Empire chandelier from Sapegno’s Collection

6This russian Empire chandelier was for many years in the roman apartment of the italian literary critic Natalino Sapegno (1901 – 1990), one of the Optimized-lampadario Sapegnomost distinguished historians of the 900 Italian literature. Very famous are his commentary on the Divine Comedy of Dante Alighieri and its Compendium of History of Italian Literature 1936-1946 whose pages have formed generations of students. His roman house was frequented by well-known academic, intellectual, artistic and political people and they could appreciate the strictly Empire style which charactarized the furnishings of all the rooms. The “art-director” of this furniture was Sapegno’s wife, Mariella, whose adviser was Mario Praz (1896 – 1982) the notable italian critic of art and literature, whose passion was the neoclassical art. Praz was her guide for the first purchasing, which were the origin of a beautiful rich collection to which it belgons the chandelier in the picture. I bought it in 2011 at the Porro’s Auction in Milan for the sale of paintings and furnishing from the house of Natalino Sapegno. It is a gilt bronze chandelier with cut crystals and it is composed of a large cup from which extend six gilded bronze arms, each wrapped by a snake in attack position against the ibis – the sacred bird of the Nile – which is leaning against the edge of the cup. There are two stems shaped like an inverted trumpet, one inserted in the other and the final part is enriched by curved stems with leaves and pendants (h 120 cm, width 85 cm). For more info: galleriabaroni@gmail.com.

Preziosa e misteriosa

ribaltaNon è facile risalire alle origini di questo originale arredo e nemmeno sapere i suoi vari passaggi di proprietà, se non la sua storia recente, che risale a quando lo vidi per la prima volta in una casa milanese negli Anni 90. Fui chiamato per eseguire una perizia di questa ribalta settecentesca, le cui uniche informazioni che ricevetti erano i ricordi e i racconti dei proprietari da quando il mobile era passato per eredità familiare di mano in mano fra i vari componenti della famiglia a partire dagli inizi del Novecento. Veri o fantasiosi che fossero, non potevo che attenermi alle loro parole. Volevano una perizia, perché avevano intenzione di alienare il mobile causa il loro trasferimento. Perizia che eseguii in qualità di esperto di arti decorative e mentre la redigevo subivo sempre più il fascino di questo arredo raffinato che rimaneva un poco misterioso. Non solo per l’aspetto esteriore, ma anche per le sue parti celate, come il fondo e l’interno, eseguiti con estrema cura. Che fosse italiano si intuiva dalla schiena e dal fondo dei cassetti, piuttosto grezzi, caratteristica tipica del mobile nel nostro Paese, sia per quello settentrionale sia per quello meridionale. Avevo però molte perplessità nell’attribuire l’area precisa di realizzazione e nell’identificare una bottega di ebanisteria. Non avevo nessun indizio che mi potesse aiutarmi, come una stampigliatura a fuoco, una targa o un’etichetta e mi sembrava strano che gli autori non avessero voluto lasciare una testimonianza del loro lavoro, vista la preziosità dell’arredo, esempio di grande maestria ebanistica e di intarsio.ribalta2

Quando consegnai la perizia, i proprietari, avendo notato il mio entusiasmo per il mobile, mi chiesero se fossi interessato all’acquisto. Accettai di buon grado e trovammo un accordo. La cifra era molto importante, ma a mio parere ne valeva sicuramente la pena. Decisi di acquistarlo personalmente e non per la mia galleria, perché lo volevo come arredo di casa. Riguardo alla sua origine, lo consideravo siciliano, ma continuavo a nutrire dei dubbi che volevo dissipare e così feci una ricerca sui mobili portoghesi e brasiliani. In questo caso, soprattutto se fosse stato brasiliano, mi sarei ritrovato in possesso di uno degli esemplari più importanti, se non unico. Fu una ricerca che durò anni… forse non ci si pensa, ma così come per la pittura e la scultura, anche nell’ambito delle arti decorative le ricerche e gli studi possono richiedere tanto tempo e subire numerosi cambiamenti. Nei libri di mobili portoghesi e brasiliani però non trovai nulla di simile alla mia ribalta e alla fine mi convinsi che la mia prima intuizione fosse stata corretta: era siciliana. La certezza arrivò, per puro caso, grazie a un incontro con Alvar Gonzàlez-Palaciòs, al quale chiesi un parere. A quel tempo il noto studioso di arti decorative era impegnato in una ricerca su mobili come il mio, di cui trovò esemplari in luoghi pubblici della Palermo odierna, oltre a documenti scritti di committenze. Finalmente, dopo oltre un decennio, il mistero era risolto! Da quella ricerca Gonzàlez-Palaciòs pubblicò un libro: “Nostalgia e invenzione. Arredi e arti decorative a Roma e Napoli nel Settecento”, edito nel 2010 da Biblioteca d’Arte Skira. La ribalta vi fu pubblicata assieme ad esemplari affini per stile e lavorazione nel capitolo “Mobili palermitani”. Capitolo che fin dall’inizio sottolinea come questo genere di arredi sia di difficile identificazione: “Poco sappiamo sull’ebanisteria e sull’intarsio siciliani lungo il secolo XVIII e ben poco di più sugli arredi di gusto scultoreo”. Gonzàlez-Palaciòs continua cercando e trovando riferimenti storici e collegamenti che aiutino l’individuazione di autori e caratteristiche dell’ebanisteria siciliana della metà del Settecento e prosegue nella descrizione degli esemplari da lui selezionati a rappresentare tale produzione. Così descrive la ribalta in oggetto: “Comò a ribalta impiallacciato e intarsiato in legno violetto, ebano, madreperla e legni esotici. Poggia su brevi zampe a ricciolo, Optimized-ribalta3quelle frontali in corrispondenza degli spigoli smussati; sul profilo inferiore corre un grembiule sagomato. Lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano occupano i tre cassetti e i pannelli sugli spigoli. Sui fianchi è raffigurato un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta soprastante ha pannelli analoghi su fronte e lati, il tutto profilato con listelli in legno rosa. Il suo aspetto, le gambe piccole e incurvate, non possono sorpassare, penso, la metà del Settecento.” (Del mobile Alvar Gonzàlez-Palaciòs ha redatto nel 2009, un anno prima della pubblicazione del libro, una perizia firmata che riportiamo in fondo all’articolo*).

Fra gli esempi più notevoli del gusto siciliano, lo studioso ricorda inoltre le panche nell’Oratorio di San Lorenzo, i cui piani sono intarsiati in legni esotici e altri materiali rari, ma il più notevole rimane il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame del 1737, con base in legno intagliato, scolpito e parzialmente dorato e uno splendido piano intarsiato a motivi floreali, curve e volute. Le tarsie, gli accostamenti cromatici, l’impiego di madreperla e avorio degli esemplari palermitani richiamano un’altra regione italiana: il Piemonte. E non è strano, ci dice lo storico dell’arte, se si pensa che Vittorio Amedeo II di Savoia fu re di Sicilia dal 1713 al 1718 e che proprio in quel periodo fu il siciliano Filippo Juvarra a ricevere le committenze per la trasformazione di alcuni importanti edifici di Torino. Le tarsie in tartaruga e in madreperla appartengono anche ad altre città, come Venezia, Roma, Napoli, ma a parte qualche similitudine con la Sicilia, esse presentano un gusto diverso, sia nelle sagome, sia negli ornamenti. Su questi materiali ci sarebbe molto da dire, ma rimandiamo l’argomento a prossimi articoli.

Sergio Baroni

 

*Si riporta integralmente il testo della perizia redatta da Alvar Gonzàlez-Palaciòs nel 2009:

Comò a ribalta impiallacciato e intarsiato in legno violetto, madreperla e legni esotici.

Il mobile poggia su brevi zampe a ricciolo, quelle frontali in corrispondenza degli spigoli smussati; sul profilo inferiore corre un grembiule sagomato. Lunghi tralci fioriti in madreperla su fondo di ebano occupano i tre cassetti e i pannelli sugli spigoli. Sui fianchi è raffigurato un vaso con fiori inquadrato in una sorta di arco fra ulteriori incrostazioni fitomorfe. La ribalta soprastante ha pannelli analoghi su fronte e lati; il tutto profilato con listelli in legno rosa. Dimensioni: cm 120x125x64.

Palermo, metà del XVIII secolo

Questo mobile presenta strette somiglianze con alcuni arredi palermitani documentati e altri ancora che, a modo di vedere di chi scrive, possono ritenersi di maestranze siciliane operanti nell’antica capitale lungo la prima metà del XVIII secolo. Mi riferisco innanzitutto alle panche dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo dove fu all’opera Giacomo Serpotta. Si è anche pensato che il modello per i sostegni di questi sedili, databili intorno al 1707, scolpiti a tutto tondo in legno di bosso, si debba allo stesso Serpotta, mentre i piani delle panche dal disegno assai studiato sono intarsiati in legni esotici e amderperla come il mobile qui esaminato. Non vanno dimenticati i sedili intarsiati del Palazzo Arcivescovile di Palermo e quelli dell’Oratorio di Santa Cita. Il più importante mobile conservato a Palermo in questo stesso gusto è il tavolo intarsiato dell’Oratorio delle Dame che risulterebbe essere opera di Nicola D’Aragona al 1737.

A questi mobili certamente eseguiti a Palermo, dove tuttora si trovano, vanno agiunti alcuni magnifici e inconsueti arredi che presentano indiscutibili vicinanze stilistiche e tecniche con quelli finora elencati nonché con il comò qui in esame. Si tratta di tre mobili a doppio corpo (del modello detto in inglese buerau-cabinet) nei quali si adopera, più o meno generosamente, la madreperla. Questa materia venne adoperata saltuariamente in Germani e anche ancor più raramente in alcuni centri italiani: lo fece più di una volta, con notevole successo, il torinese Pietro Piffetti ma il gusto sia delle sagome sia degli ornamenti è diverso, nonostante qualche superficiale similutdine. Altri mobili con largo uso di madreperla, accostata alla tartaruga, si fecero a Napoli ma si tratta perlopiù di di piani di tavoli eseguiti da tartarugari. Il modo in cui vengono disposte, per sbieco, le tarsie sulla ribalta del comò esaminato non trova paragoni all’epoca, così come le incorniciature dei vasi sulle fiancate, che ricordano nature morte seicentesche.

Tutti questi fattori consentono di ritenere questo mobile un’opera palermitana rara, databile attorno alla metà del Settecento.

Il risultato di queste mie ricerche, ancora inedito, è in corso di stampa nel mio volume Nostalgia e Invenzione. LA decorazione del Settecento a Napoli e a Roma che apparirà presso Skira, Milano, in questo anno 2009.

gennaio 2009

Alvar Gònzalez-Palàcios