Frammenti danteschi”.

Livia Negri

 

Lectio Dantis per il Fuorisalone

Un evento alla Galleria Baroni che segna la prima tappa della mostra in progress dedicata a Dante, alla sua influenza nell’immaginario collettivo e al suo viaggio interiore.

Il 13 aprile il viaggio dantesco di Galleria Baroni segna la prima tappa, con un happening per il Fuorisalone: Looking for Dante, looking for Beatrice, dalle 18.30 alle 22.00.

Sotto gli Occhi di Beatrice, opera fotografica di Laura Panno, si svolgerà una lectio dantis (ore 21.00) a cura di Alberto Cristofori, che indagherà gli unici due canti prima del Paradiso in cui compare la donna amata dal Poeta: il II canto dell’Inferno e il XXX-XXXI del Purgatorio. Da ideale stilnovistico, oggetto di desiderio, la donna amata si trasforma nell’ultima cantica in soggetto amante, soccorritrice, guida e i due canti scelti per la serata preannunciano questa trasformazione finale. E’ un processo evolutivo che va di pari passo con quello vissuto dal Poeta, in galleria testimoniato dalla scultura in marmo Metamorfosi dello scultore polacco Peter Porazik, uno degli ultimi arrivi fra i contributi che alimentano questa mostra in divenire. Ai vizi umani allude invece l’opera di Bertozzi e Casoni, il grande pannello Composizione Scomposizione n. 1 in ceramica policroma del 2007, alta più di 2 metri. Infine, un tocco tra il ludico e il nostalgico: la gigantografia di Mike Bongiorno vestito da Dante, ricordo di una campagna pubblicitaria. A corollario dei pezzi contemporanei, rimane il nucleo dell’esposizione dedicato all’influenza di Dante attraverso i secoli: dall’olio su tela del XVII secolo con i rappresentanti del Dolce Stil Novo, Dante in testa, ispirato a quello di Giorgio Vasari al Minneapolis Institute of Art, a una Divina Commedia in micrografia incisa su metallo di soli cm 3×4; dal busto di Caronte in terracotta a finto bronzo di Tullo Golfarelli (1852 – 1928) al pannello in ceramica di Angelo Biancini (1911-1942) dedicato a Paolo e Francesca; e ancora, incisioni, disegni, busti-fermacarte, medaglioni, incisioni, ceramiche e altri oggetti decorativi in omaggio a Dante e alla sua opera. Fra opere d’arte e curiosità, emerge con forza l’eredità di Dante per l’uomo moderno, chiamato a percorrere lo stesso viaggio interiore per trovare la “dignità del suo compito divino, creativo, in terra”, come scrive Adriana Mazzarella in “Alla ricerca di Beatrice” cui la mostra è dedicata: “L’uomo, attraverso la sua azione, permette al Dio che vive in lui – il Sé – di manifestarsi e quindi di conoscersi.” (www.adrianamazzarella.it).

La serata del 13 aprile si inserisce in un’iniziativa che vede partecipare tutta via Madonnina, con aperture straordinarie e intrattenimento musicale.

La mostra “Frammenti danteschi”, proseguirà il suo viaggio fino a giugno, con altre tappe e nuovi contributi.

Orario: dalle 18.30 alle 22.00. Lectio Dantis: ore 21.00