Dante e la Sfinge

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
dice Beatrice a Dante in Purgatorio, XXXIII, e fa riferimento al mito della Sfinge, che Dante prende dalle Metamorfosi di Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.). Il poeta romano è più volte una fonte della Divina Commedia e compare in Inferno IV. La Sfinge, figlia di Tifone e di Chimera, era un mostro alato con il corpo di leone e il volto di donna che dimorava presso Tebe. Essa chiedeva ai viandanti di risolvere un indovinello, uccidendoli se non scioglievano l’enigma. La Sfinge chiedeva quale fosse quell’animale che da piccolo cammina su quattro zampe, da adulto su due e da vecchio su tre. L’unico a indovinare fu Edipo (il Laiade, dice Ovidio, cioè figlio di Laio: ma Dante fraintende e inserisce le Naiadi, che nella vicenda del mito non c’entrano per nulla). Edipo capì che l’indovinello parlava dell’uomo capendo che si trattava dell’uomo e di conseguenza la Sfinge si uccise. La sua morte fu vendicata da Temi, che lanciò una fiera devastatrice contro i Tebani. In questo caso, assicura Beatrice, la soluzione dell’enigma non arrecherà danno (sanza danno di pecore e di biade).
E così, a buon titolo, le sfingi di Galleria Baroni si prendono il loro posto nella mostra “Frammenti danteschi”. Si tratta di una decorazione proveniente da villa palermitana dei primi Ottocento, già presenti in un’altra mostra “Da Brera alle piramidi”.
 sfingi-impero

 

L’arte riduce lo stress

Ora è provato scientificamente: le visite artistiche diminuiscono il livello del cortisolo, l’ormone che viene prodotto quando siamo sotto stress e che, a lungo andare, può diventare pericoloso per la salute. La testimonianza viene da un giornalista di Repubblica, Roberto Orlando, che ha partecipato a uno studio assieme ad altre 99 persone. Il test, condotto dal professor Enzo Grossi, docente di Qualità della vita e promozione della salute all’Università di Bologna, prevedeva il prelievo di un po’ di saliva prima e dopo la visita alla cupola affrescata del santuario di Vicoforte, nel Cuneese. Si tratta della più grandiosa forma ellittica al mondo, che riporta l’affresco con la glorificazione di Maria, un’opera di 6mila metri quadrati realizzata da Giuseppe Bibiena, Mattia Bortoloni e Felicino Biella. Per poter ammirare l’affresco le “cavie” hanno dovuto salire 240 gradini di scale a chiocciola e infine, imbragati, scalare in verticale 17 pioli. Risultato: il cortisolo in media è diminuito del 90% e tutti i partecipanti hanno affermato di sentirsi molto meglio dopo la visita. L’esperienza ha infatti unito la fruizione delle bellezze artistiche con un movimento fisico motivato da un’ottima ragione.

Non occorreva per noi uno studio che confermasse i benefici che l’uomo può trarre dall’arte, ma è sicuramente un dato importante che ci fa molto piacere e che ci auguriamo porti sempre più attenzione all’importanza dei tesori artistici del nostro Paese e alla loro valorizzazione. Essi partecipano non soltanto alla nostra formazione culturale, ma in generale, ora si sa per certo, anche al nostro benessere e alla nostra salute.

Uno studio come questo inoltre ci stimola ad andare avanti con l”attività della Galleria, sempre più orientata a realizzare eventi d’arte che coinvolgano le persone in modo interattivo: non fruitori passivi, ma partecipanti. Ricordiamo a tale proposito che ogni proposta, opera, articolo o studio che possa arricchire la mostra “Frammenti danteschi” sarà gradita. Da parte nostra, nel frattempo, lavoriamo ai prossimi eventi!

Giovino si racconta: mi tengo in forma con il Feldenkrais!

Date le continue visite alla Galleria Baroni per vedermi, le mail in cui chiedono mie notizie, le innumerevoli foto che passanti, amici e conoscenti mi scattano e l’interesse continuo nei miei confronti, mi sono deciso a scrivere la mia storia per la serenità dei miei fan.

Sono nato a Monte Giove in provincia di Fano (nelle Marche) 12 anni fa il 15 luglio. Monte Giove è un antico eremo camaldolese costruito nei primi decenni del XVII secolo, che oggi è un po’ la casa di riposo dei vecchi monaci. In questo luogo fortificato con alte mura a difesa della sua quiete e dei ritmi della vita monastica, vivevo nell’ampio cortile assieme a una quarantina di gatti curati da un’associazione animalista. Un giorno, quando avevo due mesi, per curiosità sono salito su un’auto che il proprietario aveva lasciato aperta e mi sono addormentato sui sedili. E’ così che mi sono ritrovato a Milano con un signore, il professor Sergio Baroni, che si era recato a Monte Giove per seguire gli incontri culturali dell’Eremo di Monte Giove, dove si radunavano illustri rappresentanti della cultura italiana. Una volta arrivato a casa, il professore ha chiesto alle “gattare” milanesi che conosceva se volevano adottarmi, ma nonostante la loro disponibilità, alla fine sono rimasto con lui e da allora viviamo assieme in perfetto equilibrio. Abitiamo in un appartamento milanese e basta che io miagoli per ritrovarmi la ciotolina piena di cibo. Non mi posso lamentare. Il pomeriggio andiamo a piedi alla Galleria Baroni di via Madonnina, dove organizziamo eventi artistici e culturali. Una volta arrivato nel quartiere di Brera, salto giù dal trasportino che è sempre aperto e me ne vado a zonzo. Amo perlustrare vicoli e strade, soprattutto soffermarmi nel cortile dell’Accademia di Brera, al Museo e alla Biblioteca Braidense. Sono molto noto nel quartiere, anzi nel tempo sono diventato la mascotte di Brera, al punto che sono raffigurato nel marchio dell’Associazione dei commercianti di Brera. Molte persone cercano di accattivarsi le mie simpatie offrendomi del cibo e carezze, che io rifiuto regolarmente. Quando sono stanco me ne vado davanti alla porta della galleria a osservare i passanti. Purtroppo non mi lasciano mai in pace: chi mi vuole fotografare, chi mi vuole toccare. Allora dopo un po’ mi scoccio e mi rifugio all’interno, non senza aver prima redarguito gli scocciatori con qualche sapiente zampata. Non mi faccio lusingare facilmente. Dicono che abbia un brutto carattere, non capisco perché. Nell’opinione generale sono descritto come poco amabile, ma non sono d’accordo. Sono semplicemente schivo e amo la tranquillità. Non capisco come mai tutti pensino di avere il diritto di toccarmi soltanto perché sono bello. Non basta ammirarmi? Certo, devo essere proprio irresistibile, perché nel corso degli anni sono stato protagonista di pubblicità e servizi fotografici. Sono di razza norvegese, figlio di due esemplari puri abbandonati al monastero e che volutamente non erano erano stati sterilizzati.

Tornando al racconto della mia vita, oltre a Montegiove, mio luogo di origine, e a Milano, dove vivo, accompagno il professore durante le vacanze nella campagna romagnola. Nonostante la fatica del viaggio, vale la pena andarci, perché mi diverto un mondo a esplorare i luoghi in piena libertà. Talvolta mi capita di recarmi con lui a mostre antiquarie, dove giro fra gli stand mentre il professore lavora nella commissione degli esperti. Una delle mostre alle quali partecipo annualmente è quella di Modena e la conosco talmente bene che giro dappertutto. Tanto quando sono stanco rientro nel mio trasportino, che è sempre aperto.

A parte il professore, mi possono accarezzare soltanto tre persone: sua nipote Silvia Giovarruscio, che qualche volta ci viene a trovare da Pisa e mi sta molto simpatica, il dottor Maurizio Riganti, un suo amico che talvolta ci fa visita in galleria e ama prendermi in braccio, e un’amica che collabora con il professore, Livia Negri, che mi piace molto perché mi fa le coccole come piace a me e allora me ne sto acciambellato sulla scrivania mentre lei lavora al computer.

Nella foto in copertina potete vedere come mi mantengono in forma! E se pensate che si tratti di yoga, pilates, ginnastica artistica vi sbagliate: è Feldenkrais! Una sofisticata disciplina corpo-mente che pratico tutti i giorni sotto la guida della mia insegnante amica Livia, durante le pause dal lavoro della galleria. Come potete vedere dalla foto, è una pratica divertente e piacevole che mi permette di raggiungere una perfetta armonia tra gli aspetti fisici, psichici ed emotivi. In barba a chi mi critica per il mio carattere poco amabile, forse è una questione di consapevolezza.

E ora, visto che vi ho detto tutto quello che c’era da sapere, spero che mi lasciate in pace per dedicarmi alle mie attività preferite: mangiare, gironzolare, farmi coccolare dagli unici esseri umani ai quali lo concedo e praticare Feldenkrais, che consiglio a tutti miei fan!

Giovino Baroni

 

Virtuosismo neoclassico: Fantastici e Ademollo

colonne 3

Luigi Ademollo “Gli Ateniesi che per consiglio di Temistocle abbandonano Atene”, pittura murale, 1796-1798. In primo piano ter mobili disegnati da A. Fantastici per Luigi Malavolti dopo il 1831. Siena, palazzo Malavolti.

Che cosa lega Agostino Fantastici (1758-1845) e Luigi Ademollo (1764-1849) Il primo è un architetto e scenografo toscano, l’altro un pittore e incisore milanese che ha lavorato tanti anni in Toscana, con numerose commissioni per la decorazione di palazzi e chiese. Appassionati di teatro, si dilettarono entrambi nella realizzazione di scenografie. Furono studiosi ed estimatori dell’antico, di cui divennero interpreti fantasiosi e originali, non per niente avevano tutt’e due un debole per Piranesi. Li si può definire personalità esuberanti, sperimentatori vulcanici, eclettici e versatili che condivisero lo stesso ambiente culturale. Essi furono molto attivi a Siena e proprio in questa città si incontrano e si completano le loro opere  in palazzi che vedono affiancati gli arredi di Fantastici e le decorazioni parietali di Ademollo, come in Palazzo Sergardi o Palazzo Malavolti. Ne troviamo interessanti esempi nel libro pubblicato dal Comune di Siena “Agostino Fantastici” a cura di Carlo Cresti, nel quale il critico Alvar Gonzalez-Palacios così descrive Fantastici nel capitolo “Miracolo di Siena”: “… da buon allievo del neoclassicismo colto e fastoso dei romani, all’ornamento Fantastici non volta mai le spalle anzi lo ossequia devoto. I suoi mobili sono infatti tutti illeggiadriti da una vera e propria antologia dell’ornato. La sua novità non è nell’esclusione ma nel mutamento. A queste decorazioni si cambia natura. Niente bronzi, poche applicazioni e il senso tridimensionale si ottiene piuttosto con le tarsie e con l’intaglio. Ovunque un gusto cromatico fuori dal comune che si esprime al suo meglio nella scelta dei legni con inediti accostamenti di essenze modeste e desuete che però si impongono nella loro variegata allegria. Il tutto raggiunge un’armonia melata, messa in risalto da cigli e bordure nere e, occasionalmente, da rifiniture dipinte a mo’ di bronzo. nulla di guerresco, nulla di altisonante bensì una calma adatta a pacifici cicalecci colonne 2che bene si colonneadeguano al commento compiaciuto, a distanza, delle tragedie dell’Alfieri… Quest’uomo, insomma, è stato miracolosamente  in grado di creare uno stile a sé stante…” e uno stile a sé stante ha creato anche Luigi Ademollo, tanto da costargli la scarsa valorizzazione da parte di una critica che gli preferì rappresentanti più ortodossi del neoclassico. Dell’originalità di Fantastici sono una prova le due colonne in foto, di Galleria Baroni, il cui ornato si gioca sulle forme, come le sottili costolature, e sul contrasto tra il noce e il ciliegio, con poche parti dorate. Una particolarità è il fatto che sono totalmente smontabili nelle varie parti.

 

 

Preziosa e misteriosa

ribaltaNon è facile risalire alle origini di questo originale arredo e nemmeno sapere i suoi vari passaggi di proprietà, se non la sua storia recente, che risale a quando lo vidi per la prima volta in una casa milanese negli Anni 90. Fui chiamato per eseguire una perizia di questa ribalta settecentesca, le cui uniche informazioni che ricevetti erano i ricordi e i racconti dei proprietari da quando il mobile era passato per eredità familiare di mano in mano fra i vari componenti della famiglia a partire dagli inizi del Novecento. Veri o fantasiosi che fossero, non potevo che attenermi alle loro parole. Volevano una perizia, perché avevano intenzione di alienare il mobile causa il loro trasferimento. Perizia che eseguii in qualità di esperto di arti decorative e mentre la redigevo subivo sempre più il fascino di questo arredo raffinato che rimaneva un poco misterioso. Non solo per l’aspetto esteriore, ma anche per le sue parti celate, come il fondo e l’interno, eseguiti con estrema cura. Che fosse italiano si intuiva dalla schiena e dal fondo dei cassetti, piuttosto grezzi, caratteristica tipica del mobile nel nostro Paese, sia per quello settentrionale sia per quello meridionale. Avevo però molte perplessità nell’attribuire l’area precisa di realizzazione e nell’identificare una bottega di ebanisteria. Non avevo nessun indizio che mi potesse aiutarmi, come una stampigliatura a fuoco, una targa o un’etichetta e mi sembrava strano che gli autori non avessero voluto lasciare una testimonianza del loro lavoro, vista la preziosità dell’arredo, esempio di grande maestria ebanistica e di intarsio.ribalta2

Quando consegnai la perizia, i proprietari, avendo notato il mio entusiasmo per il mobile, mi chiesero se fossi interessato all’acquisto. Accettai di buon grado e trovammo un accordo. La cifra era molto importante, ma a mio parere ne valeva sicuramente la pena. Decisi di acquistarlo personalmente e non per la mia galleria, perché lo volevo come arredo di casa. Riguardo alla sua origine, lo consideravo siciliano, ma continuavo a nutrire dei dubbi che volevo dissipare e così feci una ricerca sui mobili portoghesi e brasiliani. In questo caso, soprattutto se fosse stato brasiliano, mi sarei ritrovato in possesso di uno degli esemplari più importanti, se non unico. Fu una ricerca che durò anni… forse non ci si pensa, ma così come per la pittura e la scultura, anche nell’ambito delle arti decorative le ricerche e gli studi possono richiedere tanto tempo e subire numerosi cambiamenti. Nei libri di mobili portoghesi e brasiliani però non trovai nulla di simile alla mia ribalta e alla fine mi convinsi che la mia prima intuizione fosse stata corretta: era siciliana. La certezza arrivò, per puro caso, grazie a un incontro con Alvar Gonzàlez-Palaciòs, al quale chiesi un parere. A quel tempo il noto studioso di arti decorative era impegnato in una ricerca su mobili come il mio, di cui trovò esemplari in luoghi pubblici della Palermo odierna, oltre a documenti scritti di committenze. Finalmente, dopo oltre un decennio, il mistero era risolto! Da quella ricerca Gonzàlez-Palaciòs pubblicò un libro: “Nostalgia e invenzione. Arredi e arti decorative a Roma e Napoli nel Settecento”, edito nel 2010 da Biblioteca d’Arte Skira. La ribalta vi fu pubblicata assieme ad esemplari affini per stile e lavorazione nel capitolo “Mobili palermitani”. Capitolo che fin dall’inizio sottolinea come questo genere di arredi sia di difficile identificazione: “Poco sappiamo sull’ebanisteria e sull’intarsio siciliani lungo il secolo XVIII e ben poco di più sugli arredi di gusto scultoreo”. Gonzàlez-Palaciòs continua cercando e trovando riferimenti storici e collegamenti che aiutino l’individuazione di autori e caratteristiche dell’ebanisteria siciliana della metà del Settecento e prosegue nella descrizione degli esemplari da lui selezionati a rappresentare tale produzione. Così descrive la ribalta in oggetto: “Comò a ribalta impiallacciato e intarsiato in legno violetto, ebano, madreperla e legni esotici. Poggia su brevi zampe a ricciolo, Optimized-ribalta3quelle frontali in corrispondenza degli spigoli smussati; sul profilo inferiore corre un grembiule sagomato. Lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano occupano i tre cassetti e i pannelli sugli spigoli. Sui fianchi è raffigurato un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta soprastante ha pannelli analoghi su fronte e lati, il tutto profilato con listelli in legno rosa. Il suo aspetto, le gambe piccole e incurvate, non possono sorpassare, penso, la metà del Settecento.” (Del mobile Alvar Gonzàlez-Palaciòs ha redatto nel 2009, un anno prima della pubblicazione del libro, una perizia firmata che riportiamo in fondo all’articolo*).

Fra gli esempi più notevoli del gusto siciliano, lo studioso ricorda inoltre le panche nell’Oratorio di San Lorenzo, i cui piani sono intarsiati in legni esotici e altri materiali rari, ma il più notevole rimane il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame del 1737, con base in legno intagliato, scolpito e parzialmente dorato e uno splendido piano intarsiato a motivi floreali, curve e volute. Le tarsie, gli accostamenti cromatici, l’impiego di madreperla e avorio degli esemplari palermitani richiamano un’altra regione italiana: il Piemonte. E non è strano, ci dice lo storico dell’arte, se si pensa che Vittorio Amedeo II di Savoia fu re di Sicilia dal 1713 al 1718 e che proprio in quel periodo fu il siciliano Filippo Juvarra a ricevere le committenze per la trasformazione di alcuni importanti edifici di Torino. Le tarsie in tartaruga e in madreperla appartengono anche ad altre città, come Venezia, Roma, Napoli, ma a parte qualche similitudine con la Sicilia, esse presentano un gusto diverso, sia nelle sagome, sia negli ornamenti. Su questi materiali ci sarebbe molto da dire, ma rimandiamo l’argomento a prossimi articoli.

Sergio Baroni

 

*Si riporta integralmente il testo della perizia redatta da Alvar Gonzàlez-Palaciòs nel 2009:

Comò a ribalta impiallacciato e intarsiato in legno violetto, madreperla e legni esotici.

Il mobile poggia su brevi zampe a ricciolo, quelle frontali in corrispondenza degli spigoli smussati; sul profilo inferiore corre un grembiule sagomato. Lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano occupano i tre cassetti e i pannelli sugli spigoli. Sui fianchi è raffigurato un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta soprastante ha pannelli analoghi su fronte e lati; il tutto profilato con listelli in legno rosa. Dimensioni: cm 120x125x64.

Palermo, metà del XVIII secolo

Questo mobile presenta strette somiglianze con alcuni arredi palermitani documentati e altri ancora che, a modo di vedere di chi scrive, possono ritenersi di maestranze siciliane operanti nell’antica capitale lungo la prima metà del XVIII secolo. Mi riferisco innanzitutto alle panche dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo dove fu all’opera Giacomo Serpotta. Si è anche pensato che il modello per i sostegni di questi sedili, databili intorno al 1707, scolpiti a tutto tondo in legno di bosso, si debba allo stesso Serpotta, mentre i piani delle panche dal disegno assai studiato sono intarsiati in legni esotici e amderperla come il mobile qui esaminato. Non vanno dimenticati i sedili intarsiati del Palazzo Arcivescovile di Palermo e quelli dell’Oratorio di Santa Cita. Il più importante mobile conservato a Palermo in questo stesso gusto è il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame che risulterebbe essere opera di Nicola D’Aragona al 1737.

A questi mobili certamente eseguiti a Palermo, dove tuttora si trovano, vanno agiunti alcuni magnifici e inconsueti arredi che presentano indiscutibili vicinanze stilistiche e tecniche con quelli finora elencati nonché con il comò qui in esame. Si tratta di tre mobili a doppio corpo (del modello detto in inglese buerau-cabinet) nei quali si adopera, più o meno generosamente, la madreperla. Questa materia venne adoperata saltuariamente in Germani e anche ancor più raramente in alcuni centri italiani: lo fece più di una volta, con notevole successo, il torinese Pietro Piffetti ma il gusto sia delle sagome sia degli ornamenti è diverso, nonostante qualche superficiale similutdine. Altri mobili con largo uso di madreperla, accostata alla tartaruga, si fecero a Napoli ma si tratta perlopiù di di piani di tavoli eseguiti da tartarugari. Il modo in cui vengono disposte, per sbieco, le tarsie sulla ribalta del comò esaminato non trova paragoni all’epoca, così come le incorniciature dei vasi sulle fiancate, che ricordano nature morte seicentesche.

Tutti questi fattori consentono di ritenere questo mobile un’opera palermitana rara, databile attorno alla metà del Settecento.

Il risultato di queste mie ricerche, ancora inedito, è in corso di stampa nel mio volume Nostalgia e Invenzione. LA decorazione del Settecento a Napoli e a Roma che apparirà presso Skira, Milano, in questo anno 2009.

gennaio 2009

Alvar Gònzalez-Palàcios

 

Benvenuta Miss Miller

A 48541

A 48541

Sconosciuto al pubblico fino a oggi, questo bronzo, opera del romagnolo Domenico Rambelli (1886-1972), è finalmente visibile agli amatori e cultori della sua arte alla Galleria Baroni, dopo essere rimasto custodito gelosamente dal suo autore prima e conservato poi nelle raccolte degli eredi. Rambelli, ceramista, pittore, scultore faentino, dopo gli studi alla Scuola di Arti e Mestieri della sua città, segue l’amico Domenico Baccarini a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Aderirà all’innovativo cenacolo baccariniano assieme ad altri giovani artisti romagnoli, fra cui Ercole Drei, Giovanni Guerrini, Francesco Nonni, Pietro Melandri, Riccardo Gatti, Giuseppe Ugonia, Odoardo Neri, Orazio Toschi. Nel 1905 esordisce a Roma e poi espone alla Biennale di Venezia, per poi trasferirsi a Parigi. Fa parte del movimento artistico “Valori Plastici” e partecipa alla corrente “Novecento”. E’ considerato fra i principali scultori pubblici degli Anni Venti con i monumenti di Viareggio, Lugo e Brisighella.

Miss Miller è un’opera affascinante, enigmatica rappresentativa del “primitivo” che caratterizza lo stile dell’artista nei suoi busti bronzei, come il busto “Fanciullona”, il nudo femminile acefalo, la popolana che canta (o “Il Canto”), tutti appartenenti a collezioni pubbliche. Salta all’occhio, come “firma” rambelliana, lo stravolgimento delle forme corporee che alterano le proporzioni dell’anatomia, dilatando e “gonfiando” i lineamenti, così come, nelle opere a figura intera, la dimensione della testa rispetto al tronco, il tronco rispetto al corpo, creando una nuova espressività della figura umana nello spazio. Il busto di Miss Miller Rambelli lo eseguì nel 1926 e non se ne distaccò mai, tenendolo con sé fino alla fine dei suoi giorni. Esso può rappresentare nell’insieme della sua produzione una specie di feticcio o di opera di grande affezione che ha accompagnato sempre l’artista. Alla sua morte è passato agli eredi Zingaro, rimanendo fino ai giorni nostri di loro proprietà. Quando ho saputo della disponibilità dell’opera, ho ritenuto che fosse quasi un obbligo da parte mia, per la mia storia e la mia dichiarata “romagnolità”, venirne in possesso per salvaguardare la sua permanenza in questo contesto. Essa infatti rappresenta a mio parere un punto di riferimento della produzione artistica di Domenico Rambelli.

La mia passione per questo artista, assieme a quella per gli altri romagnoli, risale alla mia infanzia, quando ne potevo ammirare le opere pubbliche durante le mi trasferte al seguito di mio padre o di mio nonno nel territorio di Romagna. Tre sono i monumenti pubblici di Rambelli: il monumento ai caduti di Viareggio, inaugurato nel 1927; il “Fante che dorme” di Brisighella del 1928 e quello dedicato all’eroe dell’aviazione della prima guerra mondiale, Francesco Baracca, che si trova a Lugo di Romagna, inaugurato nel 1936. Se nei primi due Rambelli è riuscito a reinterpretare con modernità forme primitive e arcaiche, nel terzo giunge a un’originale sintesi tra simbolismo e naturalismo, trascendendoli in un’atmosfera metafisica.

Una produzione esigua rispetto a quella degli altri artisti romagnoli, la sua, ma di portata europea. A mio parere è un peccato che oggigiorno, guardando alla sua opera artistica, non sorga una riflessione sul fatto che un artista tanto affascinante e moderno non abbia prodotto la quantità di opere scultoree dei suoi contemporanei italiani. Solo nell’ambito del disegno ci ha lasciato innumerevoli esemplari di fanciulli, figure femminili, nudi, nei quali vediamo quelle forme primitive e arcaiche che ne fanno la sua cifra stilistica. Il motivo della “scarsità” scultorea lo spiega l’artista stesso, in un testo inedito del 1950: “Lo so che le esposizioni fanno girare il nome e procurano lavoro, ma quando si ha più inclinazione a disprezzare che amare il denaro queste cose perdono di importanza.”

Sergio Baroni

Custode di segreti

Oggi vi sveliamo i segreti di questo elegante secrétaire à abattant di epoca Impero attribuito, per qualità ed eleganza, a Giovanni Socci, capostipite di una delle più attive botteghe di falegnameria ed ebanisteria della Firenze tra Settecento e Ottocento. Esemplare italianissimo, questo, per gusto, tecnica e stile, appartiene di fatto a una categoria francese, tanto che anche in Italia si continua a usare il termine secrétaire.

L’intero mobile (cm 100×47,5 h cm 150), con fusto in ciliegio (e non in rovere come usava in Francia), è impiallacciato in piuma di mogano, essenza di importazione dalle Americhe, apprezzata all’epoca per il suo colore caldo; il piano, anch’esso a conferma della sua provenienza nazionale, è in marmo bianco di Carrara. Al di là della “facciata” da mobile sobrio ed elegante, esso nasconde impensabili meccanismi e trucchi che ne fanno un custode di segreti: una volta calato l’abattant (il piano ribaltabile), quello che appare come un listello ornamentale è in realtà un cassetto estraibile e le lesene con testa egizia, che scandiscono i vani interni a cassettini, sono anch’esse estraibili grazie a un ingegnoso meccanismo che si attiva con uno spillo dall’interno, rivelando la loro vera natura di portadocumenti. Siamo dunque già in epoca romantica, con l’attitudine a custodire i “segreti del cuore”: lettere intime, ciocche di capelli, piccoli ritratti, pegni d’amore.. Dal punto di vista stilistico, è interessante notare la scelta delle teste egizie, che rimandano alle sfingi, al posto delle teste di donna, per una trasformazione in chiave egizia della cariatide classica. Il secrétaire in oggetto rientra infatti in quello stile di moda in epoca Impero conosciuto come Retour d’Egypte, al quale la Biblioteca Braidense di Milano ha dedicato la bellissima mostra “Da Brera alle piramidi” nel febbraio 2015; mostra che ha visto il prestito da parte della Galleria Baroni di una coppia di sfingi, oltre a un allestimento in stile egizio di cui il secrétaire era parte.

Una scuderia fatta “ad arte”, cavalli da presepe

entrata cavalliCollezionisti e amanti di oggetti d’arte particolari, rari e decisamente fuori dall’ordinario potranno apprezzare questa “scuderia” di cavalli da presepe. Raccolti oltre quindici anni fa, formano un gruppo di 14 elementi databili tra Sette e Ottocento, di provenienza genovese, napoletana e siciliana. Dieci di essi sono in legno, tre in cartapesta e uno, quello siciliano, in terracotta.

Considerati animali nobili, i cavalli nel presepe erano destinati esclusivamente ai Re Magi e quindi presenti in numero di tre, mentre abbondavano tutti gli altri animali da fattoria e da cortile, come muli, pecore, capre, maiali, polli, galli ecc. Caratteristiche dei tre cavalli da presepe erano i colori e le posizioni: bianco, nero e baio (rosso bruno) per quanto riguarda i primi, mentre per le posizioni si hanno quella sulle zampe posteriori, quella al trotto e quella al passo.

Sono oggetti rarissimi da trovare, perché oltre a essere soltanto tre rispetto al numero cospicuo degli altri animali, spesso venivano lasciati ai bambini, una volta disallestito il presepe. Erano infatti da questi molto ambiti come giocattoli, venivano quindi usati e, di conseguenza, spesso rovinati, andando distrutti.

La bellezza e l’accuratezza di questi animali li rende opere d’arte. Del resto,  fra le famiglie nobili si svolgevano vere e proprie sfide per il presepe più ricco e meglio addobbato, che veniva allestito, come un “quadro vivente” di scenografica composizione, all’interno dei palazzi.

La tradizione del presepe nel nostro Paese è antica e  vi hanno lavorato grandi artisti pittori e scultori; ma anche artigiani di ogni genere, come ceroplasti, ceramisti, orefici, costruttori di strumenti musicali, intagliatori, addirittura animalisti.

Il presepe più vecchio conservato, sebbene parzialmente, si trova nella basilica romana di S. Maria Maggiore, a opera di Arnolfo di Cambio. Ma è dal Quattrocento che diventa popolare, con opere monumentali, fino alla sua massima diffusione nel XVIII secolo.

Sergio Baroni