Il Fuorisalone di Galleria Baroni

Due sono le realtà presenti per il Fuorisalone 2018 alla Galleria Baroni: la scuola ISIA per il Design e la Comunicazione di Faenza e l’azienda MMairo di Carrara, specializzata in complementi d’arredo, soprattutto articoli per la tavola, in marmo e altri materiali di pregio.

I protagonisti dell’ISIA – istituto di alta formazione nell’ambito del design e della comunicazione – sono gli studenti, che per l’occasione espongono i progetti sviluppati durante il corso di Metodologia della Progettazione. Il tema è la modalità dell’abitare contemporaneo a partire dal concetto di pianta libera del modello lecorbusiano. Nell’assenza di pareti interne e attraverso la mobilità degli arredi, gli studenti hanno risposto alle esigenze individuali e della contemporaneità nel suo insieme, con una riflessione sull’uso delle risorse disponibili. I risultati di questo lavoro sono le maquette esposte alla Galleria Baroni durante il periodo del Fuorisalone 2018. Con questa ospitalità Galleria Baroni vuole sostenere la mission dell’ISIA di Faenza, che sta sviluppando un dialogo sempre più serrato tra formazione, ricerca, produzione e valorizzazione nell’ambito e per la diffusione della cultura del design. E’ un vero piacere per Galleria Baroni, che si sta delineando sempre più come spazio dedicato all’arte antica, moderna e contemporanea, di dare il proprio contributo alla didattica dell’ISIA, agevolando il sistema di rapporti e relazioni che permettono agli studenti di uscire dall’ambito accademico per mettersi a confronto con i pubblici del design, in questo caso non soltanto italiani, ma anche internazionali, in occasione dell’evento principale di Milano dedicato al design.

Il marmo è invece il protagonista dell’esposizione di MMairo, un’azienda di design che opera con grande professionalità nel settore dei complementi d’arredo, utilizzando un materiale di pregio che si presta a interpretazioni creative e d’effetto nella sua elegante e “classica” sobrietà. In occasione del Fuorisalone 2018 MMairo presenta in anteprima il progetto Marble Maison con Pyxis, firmato dal designer Ivan Colominas: una seria essenziale di oggetti d’arredo quotidiano dalla forma cilindrica declinata in diverse misure. Altra novità è il progetto Homage di Matteo Cibic, designer e direttore creativo che si diverte a trasformare il marmo in toni ludici con creazioni antropomorfiche.

Inaugurazione 17 aprile 2017 con due eventi, alle 17.30 con gli studenti e i docenti dell’ISIA, che illustreranno le maquette esposte. Alle 19 con il Cocktail Event MMairo.

 

 

 

Celebri Annunciazioni lette da Elena Pontiggia

La sera del 21 marzo scorso Elena Pontiggia, storica e critica d’arte, docente di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Brera, è intervenuta al terzo e ultimo incontro relativo alla mostra “Iconografia dell’Annunciazione”, in corso alla Galleria Baroni fino al 15 aprile. Tema dell’intervento è stato “Annunciazione: rappresentazioni e simboli nella storia dell’arte“, per il quale la docente ha scelto oltre una decina di raffigurazioni famose ed emblematiche, dal III secolo al Novecento. Riportiamo alcune delle opere selezionate, con brevi note a fianco. Per la relazione di Elena Pontiggia si rimanda ai video della serata: “Conferenza Annunciazione: rappresentazioni e simboli (2)”;”Conferenza Annunciazione: rappresentazioni e simboli (3)“.

1. L’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita, dipinto a tempera e oro su tavola di Simone Martini e Lippo Memmi, firmata e datata 1333, Uffizi di Firenze.

Trittico straordinario di Simone Martini, in cui il tema dell’annunciazione è il tema della paura, che viene interpretato come la paura dell’uomo di fronte al sovrannaturale. Una paura espressa non tanto dalla mimica del volto, quanto dalla linea del manto, come ci fa notare Elena Pontiggia, un manto che si stringe, aderendo al corpo della Vergine mentre ella si ritrae. Un particolare curioso: l’angelo, al posto del giglio, reca un ramo d’ulivo, mentre il giglio, attributo della Madonna, è sullo sfondo. Il giglio, infatti, è anche simbolo di Firenze e i senesi non potevano accettare che l’angelo portasse il simbolo dell’odiata città rivale. Il giglio viene quindi posto discretamente sullo sfondo,.

2. Beato Angelico (Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455), Annunciazione di San Marco, Firenze.

Un’altra memorabile Annunciazione, scelta per la conferenza, è quella di Beato Angelico che si trova a San Marco, in Firenze. Rappresenta una Madonna umile, ma non impaurita, che guarda con serenità e dignità l’irruzione improvvisa dell’angelo. I due si inchinano l’uno verso l’altro con un movimento speculare, così come speculare è la posizione delle mani, incrociate sul petto. Gli archi a tutto sesto sono di impianto già rinascimentale, con la M di Maria iscritta nel doppio arco frontale. I capitelli delle colonne richiamano la Biblioteca di San Marco, edificio che in quegli anni Michelozzo stava costruendo per Cosimo de’ Medici. Essi sono quindi un omaggio dell’artista all’amico e al tempo stesso contengono un significato teologico profondo: la Madonna è madre del Verbo e il Verbo si conserva nelle biblioteche. La biblioteca accoglie i libri, come Maria accoglie il Verbo nel suo grembo.

3. Annunciazione, dipinto a olio e tempera su tavola, attribuito a Leonardo da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519), databile tra il 1472 e il 1475 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Indimenticabile anche l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, che raffigura  la Madonna in un esterno, un giardino che simboleggia l’hortus conclusus: il giardino sigillato che allude alla Verginità,  ma che è anche simbolo dell’uomo che va verso la natura, vuole viverla e osservarla. Si noti il meraviglioso sarcofago che riprende quello scolpito da Andrea Verrocchio; un altro rimando artistico e intellettuale, come spesso avveniva tra maestri. L’angelo inginocchiato è appena giunto, le ali sembrano ancora vibranti. La Madonna non è impaurita e lo guarda con grandissima serenità e tranquillità, un atteggiamento tipico del periodo umanista, l’uomo acquista dignità di fronte all’angelo.

4. Lorenzo Lotto, Annunciazione (Venezia, 1480 – Loreto, 1556/1557) , dipinto a olio su tela databile al 1534 circa, Museo civico Villa Colloredo Mels a Recanati.

Con Lorenzo Lotto riemerge la dimensione della paura, come paura dell’inconoscibile. Lotto rappresenta un angelo piuttosto maldestro, con una corporatura e una gestualità poco armoniose. Egli arriva all’improvviso, facendo spaventare il gatto, così come la Madonna, che mostra la sua sorpresa per questa irruzione e si rivolge verso il pubblico, rendendolo partecipe. Sullo sfondo, alcuni simboli – la candela spenta e la clessidra – alludono alla morte e al tempo che passa, richiamando la conversione, perché il Tempo che è vicino. 

5. Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), Annunciazione, 1609 circa, Musée des Beaux-Arts di Nancy.

Drammatica la rappresentazione di Caravaggio. Siamo all’inizio del Seicento: una Madonna in ginocchio e piegata, con lo sguardo basso, viene raggiunta dall’angelo, che rimane sospeso sopra di lei, dopo aver fatto irruzione nell’intimità della sua casa. Al posto dei libri sacri, un cesto con i panni. E’ una Madonna che porta su di se tutto il peso della carne, dell’umanità, e che sembra oppressa da questa consapevolezza.  

6. Arturo Martini (Treviso, 11 agosto 1889 – Milano, 22 marzo 1947), Annunciazione, Museo del Novecento, Milano.

Nel 1933 Arturo Martini realizza questa enorme Annunciazione, alta più di 3 metri, mettendo in scena una delle “interpretazioni più commoventi e innovative”. L’iconografia dell’Annunciazione prevede l’incontro tra la Madonna e l’angelo, posti in genere uno di fronte all’altro o in relazioni spaziali diverse, ma sempre raffigurati come due entità distinte. Elena Pontiggia ci fa notare che Martini invece rappresenta i due soggetti come un tutt’uno: immagina che dal cielo precipiti un ragazzino che si rovescia sul corpo della Madonna, rimanendovi avvinghiato con la testa in giù. I due corpi creano una forma a spirale che coglie il momento esatto della caduta, mentre il ragazzo-angelo tocca con la mano  il ventre della Vergine, a indicare la concezione. Le figure di annunciante e annunciata si fondono e la Madonna diventa protagonista della scena, in un unico blocco scolpito nella pietra serena.

 

Annunciazione, una narrazione “ad arte”

In occasione della mostra di Galleria Baroni dedicata all’Annunciazione, il 13 dicembre 2017 si è tenuta la conferenza  “Il sì di Maria. Iconografia dell’Annunciazione”. Ad aprire la serata il professor Sergio Baroni, che ha presentato i relatori: la giornalista Silvia Giacomoni, autrice della Nuova Bibbia Salani, la scrittrice Laura Bosio, autrice del romanzo Annunciazione, Luigi Codemo, direttore della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei sita in Villa Clerici, a Milano.

Con una carrellata di immagini delle opere esposte, il professor Baroni ha illustrato il percorso espositivo, che parte da oggetti antichi e dall’iconografia originale, come il citato piviale, un ovale in avorio a bassorilievo, due frammenti in pietra seicenteschi, due opere di primo Novecento – un bassorilievo di Francesco Wildt e due sculture di Francesco Nonni – per arrivare ad autori contemporanei promossi dalla Fondazione Crocevia: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini, Marcello Aversa.

La serata si è svolta come un viaggio nell’iconografia, nell’iconologia, nella narrazione di testi sacri fino alla letteratura e alla poesia moderne per sondare un tema che affascina gli artisti da secoli. Pubblichiam i singoli interventi dei tre relatori ospitati.

Intervento di Silvia Giacomoni

L’Annunciazione? Forse è l’invenzione di un narratore che chiamiamo Luca. Ha scritto la breve storia meravigliosa di un angelo che scende dal cielo per dire una cosa importante a una fanciulla. Saremo sempre grati a questo autore, perché ha saputo raccontare storie della vita di Gesù e dei suoi discepoli in modo tale da ispirare i pittori. C’è da domandarsi come mai la storia dell’Annunciazione abbia avuto tanto successo.” Così inizia il suo intervento Silvia Giacomoni, che ripercorre lo sviluppo di un tema – quello della nascita portentosa –  che dall’Antico Testamento giunge fino all’elaborazione del Vangelo secondo Luca. Prima di lui gli autori del Nuovo Testamento, abbagliati dalla Risurrezione, si erano concentrati su quella. San Paolo aveva concentrato tutte le sue energie nel spiegare come la resurrezione di Cristo cambiava la religione giudaica dei padri. Cronologicamente più vicino a Luca, nemmeno Marco si era interessato al concepimento di Cristo. Anch’egli apparteneva a una generazione turbata dalla Resurrezione, in difficoltà nel darne narrativamente ragione. E’ con Matteo e Luca che inizia l’interesse per l’infanzia di Gesù e si mette in scena una nascita particolare: dunque non si tratta di un uomo qualunque! Si arriva così all’Annunciazione in Luca:

Al sesto mese fu mandato l’angelo Gabriele da dio in una città della Galilea chiamata Nazaret a una vergine promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe della casa di Davide. Il nome della vergine era Maria. Entrando da lei disse “ti saluto piena di grazia il signore è con te”.

A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto e l’angelo le disse “non temere Maria perché hai trovato grazia presso dio. Ecco tu concepirai nel grembo e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù egli sarà grande e sarà chiamato figlio dell’altissimo

a lui il signore iddio darà il trono di Davide suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine disse, allora Maria all’angelo “come avverrà questo poiché io non conosco uomo”  e rispondendo l’angelo le disse “lo spirito santo scenderà sopra di te e la potenza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra e quello che nascerà da te santo sarà chiamato figlio di dio ed ecco Elisabetta tua parente anche lei ha concepito un figlio nella sua vecchiaia e questo è il sesto mese per lei ritenuta sterile, perché nessuna parola è impossibile a dio”

disse allora Maria “ecco la serva del signore, si faccia di me secondo la tua parola e si allontanò da lei l’angelo”.

(Luca 1: 26 – 38)

Questo breve racconto lo troviamo nel primo capitolo del vangelo di Luca che è costruito come un dittico: nella prima parte vediamo nascere miracolosamente Giovanni il Battista, nella seconda miracolosamente nasce Gesù. Le due nascite hanno una gran differenza:  la prima chiesta a Dio da due coniugi sterili, mentre il concepimento di Gesù è proposto da Dio stesso, con lo stupefacente assenso della giovane donna ebrea.

A questo punto Silvia Giacomoni pone la questione delle fonti cui Luca attinge per raccontare questa storia e sottolinea come il tema della nascita miracolosa fosse già presente nell’Antico Testamento. “Nulla è impossibile a Dio”, veniamo a sapere nel caso di Sara e Abramo, che generano all’età di 80 anni; nel caso della sterile Anna quando concepisce Samuele; nel caso della sterile moglie di Manoach quando concepisce Sansone.

Luca trova nelle scritture ebraiche molto materiale, lo riprende e vi aggiunge una fondamentale differenza: nel caso di Maria il bambino viene “donato” e lei, che non lo aveva chiesto, accoglie il dono. Altra differenza cruciale: nessuno dei bambini prodigiosi dell’Antico Testamento è risorto! A questa differenza Luca allude in un modo che può cogliere solo chi ha una certa pratica della Bibbia: Luca innesta nella sua narrazione un elemento tratto dal libro dell’Esodo, dove si racconta la migrazione del popolo d’Israele dall’Egitto alla “terra dove scorre latte e miele”. Nei 40 anni di migrazione gli ebrei costruiscono un tempio portatile, la “tenda dell’incontro”, un luogo dove si può pregare e dove infatti si reca Mosè quando parla con Dio, uscendone raggiante. E’ la tenda sulla quale sosta la nube, indice della presenza divina: quando la nube si alza dalla tenda i figli d’Israele hanno il segnale per partire. Nel racconto di Luca si legge: “la potenza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra” e se l’ombra è segno della presenza divina, allora possiamo vedere in Maria la nuova “tenda dell’incontro”, tra il divino e l’umano.

Intervento di Luigi Codemo

Angelo Biancini, Annunciazione

Gian Piero Restellini, Annunciazione

Ricche di simboli le due opere scelte da Luigi Codemo per indagare l’iconografia dell’Annunciazione: l’opera in ceramica policroma alta 3 metri e larga 20 di Angelo Biancini (1911 – 1988)  e il piccolo dipinto (cm 28×43) di Gian Piero Restellini (1895 – 1978), del 1954. Presentano entrambe un’anomalia rispetto alla tradizione e spingono a trovare un nuovo paradigma interpretativo. Nell’opera di Biancini la Vergine è seduta su un edificio – una casa o una chiesa – che riprende il modello iconografico tradizionale della Madonna di Loreto, il cui santuario contiene la casa di Nazaret, la quale, secondo la leggenda, fu trasportata a Loreto dagli angeli e incapsulata all’interno della chiesa. L’anomalia di questa Annunciazione è la presenza dei due angeli, ai lati di Maria, mentre solitamente vi è un unico angelo annunciante. Maria sta ascoltando l’angelo alla sua destra, portando la mano all’orecchio: egli è simbolo della parola presente, l’Antico Testamento. Dall’alto, alla sinistra della ragazza, irrompe il secondo angelo: è la parola che porta la novità, in attesa del fiat che permetterà la nuova alleanza. Biancini rappresenta così il dialogo tra antico e nuovo. La disponibilità di Maria, sottolineata dal suo gesto di portare la mano all’orecchio, permette il dialogo tra Antico e Nuovo Testamento: Maria è la prima fedele, è la prima che ha detto sì all’annuncio di Cristo. C’è un’altra situazione in cui vediamo due angeli che convergono su una figura centrale: sono gli angeli ai lati dell’arca che conteneva le tavole con le leggi consegnate a Mosè. L’arca con le tavole della legge veniva custodita nella tenda dell’incontro: Maria è una nuova arca dell’alleanza, in cui la parola, non più scritta nella pietra, si è fatta carne. Maria diviene luogo dell’incontro tra divino e umano, depositaria del nuovo patto tra Dio e l’uomo. Nell’angolo in basso a destra, in posizione marginale di questa grande composizione di Biancini, c’è un ariete. L’animale evoca la vittima sacrificata da Abramo al posto di Isacco dopo l’intervento dell’angelo. In quest’opera diventa prefigurazione del sacrificio di Cristo, iscritto già nel grembo di Maria. Essendo molto a margine dal punto di vista compositivo, richiama la figura del sacrificato, per cui la pietra scartata dai costruttori diventa testata d’angolo, nuovo fondamento che permette la coesione della costruzione. Anomala è anche l’Annunciazione di Gian Piero Restellini: benché sembri molto tradizionale per la cornice classica e la composizione degli spazi – l’edicola sulla destra e lo spazio aperto sulla sinistra – propone un capovolgimento nella raffigurazione dei personaggi. Maria si trova a sinistra, in una posizione che di solito appartiene all’angelo, che invece è posto sulla destra, all’interno dell’edicola, con una mano al petto quasi fosse un’annunciata. La colomba procede verso l’angelo, come se fosse Maria a dare l’annuncio. In questo modo Restellini pone l’accento sul “sì” di Maria, sulla novità che ella porta. Siamo nel momento successivo all’annuncio dell’angelo, quello descritto nell’omelia di San Bernardo di Chiaravalle, quando tutto il cosmo è in silenzio, in attesa di quel sì che può cambiare la storia: “Tutto il mondo è in attesa… Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore… dì la tua parola umana e concepisci la parola divina.” In questa prospettiva si comprende l’impostazione anomala del dipinto, per cui l’angelo è in ascolto del “sì”. La colomba sta tornando verso di lui: l’incarnazione è avvenuta. Sullo sfondo, un cipresso anticipa la morte di Cristo, prefigurando allo stesso tempo la Risurrezione in quanto pianta sempreverde. La colonna dell’edicola, simbolo di Cristo che unisce la terra al cielo, funge anche da elemento divisorio tra le due figure e denota un’esigenza di marcare la separazione tra l’angelo e Maria che accomuna tutte le Annunciazioni, dove c’è sempre uno spazio vuoto, una cesura, una pausa, un elemento che separa l’angelo da Maria. Nelle chiese le due figure sono addirittura separate dall’arco trionfale, con la Madonna a destra, l’angelo a sinistra. E’ un’impostazione completamente diversa dalle manifestazioni del divino in ambito pagano, in cui l’incontro con l’uomo avviene attraverso l’inganno, il rapimento, la violenza, l’omicidio, in ogni caso una sopraffazione. Codemo porta come esempio l’affresco di scuola tiepolesca che decora il soffitto dell’atrio di Villa Clerici, sede della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei: il Ratto di Ganimede. Zeus, innamoratosi di Ganimede, principe troiano, sotto forma di aquila lo rapisce. Nell’affresco sono ben evidenti gli artigli che afferrano la caviglia del giovane. Si tratta di un mondo che conosce la manifestazione del divino attraverso la violenza, al contrario dell’esigenza iconografica che fa emergere uno spazio della parola del simbolico e quindi di una libertà. L’angelo annuncia un volere divino, ma attende l’assenso di Maria.

Intervento di Laura Bosio

Beato Angelico, Annunciazione San Giovanni Valdarno

Chiude la serata Laura Bosio, soffermandosi sull’Annunciazione del Beato Angelico in San Giovanni Valdarno, una rappresentazione differente da molte altre Annunciazioni, anche dello stesso Angelico. L’angelo Gabriele e Maria sono sullo stesso piano, quasi speculari, mentre si chinano l’uno verso l’altra, con un gesto simile. Simili sono i modi, così come l’incarnato d’avorio, quasi rosato, a creare una sorta di complicità tra i due.

Non perché un angelo entrò (sappilo),

ebbe paura. Come altri, quando

un raggio di sole o la luna di notte

va esplorando la stanza,

non sobbalzano – lei non si stupiva

delle spoglie in cui andava un angelo;

(…)

Non perché entrò, ma perché curvò,

l’angelo, un volto da giovinetto

su di lei, così vicino, che il suo sguardo e quello

che lei alzò a sua volta si scontrarono

come se tutto a un tratto fosse vuoto

intorno a loro, e il guardare e il fare

di milioni penetrato in loro: soltanto lei e lui;

guardare e guardato, occhio e delizia dell’occhio

se non qui in nessun luogo: vedi,

questo fa paura. Ed ebbero entrambi paura.

Poi l’angelo cantò la melodia.

(Rainer Maria Rilke, L’Annunciazione di Maria)

Questi versi di Rilke racchiudono il tema della paura, che ha spinto Laura Bosio, colpita dallo spavento di Maria in un dipinto di Veronese all’Accademia di Venezia, a cercare Annunciazioni per decenni, una ricerca mai conclusa. Nelle raffigurazioni lo spavento di Maria si alterna al suo assenso: “L’Annunciazione è e rimane un mistero. Ma la costruzione letteraria e simbolica spinge ad andare oltre quello che appare e a interrogarsi sui simboli, che del resto non sono mai donatori di senso bensì inviti a porsi domande”. Una particolarità dell’Annunciazione del Beato Angelico in San Giovanni Valdarno è, come accennato, quella di mettere Gabriele e Maria sullo stesso piano. Essi si guardano, come nella poesia di Rilke, ed è come se ci fosse complicità tra loro. Vi si può leggere l’indicazione di un amore nuovo, un amore che sia scambio e non possesso, in cui il figlio può nascere solo dopo il sì della madre e la salvezza è possibile soltanto grazie alla sua parola; una parola amorosa e che in qualche modo sovverte, rivoluziona, capovolge, come dice il Magnificat. Attraverso l’angelo e Maria, al loro dialogo d’amore, si crea un’alleanza tra eterno e secolare, divino e umano, uomo e donnaQuesta Annunciazione, che ora si trova al Museo della Basilica di Maria Santissima delle Grazie, appunto in San Giovanni Valdarno, ha avuto vita avventurosa. Non ci sono documenti che attestino la sua collocazione originaria e la prima documentazione che la riguarda cita la sua presenza, nel XVII secolo, nel vicino convento di San Francesco in Montecarlo. A quell’epoca aveva già subito trasformazioni drastiche: era stata tagliata ai due lati per essere inserita in una nuova cornice barocca ed era stata inoltre alterata da ridipinture. Agli inizi del Novecento è stata restituita al suo aspetto iniziale e nuovamente incorniciata “all’antica”, anche se in una diversa modalità, poggiante su una predella dove si raccontano le storie della Vergine: lo Sposalizio, la Visitazione di Maria a Elisabetta, la Donazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al tempio e poi la Morte di Maria, che di fatto viene chiamata Dormizione, sottolineando un passaggio e non una immobilità. L’attribuzione stessa al Beato Angelico è stata incerta a lungo, anche in tempi recenti, ma infine confermata dai lavori di restauroAltra particolarità è il tondo in cima con il ritratto a mezzo busto di un uomo vecchio, che secondo un’iconografia tradizionale rappresenta il profeta Isaia, presente per una sua frase interpretata come profezia della nascita di Gesù. Egli si sporge a guardare la scena, come se osservasse da un palco il compimento di quella profezia. C’è un altro dettaglio degno di attenzione: Maria sulle ginocchia ha un libro aperto e lei stessa nella simbologia infinita che la riguarda è stata letta come un libro aperto da interpretare. Altra singolare caratteristica è l’informalità del pavimento: un tappeto fiorito dove però i fiori non sono riconoscibili, sono macchie di colore, ed è come se le due figure stessero sospese su questo pavimento solo accennato, che sembra alludere alla dispersione delle vite umane, in contrasto col nitore dell’angelo e di Maria. Intorno a loro è tutto buio, più che nelle altre Annunciazioni: la parete di fondo è nera e ha una finestra sbarrata, nero è il giardino di fianco all’angelo e nera la piccola porta da cui in alto escono Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso. In contrasto con il mondo nero che li circonda ci sono i colori luminosi, dorati, rossi, rosati, blu, di queste due figure e del pavimento. Mentre tutto attorno è buio, Gabriele e Maria con i loro colori si porgono alla scena offrendosi nello scambio di parole che generano vita. Da rilevare anche la colomba, che qui non segue le tradizionali traiettorie, abbastanza meccaniche e precise, che vanno al grembo o all’orecchio della Vergine. Pensando alle parole di Luca “la potenza dell’altissimo ti farà ombra” viene in mente una favola della tradizione africana in cui si legge: “non ci sono pericoli perché di notte tutte le ombre si posano nell’ombra del grande dio e questo le irrobustisce”. Ritorna l’idea dell’ombra che avvolge e protegge, del buio della notte in cui qualcosa di importante accade, qualcosa si rivela.

Quando passerà questa notte interna, l’universo,

e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?

Quando mi desterò dall’essere desto?

Non so. Il sole brilla alto:

impossibile guardarlo.

Le stelle ammiccano fredde;

impossibile contarle.

Il cuore batte estraneo:

impossibile ascoltarlo.

Quando finirà questo dramma senza teatro,

o questo teatro senza dramma,

e potrò tornare a casa?

Dove? Come? Quando?

Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in

fondo?

Sì, sì, è lui!

Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;

e allora sarà giorno.

Sorridi nel sonno, anima mia!

Sorridi anima mia: sarà giorno!

(Fernando Pessoa – Alvaro de Campos, Magnificat)

 

I video dell’incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Pubblichiamo lo storify con i video della serata dedicata alla poetesssa rinascimentale Chiara Matraini, tenutasi il 28 giugno 2017. Introduce il professor Sergio Baroni. Seguono gli interventi dei due autori del romanzo storico “Per seguire la mia stella”, la cui protagonista è questa poetessa lucchese vissuta nel XVI secolo, paragonabile alle grandi poetesse della sua epoca, ma a lungo dimenticata, forse perché né nobile né cortigiana…

Galleria fotografica: Incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Condividiamo dal nostro album pubblicato su Flickr.com le immagini scattate dal fotografo Andrea Satta durante la serata “Cuore e della vanitas nella vita della poetessa rinascimentale Chiara Matraini”, protagonista del romanzo storico “Per seguire la mia stella” edito da Guanda, scritto a due mani da Bosio e Nacci: Album “Incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Alcune immagini tratte dall’album:

 

Bruno Nacci: il tema della vanitas nella poetessa Chiara Matraini

Bruno Nacci, coautore assieme a Laura Bosio del romanzo “Per seguire la mia stella” dedicato alla poetessa Chiara Matraini,  tratta il tema della “vanitas” come emerge dalle poesie, i riferimenti e gli studi di questa letterata del Cinquecento; mentre Bosio, in un precedente articolo, aveva individuato nella poetessa il tema del “cuore”. Entrambi gli articoli rappresentano gli interventi degli autori nella serata “Cuore e Vanitas nella vita di una poetessa del Rinascimento” tenutasi il 28 giugno 2017 e parte del programma di incontri dedicati alla mostra “Cuore e Vanitas”. Questo l’intervento di Bruno Nacci, traduttore di classici della letteratura francese, autore di una biografia di Pascal ha scritto una biografia, “La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal” (2014), autore del racconto “L’assassinio della Signora di Praslin” (2000). Con Laura Bosio ha raccolto un secolo di testimonianze sul carattere degli italiani in “Da un’altra Italia” (2014).

“Come collegare il tema della vanitas con la figura di Chiara Matraini e complessivamente con il Cinquecento? E che ruolo gioca nel romanzo?

Penso che il tema della vanitas sia nel fondo l’antico tema trattato nel De contemptu mundi di Innocenzo III (che a sua volta riprendeva la tradizione biblica dell’Ecclesiaste), ossia del disprezzo del mondo, della mondanità, d’impronta ebraico-cristiana. Quel disprezzo presente in Enrico Suso, influenzato da Meister Eckhart (siamo nel Trecento) e dal misticismo renano, autore di uno scritto molto diffuso (Il libretto della vita perfetta) che non a caso troviamo a chiusura del romanzo tra le mani di Chiara Matraini, e che la conforterà negli ultimi mesi prima di morire.

Ma ecco una poesia scritta negli ultimi anni da Chiara che mi permette di suggerire alcuni aspetti legati alla vanitas:

Quel soave d’amor, che tanto piace,

è quasi un bel seren che addietro mena

nebbia folta d’error, di doglia e pena,

quando più scalda in Ciel l’ardente face.

E quel che assembra in lui diletto e pace

è qual piaggia di fiori e d’erbe piena,

ove il pie’ del desio v’è giunto a pena,

che sente ’l morso del rio serpe audace.

Ed è quasi un tranquillo mar, che porta

con second’aura ben spalmata nave

contra scogli, Sirene, e ria procella;

ove che l’alma semplicetta assorta

resta, nel centro della terra grave,

fatt’a se stessa ed al suo ben ribella.

holbein cristo

Hans Holbein il Giovane, Cristo morto nella tomba, 1521

L’andamento di queste rime è sempre lo stesso: si inizia con un’immagine pacificata di serenità, quasi banale, ma dietro questa immagine si nasconde qualcosa di terribile: gli scogli, la tempesta, il naufragio… Gli incipit di questi versi vengono ripresi nella terzina finale esprimendo il vero soggetto della poesia. Questo è il cuore della vanitas: ricordare come in un mondo che può essere visto in modo piacevole, bello, sereno si nasconda il traviamento più profondo. Però attenzione: “fatta a se stessa e al suo ben ribella”, cioè l’anima non è in balia di forze incontrollabili, di un male impersonale, essa diventa ribelle a quello che dovrebbe essere il suo fine. Qui ci sono certamente le letture di Chiara Matraini, letture profonde e diffuse non soltanto di Petrarca, ma anche di Dante e tramite Dante dei filosofi tomisti che hanno ispirato Dante. Chiara è una donna estremamente complessa, anche più complessa di tante altre poetesse dello stesso periodo più famose di lei, perché si nutre di umori antichi, non accontentandosi della retorica tipica del canzoniere d’amore. In un’altra parte del romanzo Gherardo Sergiusti, che rappresenta l’intellettuale laico anche se profondamente religioso e tormentato dalla religione oltre che dalle sue vicende private (il legame con la moglie, un vecchio amore adulterino, il presentimento della morte), si reca a Roma per rifiutare l’invito del Papa a fare da precettore a uno dei suoi figli. In un momento di svago in cui non deve svolgere la sua attività presso la corte pontificia, visita la Chiesa dei Quattro Santi Incoronati, gioiello assoluto di Roma, convento di suore agostiniane. Gherardo partecipa alla recita del rosario serale delle suore agostiniane, in seguito la suora portinaia vuole mostrargli gli angoli più interessanti della basilica egli indica il chiostro e l’oratorio di san Silvestro con i preziosi affreschi del giudizio universale: Cristo in trono, la Vergine, Giovanni Battista, gli apostoli, l’angelo a destra del Cristo, intento quest’ultimo a ripiegare la volta celeste come se fosse una pergamena da riporre nello scrittoio. Poi commenta “Ecco quel giorno tutto verrà ripiegato e rigettato in un angolo come si fa con la spazzatura, perché il mondo è spazzatura, catarro del demonio”. C’è qui di nuovo un riferimento a questo senso della vanitas intesa come radicale visione del mondo costantemente sull’orlo dell’Apocalisse (che significa Rivelazione, giudizio). Vorrei portare a questo punto l’attenzione su un dipinto di Holbein il Giovane, il Cristo morto nella tomba, del 1521: in questo dipinto straordinario Cristo viene raffigurato cadavere, già corroso dalla decomposizione e privo di quello che c’è in un altro Cristo quasi coevo, quello di Grünewald: il Compianto. In Holbein c’è solo il cadavere, nella sua nudità terrena.  Il dipinto spaventò tantissimo Dostoevskij, tanto è vero che ne troviamo traccia in due pagine dell’Idiota, quando il principe Myskin, reincarnazione della figura di Gesù, dell’innocenza e della verità, dice a Rogozin, vedendo una riproduzione del quadro: “c’è da perdere la fede”. “E infatti si perde”, gli risponde Rogozin. Dostoevskij tra l’altro scrive in una lettera del 1868 che avrebbe voluto mettere mano a un romanzo

Hans Holbein il Giovane, Ambasciatori, 1533

Hans Holbein il Giovane, Ambasciatori, 1533

intitolato Ateismo, ma tracce del sentimento che lo avrebbe animato sono chiarissime nei Fratelli Karamazov. Nell’orrore che proviamo davanti al dipinto di Holbein per la morte del Cristo raffigurata senza consolazione è come se la vanitas inghiottisse colui che era venuto per togliere il pungiglione della morte. Rappresenta anche la diffidenza non solo di Dostoevskij, ma di tanti altri rispetto al messaggio che la Chiesa avrebbe dovuto portare nel mondo e che poi finisce col tradire (il grande tema della Riforma). E’ quindi interessante quello che scrive Dostoevskij a proposito del personaggio principale del romanzo che non scrisse: “Perse la fede ma più avanti trovò il Cristo”. Che è poi quello che tanti nel romanzo sentono istintivamente come messaggio autentico, al di là dell’ortodossia e delle vane pompe romane. Certamente questa rappresentazione cruda della morte è il contrario di un certo sentimento rinascimentale, se pensiamo ad esempio alla Resurrezione di Piero della Francesca in San Sepolcro. Un altro elemento che mi piace sottolineare si ritrova in un secondo dipinto di Holbein, Gli ambasciatori, degli inizi del ‘500, dipinto celebre non solo per la composizione in quanto tale, ma anche perché c’è l’anamorfosi più famosa nella storia della pittura. Il dipinto mostra due ambasciatori francesi ben pasciuti, uno da una parte e uno dall’altra parte di un canterano a due piani, dove su quello superiore sono disposti gli strumenti scientifici dell’epoca e su quello inferiore liuti, libri e oggetti che fanno riferimento alle arti. La particolarità del dipinto è un trucco di illusionismo ottico (l’anamorfosi appunto), già usato da Leonardo da Vinci, per cui se si sta di fronte al dipinto si nota che c’è una cosa un po’ inquietante nella scena raffigurata che però non si capisce cosa sia. Soltanto se ci si sposta a destra, e soltanto in un punto preciso, si vede che si tratta di un teschio, un po’ come nelle rime della Matraini, che lasciano intravedere il giudizio negativo sulla realtà umana all’interno della consueta rappresentazione. Il teschio è nascosto in quella che per il resto è una manifestazione di opulenza, ricchezza, bellezza potere e forza. Credo che in realtà Holbein il Giovane abbia rappresentato di più la vanitas in

Pontormo, Deposizione, 1526-28

Pontormo, Deposizione, 1526-28

questo modo che non con il Cristo morto seppur così realistico, per il contrasto tra l’apparire sereno e tranquillo di ciò che si percepisce e la morte nascosta, a cui si arriva solo con un atto di perspicacia, di volontà. Nel romanzo in effetti non si parla di questi due dipinti, bensì di un dipinto totalmente diverso: la Deposizione di Pontormo. Bartolomeo e Chiara, i due amanti, decidono di fare una gita a Firenze, sollecitati da un amico, il pittore Andrea, che li porta a vedere questo dipinto straordinario che si trova nella chiesa di Santa Felicita: “La sua bellezza era una promessa di felicità e la felicità a volte fa paura.” L’amore tra i due sembra incontrarsi con la bellezza del dipinto, ma a anche in questo caso riaffiora l’ombra della negatività, nella forma paradossale di una felicità così compiuta da incutere il timore di essere persa. Alla fine del romanzo Chiara è prossima a morire, ha appena scoperto chi è il mandante dell’assassinio di Bartolomeo, l’uomo che più di tutti ha amato. Si consola leggendo il libretto che abbiamo ricordato  di Enrico Suso. Dopo una leggera colazione, si alza a fatica dal letto ed esce di casa per andare nella chiesa della Santissima Trinità, appena fuori, allora, dalle mura di Lucca. Si inginocchia davanti alla Madonna del latte, chiedendo il conforto della sua misericordia. Una dolce calma la invade. Sta riflettendo sulla sua vita. Alza gli occhi alla Madonna intenta a dare il seno al Bambino. Come se in quel gesto si concentrasse la vita stessa

Matteo Civitali, Madonna del latte

Matteo Civitali, Madonna del latte, 1482 – 85

nella sua disarmata semplicità. Il piccolo è sorretto dalla mano materna, mentre l’altra preme il seno. A Chiara sembra che non ci sia bisogno d’altro. I pensieri vagano. Lei si interroga sulla bravura dell’artista, Matteo Civitali, di cui aveva ammirato a Genova le statue che ornano la cappella di San Giovanni nella cattedrale di san Lorenzo. L’anima di Chiara sta vivendo il passaggio dall’amore terreno all’amore per il divino e non è un caso se la morte, proprio allora, sta in agguato.  Forse il tema della vanitas in questi secoli in cui morire era un fatto presente nella vita quotidiana senza alcuna censura o pudore (un antropologo francese ha scritto che un tempo si moriva in pubblico e si faceva l’amore in privato, mentre oggi si fa il contrario), non estraneo, intende richiamare all’interno della realtà i simboli del lutto, della morte. E forse la vanitas (a differenza del suo omologo pagano) non è riferita alla morte in quanto tale, la morte fisica, quanto alla morte dell’anima: ricordare nella quotidianità che c’è la morte, significa che la vita che si conduce è inautentica e va cambiata, costantemente sorvegliata. Credo che questo Chiara Matraini lo avesse perfettamente capito e lo vivesse con intensità e coerenza.”

 

Laura Bosio: il tema del cuore nelle poetesse del Cinquecento

Laura Bosio, coautrice assieme a Bruno Nacci del romanzo “Per seguire la mia stella” dedicato alla poetessa Chiara Matraini,  parla del tema del “cuore” in questa letterata del Cinquecento come emerge dalla sua vita e dai suoi scritti. Il tema e il simbolo del cuore accompagnano una tradizione poetico-letteraria rintracciabile in un gruppo di poetesse del Cinquecento, raccontate anche attraverso ritratti dell’epoca: donne straordinarie, assieme a Chiara, per essere riuscite a guadagnarsi stima e rispetto in un ambito ancora di dominio maschile.

L’articolo riproduce l’intervento di Bosio durante la serata “Cuore e vanitas nella vita di una poetessa del Rinascimento”, in un secondo articolo abbiamo pubblicato l’intervento di Nacci sulla vanitas.

chiara matraini sibilla“Uno stampatore veneziano uno dei più importanti del Cinquecento, Gabriel Giolito de’ Ferrari, editore dei teologi e dei letterati più discussi, aveva pubblicato un trattato intitolato La nobiltà delle donne, rimodellato da Ludovico Domenichi sull’opera di un pensatore eretico come Agrippa von Nettescheim (…). Il trattato sosteneva che il sesso femminile era ‘di maggior nobiltà, eccellenza e perfezione rispetto al maschile’. Deprecava che le donne, dal giorno in cui venivano al mondo, fossero sepolte in casa, come se non nascessero che per ago e filo, e che solo a qualche fortunata fosse concesso di dedicarsi agli studi. La donna, argomentava il trattato, era dotata della stessa ragione, mente e parola dell’uomo e tendeva al medesimo fine di beatitudine, risultando più ricca di bellezza divina. Un concetto al quale Bartolomeo non poteva far altro che credere. Secondo il racconto della creazione, l’uomo era opera della natura, sia pure ispirata da Dio, la donna era uno squisito artificio di Dio. Era inaccettabile che alle donne fosse impedito di predicare il verbo del Signore, e inconcepibile che non potessero essere letterate. ‘E se oggi alle donne non fosse vietato d’imparar le lettere? Le più eccellenti di ingegno sarebbero giudicate illustri di chiarissima dottrina’.

Bartolomeo era stato felice quando Ortensio Lando, letterato di qualità, aveva incluso il nome di Chiara Matraini nei Sette libri di cataloghi. ‘Nobile poetessa lucchese’ aveva scritto, nonostante lei non avesse pubblicato un sonetto. Quando le aveva mostrato il libro, orgoglioso e festante, Chiara aveva riso, forse di gioia, o di tenerezza. Bartolomeo non sentiva affatto di essere accecato da una strega cortigiana: sentiva di essere amato da una donna.” (da Per seguire la mia stella, Guanda 2017, pagg. 204-205).

Chiara Matraini, poetessa lucchese, attraversa, con i suoi 89 anni di vita (nasce nel 1515 e muore nel 1604), l’intero Cinquecento, o meglio, il Rinascimento nel periodo della crisi, quando forse ha dato i risultati artistici più importanti.

Chiara cresce in una città discosta ma ricca e potente come Lucca, figlia di tessitori agiati caduti in disgrazia quando lei è giovanissima. Con altre famiglie borghesi, i Matraini si fanno infatti promotori di una rivolta, chiamata “degli straccioni”, che cerca di contendere ai nobili il governo della città. La rivolta fallisce e i Matraini vanno incontro a un terribile destino: un fratello di Chiara viene decapitato, mentre un altro fratello, da lei molto amato, è lasciato morire in un fondo di torre. Altri parenti devono ricorrere all’esilio. Ma non basta. Siamo nel 1531 e Chiara, in pieno tumulto, è data in moglie al figlio di altri agiatissimi mercanti, i Cantarini, ritrovandosi nella casa non solo di un uomo che non ha scelto, ma dei traditori della rivolta, tra cui un cugino del marito, certo Giuliano Cantarini, personaggio assai controverso e losco.

Vincenzo, il marito di Chiara, muore quando lei ha ventotto anni, lasciandola con un figlio, Federigo, e lei, anziché trasferirsi, come era costume, nel palazzo della famiglia d’origine, peraltro ormai smembrata, va a vivere con il bambino in una casa in Corteorlandini, di fronte a una chiesa conosciuta a Lucca come Santa Maria Nera, mentre il palazzo dei Matraini, curioso dettaglio, si trovava accanto a un’altra chiesa dedicata a Santa Maria, Santa Maria Forisportam, conosciuta a Lucca come Santa Maria Bianca.

Nella nuova casa, dove finalmente si sente liberata, Chiara dà scandalo. Seguendo le proprie passioni letterarie e artistiche, ospita poeti, pittori, letterati, cantando e suonando liuto e spinetta, conducendo la vita autonoma che le donne a quell’epoca non potevano né osavano fare. E presto viene bollata da un libello in cui è definita la peggiore delle cortigiane, tanto che è costretta a lasciare la città.

Avendo a disposizione poche linee della vita di Chiara, ricostruite dalla studiosa Giovanna Rabitti, noi abbiamo immaginato che fosse andata a stare nella casa di Matraia, il borgo a una decina chilometri da Lucca da cui la sua famiglia proveniva.

A Matraia però, nella nostra ricostruzione, Chiara non si trasferisce da sola: al suo fianco lei c’è l’amante con cui ha dato scandalo, Bartolomeo Graziani, sposato con la figlia di un letterato illustre, Gherardo Sergiusti, che nel nostro libro è diventato un personaggio di rilievo. Il figlio Federigo, per volontà e con prepotenza dei Cantarini, le è stato tolto.

E lì, lontana dalle chiacchiere malevole della città, insieme all’uomo che ama, noi le abbiamo dato dodici anni di vita felice, finché lui, per ragioni misteriose, non viene assassinato.

Un anno dopo la morte di Bartolomeo, nel 1555, Chiara pubblica il suo primo libro di Rime, presso uno stampatore-editore lucchese, Vincenzo Busdraghi, di cui abbiamo fatto un altro personaggio.

La sua vita torna a essere complessa, difficile, anche nei rapporti con Federigo: è testimoniato in un carteggio il contenzioso legale avuto con il figlio per la dote portata ai Cantarini al momento delle nozze. Chiara è costretta ad allontanarsi un’altra volta dalla sua città, andando ancora più lontano. Noi abbiamo immaginato che sia andata a Genova, sulla base di un carteggio con una nobildonna genovese che le era amica.

Nel romanzo, oltre a Lucca, ci sono altre città: c’è Venezia, dove Chiara va a trovare lo stampatore Giolito de’ Ferrari, l’editore in Italia, tra l’altro, di Erasmo da Rotterdam; c’è, appunto, Genova, dove secondo noi si trattiene per un paio di anni; è c’è Napoli, con cui ha rapporti indiretti attraverso un importante libraio, Marc’Antonio Passero, vicino allo straordinario gruppo di poetesse che nel Rinascimento acquistano importanza, essendo riconosciute dai grandi letterati e artisti dell’epoca, fatto crediamo irripetibile.

Queste poetesse erano per lo più nobildonne o cortigiane di rango, le sole condizioni che allora permettevano alle donne una vita pubblica di letterate. Chiara, a differenza delle altre, è una borghese, ma riesce ugualmente a ricavarsi uno spazio. Compie studi classici, che alle borghesi come lei non erano consentiti o comunque non erano d’abitudine: la sua ambiziosa famiglia le aveva permesso di studiare forse per metterla al passo dei figli di quella nobiltà lucchese che aveva sperato di contrastare. In ogni caso Chiara, forte di questi studi e della passione letteraria che piano piano coltiva, ottiene di essere pubblicata con il proprio nome e di essere considerata dai letterati del tempo una poetessa di valore tra le altre poetesse del periodo.

La prima e la più importante di queste poetesse, forse il modello delle altre, è

vittoria colonnaVittoria Colonna,

amica di Michelangelo, che l’aveva definita “un uomo in una donna, anzi un dio” e che l’aveva salutata sulla tomba dicendo che era morto “un grande amico”. Vittoria proveniva dalla famiglia dei Colonna, alleati dei D’Avalos, una delle casate più in vista del regno di Napoli, titolare di numerosi feudi tra cui i marchesati di Pescara e Vasto. E proprio questa alleanza favorisce il matrimonio di Vittoria con Ferrante D’Avalos, a cui va in sposa nel 1509. Alla morte del marito – in una battaglia cruciale di cui parliamo nel romanzo, la battaglia di Pavia del 1525 che, insieme al sacco, di Roma del 1527 in qualche maniera chiude il Rinascimento – Vittoria si ritira in convento. Lì stringe amicizia con alcuni dei più grandi predicatori, ereticali, del periodo, come Juan de Valdés e soprattutto Bernardino Ochino, che è un personaggio anche del nostro romanzo. Bernardino Ochino, alla base del movimento degli “spiritualisti” di Vittoria Colonna con Michelangelo e l’interessante cardinale Reginald Pole, predicava a Lucca nel momento in cui Chiara vi viveva e lei aveva avuto probabilmente la possibilità di ascoltarlo. Del vento di Riforma che investe il periodo sono del resto visibili tracce nelle lettere di Chiara, così come nel suo percorso poetico. Vittoria Colonna, poi, era andata a Lucca proprio per ascoltare Ochino, e noi abbiamo immaginato che Chiara l’avesse vista nella folla. Le poesie di Vittoria Colonna, dopo la morte accusata di eresia, avevano inaugurato una modalità nuova all’interno della poesia petrarchista, di cui Chiara è parte: non si trattava più soltanto di trasfigurazione dei sentimenti, secondo il canone, ma di una restituzione più esplicita. In un verso di Vittoria Colonna si legge: “scrivo sol per sfogar l’interna doglia / che al cor mandar le luci al mondo sole”.

È un tratto che caratterizza tutte le poetesse del gruppo di cui stiamo parlando. Anche nelle Rime di Chiara, pur nella trasfigurazione petrarchista, è rintracciabile la sua vita, la morte del suo amante, ad esempio, grande cesura. Potremmo dire, seguendo il filo della nostra conversazione, che è presente il cuore…

Altra poetessa di prim’ordine è

Veronica Franco,

avviata al mestiere di cortigiana dalla madre. Una cortigiana “honesta”, termine con cui si identificava un tipo preciso, diversa dalle “cortigiane di lume” che a Venezia, dove Veronicaveronicafranco2 viveva, praticavano vicino a Rialto. In un catalogo è elencata fra le cortigiane più onorate della città (tra i suoi clienti aveva Enrico III di Francia). Veronica viene sottoposta all’Inquisizione, accusata di fare incantesimi. Scrive di donne indifese, di disuguaglianza, in un linguaggio fortemente erotico, sempre all’interno della modalità petrarchista. Tra i testi che ha scritto citiamo un passaggio significativo: “Se siamo amate o addestrate, siamo in grado di convincere gli uomini di avere mani, piedi e un cuore come il loro”.

Uno spazio importante occupa

Tullia d’Aragona,

anche lei figlia di una cortigiana e, secondo quanto lei stessa diceva, di Luigi d’Aragona, cardinale e nipote di un re di Napoli. Tullia vive a Roma tra tullia-okil 1510 e il 1556, in una casa frequentata da letterati. Autrice di dialoghi d’amore, è una donna colta che porta nei suoi versi un punto di vista femminile originale, apprezzato tra gli altri da un poeta come l’Aretino. Le sue rime sono dedicate a un’altra grande donna del periodo, Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I e sua protettrice. Da rilevare il sonetto scritto contro Bernardino Ochino, il predicatore amato da Vittoria Colonna, che aveva condannato “mascherate, musica e ballo”, arti in cui lei eccelleva e che rappresentavano la rivendicazione di una possibilità di espressione. Un sonetto che certamente non fa giustizia del pensiero di Ochino e delle sue riflessioni sul libero arbitrio, ma comunque interessante. Ecco un esempio del pensiero e della qualità poetica di Tullia: “Io per me credo che la bellezza sia la madre di tutti gli amori”.

Altra donna grandiosa è

Gaspara Stampa,

che nasce a Padova, vive a Venezia, conduce una vita spregiudicata, elegante e libera. Ha una sorella cantante, un fratello poeta, un padre commerciante di gioielli che muore quando lei è ancora giovane. Cortigiana di alto rango, vive un amore intenso con il conte Collaltino di Collalto, uomo d’armi e di lettere a cui rimane legata per tre anni e al quale dedica quasi tutte le sue 311 rime. “Arsi, piansi, cantai / piango, ardo, canto” scrive Gasparina, un sentimento d’amore confessato. C’è un forte elemento biografico, quasi di diario, nelle sue poesie, che per quei tempi appariva un limite e che invece costituisce la sua eccentricità rispetto alla cultura del tempo. Non possiamo non ricordare, a proposito di cuore, questi versi di un suo madrigale: “Il cor verrebbe teco / nel tuo partir, signore, / s’egli fosse più meco, / poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore.”

Chiara-Matraini-1515-1604chiara vecchiaMa torniamo a Chiara Matraini. Nelle linee della vita a nostra disposizione, un dato ci ha colpito: la sua forza e il suo coraggio (lei stessa definisce “aspri” i suoi versi); forza e coraggio testimoniati anche dai ritratti che compaiono sulle copertine dei suoi libri. Nella prima raccolta, del 1555, avrebbe potuto farsi trasfigurare, secondo l’abitudine del tempo, in una donna più bella, anziché mostrarsi già donna quarantenne quale era. Ancora più singolare è il ritratto che appare nella seconda raccolta, pubblicata a distanza di circa quarant’anni, in cui è palesemente una donna brutta. Chiara non vuole farsi vedere diversa da come è e questa è la sua bellezza, è la sua straordinaria grandezza, la sua volontà di affermare qualcosa al di là della convenzione. Di questo personaggio noi ci siamo appassionati, innamorati. Ecco alcuni versi (le sue rime sono riunite all’interno di un “canzoniere” simile a quello di Petrarca). “Fur le reti amorose il dolce canto” scrive in una delle poesie iniziali, e poi, quando incombe la lontananza dell’amato: “inimica crudel d’ogni mia pace, / ombra, imago di morte, che m’ascondi / i più bei chiari lumi, i più giocondi”. In uno dei primi sonetti leggiamo: “Con giusta meta il sol librava intorno / al secondo equinozio e ’l tempo e l’ora / già dell’ugual bilance uscivan fora / per fare al novo dì lieto ritorno, / quando Amor diemmi assalto / e al bel soggiorno destommmi, / a contemplar l’ardente aurora…”, mentre nel madrigale della cesura, quando Bartolomeo viene assassinato: “Smarrissi il cor, ghiacciossi il sangue…”

Anche il titolo che abbiamo scelto per il romanzo proviene da un suo verso, l’incipit di una poesia tarda, della seconda raccolta: “Se per voler seguire la stella mia”, con tutto quello che ne consegue, vale a dire una vita complessa che le ha creato difficoltà non solo nella vita terrena, ma anche in quella spirituale, alla quale alla fine dei giorni cerca di ricondursi. Questa è una delle ragioni per cui Chiara, alla sua morte nel 1604, viene considerata una poetessa vicina alla Controriforma, il che non appare assolutamente vero, né dalle rime né dalle lettere. Si tratta piuttosto di un ripiegamento del cuore in senso spirituale, o forse di una più alta consapevolezza di sé, alla quale anche noi abbiamo dato voce nell’ultimo capitolo del romanzo. È certo che, a differenza delle altre poetesse di cui abbiamo parlato, Chiara viene dimenticata, forse perché viveva a Lucca, città più discosta delle altre grandi città rinascimentali, o forse perché il tempo e l’oblio si portano inevitabilmente con sé vite e opere.

Solo a metà Novecento Chiara Matraini viene riportata in luce da Luigi Baldacci, che le dedica un saggio su Paragone. Pagine importanti, seguite da quelle che sempre Baldacci le dedica nella sua antologia Lirici del Cinquecento, dandole molto spazio, anche più di quello che riserva a Vittoria Colonna. Giovanna Rabitti, mancata prematuramente, ha successivamente curato l’edizione critica delle sue Rime, di cui esiste la cinquecentina nella biblioteca di Lucca. Giovanna Rabitti ha poi studiato le lettere di Chiara, fatto ricerche sulla sua vita, offrendoci le tracce che ci sono servite da guida. Il resto lo abbiamo immaginato, sulla base dei documenti che abbiamo rintracciato, fra cui i materiali di studio raccolti dall’italianista Daniela Marcheschi, originaria di Lucca, in un libro che tre anni fa ci ha dato con la convinzione che questo personaggio potesse interessarci: un personaggio che meritava di essere riscoperto e studiato. È quello che abbiamo cercato di fare, riportando in luce Chiara Matraini come gli appassionati e gli scrittori che siamo. E insieme a lei il suo cuore grande, che continua a parlarci.

Qui il video con la relazione di Laura Bosio in occasione della serata “Cuore e Vanitas in una poetessa del Rinascimento”.

 

 

Cuore e Vanitas nella vita di una poetessa del Rinascimento

stella 2

Serata con gli autori Laura Bosio e Bruno Nacci, 28 giugno 2017, ore 20.45

Cuore e Vanitas, Amore e Morte, Eros e Thanatos sono i temi della mostra in corso in Galleria Baroni, che emergono fortemente in un romanzo di recente pubblicazione da Guanda: “Per seguire la mia stella”, scritto a quattro mani da Laura Bosio e Bruno Nacci. Protagonista una poetessa del Rinascimento, Chiara Matraini, la cui lunghissima vita (nasce nel 1515 e muore nel 1604) abbraccia quasi un secolo, il Cinquecento, caratterizzato da cambiamenti socio-culturali ed economico-politico radicali: la questione luterana, la Riforma e la Controriforma, l’Inquisizione e le persecuzioni degli eretici, i fermenti dei teologi più critici come Erasmo da Rotterdam e, sul versante economico, l’allargamento delle nuove rotte commerciali con le grandi esplorazioni iniziate nel Quattrocento, l’affermazione sempre maggiore della borghesia legata al commercio, infine la nascita della finanza in termini moderni, determinante nei giochi di potere politico. Grandi fermenti, dunque, che percorrono l’intero romanzo, e che coinvolgono anche Lucca, città natale della protagonista, che vi trascorre l’infanzia, la vita coniugale e parte della vita dopo la precoce morte del non amato marito. Questa la cornice della vicenda di Chiara Matraini, la cui umanità è indagata e narrata nei suoi vissuti di bambina e sorella, donna e amante, madre, letterata e poetessa,appassionata di arte e di musica, osservatrice e interprete del suo tempo, , per un quadro a tutto tondo di una figura femminile ben lontana da regole e convenzioni, nel coraggio di “seguire la propria stella”. Una poetessa controcorrente anche rispetto alle altre poetesse dell’epoca, perché Chiara non rientra nelle categorie femminili alle quali allora era concesso un riconoscimento letterario: non è né nobile, come Vittoria Colonna, né cortigiana, come Gaspara Stampa. Chiara Matraini è borghese, figlia di ricchi mercanti di stoffe, però caduti in disgrazia nei tumultuosi mutamenti sociali che segnano la vita politica di Lucca.

La vicenda di Chiara Matraini, tra storia e invenzione, è segnata in modo particolare dall’apparente ossimoro che anima la mostra di Galleria Baroni, Amore (cuore) e Morte (vanitas): a partire dall’infanzia, con l’amore smisurato per il fratello Luiso, morto incarcerato in una torre e ricordato da Chiara lungo l’intero romanzo, per continuare con l’amante – il “sole” delle sue rime – ucciso per una congiura misteriosa, e poi il figlio Federigo, già perso da bambino quando le viene sottratto dalla famiglia del marito e poi morto precocemente. A queste figure principali si aggiungono altri “amori”, che la longeva Chiara è destinata a perdere, come il fedele servitore Juan e l’amico-editore Busdraghi… la vita di Chiara è costellata dall’alternarsi di fine e inizio, in una trasformazione continua. Chiara si adegua, si adatta, reagisce alla Vita e si rinnova, fino alla sua stessa fine. Del legame tra i temi della mostra e il romanzo parleranno gli stessi autori, Laura Bosio e Bruno Nacci, introdotti e presentati da Sergio Baroni: mercoledì 28 giugno 2017, ore 20.45.

Appoggiò i gomiti sul tavolo e si prese la testa tra le mani. Trattenne il respiro, era spaventata. Avrebbe trovato le parole per dire al figlio, e a quel suo precettore, l’allegria, la bellezza e l’innocenza di quelle serate? Sarebbe riuscita a riflettere con loro sul bene e sul male, questi concetti così duri e così impalpabili, non secondo le convinzioni, che erano fatte per l’utilità di pochi, ma secondo un sentimento dell’esistenza più profondo e più vario? a spiegare che lei tentava di vivere nel corpo e nello spirito, che è il lato inquietante della carne e non viceversa? E che insieme a quegli amici, letterati e artisti non troppo ortodossi imparava, apriva la mente, e si ribellava al cinismo di chi aveva distrutto la sua famiglia costringendola a una vita da reclusa? Una vita falsa. Che giorni l’aspettavano? Quali punizioni per essere una donna diversa dalle donne del suo mondo e della maggior parte degli altri mondi? Per protesta, e per difesa, si era indurita, era diventata egoista, e aveva fatto soffrire suo figlio. L’avrebbe perdonata, avrebbe capito quello che a volte sfuggiva anche a lei? Forse per reazioni, scrisse sul quaderno l’inizio di una poesia che la riportava a quel giorno luminoso sul fiume.

Mentre l’aura celeste i grati odori
spargea dal suo bel lauro eletto, intorno
alle rive del Serchio, e’l mondo adorno
rendea di sue bellezze alme e d’onori..

Come potesse proseguire, l’avrebbe detto la vita.

(“Per seguire la mia stella”, pag. 145)

Laura Bosio esordisce con il romanzo “I dimenticati”, pubblicato nel 1993, che ha ricevuto il Premio Bagutta nella sezione Opera Prima. Ha poi pubblicato: “Annunciazione” (1997; nuova edizione 2008 – Premio Moravia), “Le ali ai piedi” (2002), “Teresina. Storie di un’anima” (2004), “Le stagioni dell’acqua” (2007 – finalista Premio Strega), “Le notti sembravano di Luna” (2011), “D’amore e di ragione” (2012). E’ coautrice della sceneggiatura del film “Le acrobate” di Silvio Soldini.

Bruno Nacci ha tradotto classici della letteratura francese da Chamfort a Nerval, a Pascal, di cui ha curato, tra l’altro, i “Pensieri” (1994). Su Pascal ha scritto una biografia: “La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal” (2014). Presso Archinto è uscito il racconto di un fatto di cronaca: “L’assassinio della Signora di Praslin” (2000). Con Laura Bosio ha raccolto un secolo di testimonianze sul carattere degli italiani in “Da un’altra Italia” (2014).

Laura Bosio, Bruno Nacci, “Per seguire la mia stella”, Ugo Guanda Editore, 2017 Milano

 

Tempo, Identità, Trasformazione: riflessioni sul divenire della forma

Tra il cuore e la vanitas, l’inizio e la fine, la pulsione vitale e la pulsione di morte, si inserisce lo scorrere del tempo nel divenire e trasformarsi del vivente. E’ su questo spazio-tempo di una forma dinamica che si concentrano le riflessioni di tre docenti legati dall’Accademia di Brera, da tre punti di vista che si intrecciano con rimandi e associazioni fra scienza, arte e filosofia. E’ questo il fil rouge della terza conferenza legata alla mostra “Cuore e Vanitas”, in corso alla Galleria Baroni.

Roberto Rossi Roberti, artista, medico, e già professore all’Accademia di Belle Arti di Milano per il corso di elementi di morfologia e dinamiche della forma, propone una lettura morfologica del cuore e del cranio a partire dalle interpretazioni, dalle associazioni e dalle intuizioni goethiane fra letteratura, filosofia e scienza. Goethe dedicò molto tempo allo studio della natura, alla botanica, alla zoologia, alla teoria dei colori, alla meteorologia, alla geologia, mantenne molteplici rapporti epistolari e personali con gli specialisti nei vari campi e morfologia è termine coniato dallo stesso Goethe per indicare il tratto caratteristico dei propri studi sul vivente: la ricerca della forma fu del resto sempre al centro dei suoi interessi anche nel campo artistico e letterario. Rossi Roberti illustra l’idea goethiana di natura e forma, il suo metodo morfologico per studiare la natura vivente: dagli studi anatomici nel teatro anatomico di Padova, già sede delle dissezioni di Vesalio, cui Goethe assistette durante il suo viaggio in Italia, all’Orto Botanico della stessa città dove si riparò per fuggire dal laboratorio chiuso, al colloquio con Schiller descritto da Goethe in “Poesia e verità” sulla metamorfosi delle piante e la sua idea di “pianta originaria”, fino ai suoi studi osteologici, botanici e filosofici. Laddove la forma è intesa come formazione, in una visione della natura “in movimento verso una destinazione non conoscibile, imprevedibile” o, per dirla con le parole di Goethe, “la forma è qualcosa che si muove, che diviene, che trapassa.” “Goethe non rinuncia a ciò che è permanente, ma non riconosce null’altro di permanente che ciò che si può osservare nel pieno processo del divenire e che si rivela grazie a questo divenire” (Ernst Cassirer). In questo divenire il cuore rappresenta il concetto base del pensiero goethiano, simbolo dell’alternanza tra espansione e contrazione su cui si fonda l’universo. Così come lo scheletro e parte del cranio (con riferimento agli studi di Goethe sull’osso intermascellare) è il ponte tra l’essere umano e gli animali. Idee che esprimono una concezione non meccanica del vivente, in rottura con una certa tradizione scientifica.

Carlo Andrea Cappellini, medico, ha insegnato Anatomia Artistica al Liceo Artistico di Brera e di Varese, per molti anni chirurgo ginecologo in Ospedale e medico di Medicina Generale per ASL Milano, è psicoterapeuta specialista in metodologia della Procedura Immaginativa; esperto di informatica clinica, partecipa al comitato direttivo della sezione provinciale di Milano della società scientifica di aggiornamento medico SNAMID. Le sue riflessioni sulla corporeità fisica biologica rappresentano nella tematica illustrata da Roberti una integrazione di conoscenza scientifica sugli aspetti morfologici, che nel vivente non sono mai statici ma in un continuo divenire temporale: concezione dinamica delle “forme” condivisa anche dalla scienza accademica occidentale, ma che appunto già Goethe, Schiller e Klee e altri pensatori del passato (si pensi a Spinoza e ai neoplatonici) avevano intuito e teorizzato. Poiché la corporeità fisica biologica è sempre stata sottintesa come base ontologica dell’identità del soggetto, la progressiva astrazione nel campo dell’arte e delle attuali applicazioni della tecnologia – realtà aumentata, robotica antropomorfa, intelligenza artificiale – pone nuove e stimolanti riflessioni che potranno essere raccolte sul concetto di identità e sulle sue basi ontologiche.

La forma in divenire chiama inevitabilmente in causa la categoria temporale, affrontata dal terzo relatore, Maurizio Guerri, che fa appello a un simbolo per eccellenza dello scorrere del tempo, oltre che della vanitas: la clessidra. L’intervento prende spunto dallo scritto di Ernst Jünger, “Il libro dell’orologio a polvere”, pubblicato nel 1954, una sorta di divagazione caratterizzata da un’estrema raffinatezza letteraria e da un’eccezionale profondità teoretica. Il volume è dedicato al rapporto tra l’uomo e il tempo. Da autentico morfologo, Junger intende osservare e comprendere il senso che il tempo ricopre nella vita umana a partire dagli strumenti utilizzati per misurarlo e un posto particolare tra i modi di misurazione del tempo spetta alle clessidre. Paurosi simboli del tempo, come mostra un’antica tradizione iconografica e letteraria che arriva fino a noi, le clessidre, proprio per la materia che vi scorre, ci ricordano come il tempo non sia solo un progressivo esaurirsi della vita, un inabissarsi degli uomini e delle cose, ma anche attimo di riunificazione delle forze, formazione del senso degli eventi, libera consapevolezza del necessario divenire della propria vita. La sabbia che è caduta nell’ampolla inferiore non si è semplicemente consumata, ma si è raccolta ed è lentamente cresciuta trasformandosi, sicché il tempo di cui la clessidra è simbolo non è un veloce precipitare dell’uomo verso il nulla, un insensato procedere del decadimento, quanto piuttosto l’accrescimento della vita, il prender forma della sua forza, la sapienza del destino che ci è assegnato. Maurizio Guerri lavora all’Istituto nazionale Parri di Milano e insegna Filosofia Contemporanea e Storia della Comunicazione Sociale all’Accademia di Brera.