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“La camera del signore” rivive a Palazzo Milzetti

Palazzo Milzetti Faenza

Novità a Palazzo Milzetti, Museo Nazionale dell’Età Neoclassica di Faenza: è stata allestita con arredi originali la “stanza del signore” di epoca neoclassica. L’ambiente è stato pensato dal professor Sergio Baroni, in collaborazione con la direttrice Enrica Domenicali, e realizzato grazie alla donazione dello stesso Baroni di un gruppo di arredi che ricreano uno spaccato di vita privata sette-ottocentesca. Una passione di sempre, quella di Sergio Baroni per l’epoca che va dalla fine del XVIII ai primi del XIX secolo, fin da quando era consulente di Gianni Versace, per il quale trovò gli arredi neoclassici destinati alla villa di Como. L’atto di donazione vuole essere un omaggio a Palazzo Milzetti, luogo simbolo per eccellenza della stagione neoclassica dell’Emilia Romagna e in particolare un omaggio a coloro i quali si sono adoperati perché il palazzo diventasse patrimonio della collettività. Fra questi ricordiamo il politico italiano, nato a Cesena, Oddo Biasini (1917-2009), che negli Anni 70 patrocinò l’acquisizione di Palazzo Milzetti, e lo storico dell’arte Andrea Emiliani, appassionato mentore di questa impresa quando era Soprintendente alle Gallerie di Bologna. C’è anche di più: la volontà di rendere “vivo” un palazzo che è sì museo, ma con caratteristiche di dimora. Gli arredi scelti da Sergio Baroni sono tutti di provenienza emiliano-romagnola, databili ai primi decenni dell’ Ottocento: un maestoso letto Impero bolognese intagliato e dorato corredato da baldacchino e arricchito da una scultura di Eros in legno dorato, un tavolo con funzione di scrittoio e di toilette maschile in noce con parti ebanizzate e dorate, così come  ebanizzata è la specchiera a bilico, una poltroncina in noce, un tavolino da centro in noce e radica intarsiato, due guéridons, due lampade da tavolo in opaline e due consoles intarsiate sul piano a motivi geometrici che, unite, compongono un tavolo da gioco. Gli arredi sono stati collocati in quella che viene indicata come “camera da letto nuziale” del conte Francesco Milzetti e della moglie, la contessa Giacinta Marchetti degli Angiolini, passata poi ai Rondinini, come mostra una fotografia d’epoca. Impreziosisce e abbellisce la stanza la decorazione a firma Felice Giani (1758 – 1823) regista tra l’altro di tutto l’apparato artistico del palazzo. Il tema iconografico è incentrato sul ritorno di Ulisse a Itaca, culminante nell’ovale centrale del soffitto, in cui Ulisse e Penelope si avviano al talamo nuziale. Il grande ovale è messo in risalto da larghi profili in squillanti colori – verdi, blu e rossi – riprodotti anche per incorniciare altri otto episodi dell’avventura di Ulisse. L’insieme delle scene è esaltato da un raffinato gioco di ornati calligrafici e di raffaellesche che si conclude in un’ultima bordatura rossa e oro.

Le tappezzerie, oggi di un momocromo color salvia lucente, erano in origine a stelle d’oro su fondo blu. I sovraporta sono di stucco bianco a rilievo che vedono protagonista Minerva: assieme a Ulisse sopra la porta d’ingresso e a colloquio con Giove sopra la porta d’accesso al boudoir. Eleganza, ricercatezza estetica e ricchezza decorativa, in cui dialogano classicità, mito e storia, caratterizzano l’intero palazzo, capolavoro dell’età neoclassica faentina e non solo. E’ frutto di una stagione particolarmente fortunata e ricca per il territorio, che ovviamente coincide con uno dei periodi architettonici più felici. Si tratta del cinquantennio che va dal 1780 al 1830/40, quando la regione beneficia della costruzione del canale di collegamento tra il mare e la città, che incentiva e facilita un ricco scambio commerciale.

Di proprietà della famiglia Milzetti fin dal Seicento, l’edificio fu rinnovato e trasformato dopo il terremoto del 1781 dal conte Nicola, con l’incarico all’architetto Giuseppe Pistocchi (1744 – 1814) nel 1792 e, a partire dal 1795, dal figlio Francesco, che si affidò all’architetto Giovanni Antonio Antolini (1754 – 1841). Autore o ideatore degli ornati pittorici, progettati dettagliatamente, fu, come già accennato, Felice Giani, di origine piemontese ma attivo soprattutto sul territorio emiliano – romagnolo e a Roma. Per l’operazione egli si avvalse di eccellenti decoratori, come i plasticatori Antonio Trentanove (1745 – 1812) e Gian Battista e Francesco Ballanti Graziani (1762 – 1835 / 1772 – 1847), oltre ad altri giovani artisti e artigiani, che lavorarono sotto la guida di Gaetano Bertolani (1758/59 – 1856), il collaboratore più fidato di Giani. Ne scaturì una mirabile interazione tra architettura e decorazione, che niente ha da invidiare a palazzi del neoclassico europeo, grazie soprattutto alla creatività di Giani, orientato ai nuovi indirizzi culturali internazionali. Conclusi i lavori nel 1805, dopo soli tre anni il conte Francesco dovette lasciare Faenza per assumere incarichi militari alla corte di Eugenio di Beauharnais a Milano e cedette la dimora, come attesta un rogito del 1808, forse anche per far fronte a ingenti debiti. Subentrò Vincenzo Papiani di Modigliana fino al 1814, seguito dallo speculatore Domenico Ugolini, fino all’acquisto nel 1817 da parte dei conti Rondinini, che arricchirono l’arredo, ancora oggi in parte visibile negli ambienti di rappresentanza. Dopo altri passaggi di proprietà, il palazzo fu acquistato dallo Stato nel 1973. Fu restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici di Ravenna e aperto al pubblico nel 1979, per diventare Museo Nazionale nel 2001. Quello che si augura Sergio Baroni è che Palazzo Milzetti possa non solo rappresentare un’eccelsa testimonianza di un periodo architettonico e artistico, ma che possa anche continuare a far vibrare la sua originaria atmosfera di dimora. Desiderio che ha manifestato attraverso la donazione, grazie alla quale le splendide decorazioni trovano un corrispettivo stilistico e funzionale negli arredi.

Presentazione della donazione Sergio Baroni: giovedì 20 settembre, ore 11.30, presenti il Direttore del Polo Mario Scalini, il professor Andrea Emiliani, la direttrice di Palazzo Milzetti Enrica Domenicali, il professor Sergio Baroni. Palazzo Milzetti, via Tonducci 15, Faenza

(photocredits Marco Baldassarri).

Dűrer e il Rinascimento d’Oltralpe a Palazzo Reale

Una mostra da non perdere, quella che ha portato a Milano il Rinascimento tedesco, facendo capo ad Albrecht Dűrer (1471 – 1528) , pittore, incisore eccelso, matematico e studioso di prospettiva. Famoso anche per la sua incredibile bellezza, Dűrer era uno dei 18 figli di Albrecht Dűrer il Vecchio, dal quale apprese l’arte incisoria che più avanti mise a frutto nei suoi celebri lavori a bulino e all’acquaforte. Un’arte che rese tra l’altro la sua città natale, Norimberga, famosa in tutta Europa. Il padre, oltre a formarlo nell’incisione, gli trasmise l’amore per i grandi maestri fiamminghi, come Jan van Eyck e Rogier van der Weyden. Lo fece anche viaggiare fin dalla giovane età, dopo che espresse il desiderio di diventare pittore. Il Paese che più lo influenzò nella sua formazione pittorica fu l’Italia. La prima volta nel 1495, quasi un “Viaggio in Italia” ante litteram, che gli infuse una grande passione per l’arte italiana e lo introdusse allo studio della rappresentazione dello spazio e alla ricerca delle proporzioni vitruviane del corpo umano, oltre a fargli conoscere le opere dei grandi maestri dell’Umanesimo e del Rinascimento, da Giotto a Bramante, da Raffaello a Leonardo, ai veneziani Carpaccio e Bellini, ma anche l’arte classica, soprattutto attraverso le incisioni di Mantegna e Pollaiolo. Un secondo viaggio è del 1505 e ancora più del primo conferma la sua predilezione per il vedutismo e il colorismo di Giovanni Bellini, del quale cercherà di replicare le composizioni e le soluzioni, come la solidità delle figure in primo piano, la luminosità dei colori, la finestra aperta sul paesaggio. In questo soggiorno italiano egli approfondisce anche l’opera del frate matematico Luca Pacioli, autore del “De Divina Proportione”, il trattato sui solidi geometrici illustrato da Leonardo da Vinci. Spinto dal desiderio di impadronirsi dei segreti della prospettiva, sia come teoria scientifica sia negli aspetti applicativi, riuscì a incontrare Pacioli (ed egli stesso scrisse in seguito tre trattati) e conobbe Leonardo, con il quale condivideva la visione dell’uomo come parte armoniosa della natura. Il rapporto con Leonardo è indagato nella mostra di Palazzo Reale attraverso una serie di incisioni e disegni sugli studi della rappresentazione del cavallo. La mostra rivela di Dűrer le molteplici qualità artistiche e l’eclettismo che gli permise di spaziare con spirito innovatore dalla pittura al disegno, dalla grafica all’incisione, intesa sia come illustrazione sia come arte orafa nella bottega di Norimberga. L’esposizione comprende altri esponenti del Rinascimento tedesco suoi contemporanei, come Lucas Cranach, Albert Altdorfer, Hans Baldung, in un dialogo con grandi autori italiani dell’Italia settentrionale: Giorgione, Andrea Mantegna, Leonardo, Lorenzo Lotto. E’ così che la mostra mette a confronto due Rinascimenti: quello italiano che conosciamo e quello più fantastico, a volte esoterico e alchemico di matrice tedesca. E’ aperta fino al 24 giugno, a Palazzo Reale di Milano.

 

 

 

Il Fuorisalone di Galleria Baroni

Due sono le realtà presenti per il Fuorisalone 2018 alla Galleria Baroni: la scuola ISIA per il Design e la Comunicazione di Faenza e l’azienda MMairo di Carrara, specializzata in complementi d’arredo, soprattutto articoli per la tavola, in marmo e altri materiali di pregio.

I protagonisti dell’ISIA – istituto di alta formazione nell’ambito del design e della comunicazione – sono gli studenti, che per l’occasione espongono i progetti sviluppati durante il corso di Metodologia della Progettazione. Il tema è la modalità dell’abitare contemporaneo a partire dal concetto di pianta libera del modello lecorbusiano. Nell’assenza di pareti interne e attraverso la mobilità degli arredi, gli studenti hanno risposto alle esigenze individuali e della contemporaneità nel suo insieme, con una riflessione sull’uso delle risorse disponibili. I risultati di questo lavoro sono le maquette esposte alla Galleria Baroni durante il periodo del Fuorisalone 2018. Con questa ospitalità Galleria Baroni vuole sostenere la mission dell’ISIA di Faenza, che sta sviluppando un dialogo sempre più serrato tra formazione, ricerca, produzione e valorizzazione nell’ambito e per la diffusione della cultura del design. E’ un vero piacere per Galleria Baroni, che si sta delineando sempre più come spazio dedicato all’arte antica, moderna e contemporanea, di dare il proprio contributo alla didattica dell’ISIA, agevolando il sistema di rapporti e relazioni che permettono agli studenti di uscire dall’ambito accademico per mettersi a confronto con i pubblici del design, in questo caso non soltanto italiani, ma anche internazionali, in occasione dell’evento principale di Milano dedicato al design.

Il marmo è invece il protagonista dell’esposizione di MMairo, un’azienda di design che opera con grande professionalità nel settore dei complementi d’arredo, utilizzando un materiale di pregio che si presta a interpretazioni creative e d’effetto nella sua elegante e “classica” sobrietà. In occasione del Fuorisalone 2018 MMairo presenta in anteprima il progetto Marble Maison con Pyxis, firmato dal designer Ivan Colominas: una seria essenziale di oggetti d’arredo quotidiano dalla forma cilindrica declinata in diverse misure. Altra novità è il progetto Homage di Matteo Cibic, designer e direttore creativo che si diverte a trasformare il marmo in toni ludici con creazioni antropomorfiche.

Inaugurazione 17 aprile 2017 con due eventi, alle 17.30 con gli studenti e i docenti dell’ISIA, che illustreranno le maquette esposte. Alle 19 con il Cocktail Event MMairo.

 

 

 

Celebri Annunciazioni lette da Elena Pontiggia

La sera del 21 marzo scorso Elena Pontiggia, storica e critica d’arte, docente di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Brera, è intervenuta al terzo e ultimo incontro relativo alla mostra “Iconografia dell’Annunciazione”, in corso alla Galleria Baroni fino al 15 aprile. Tema dell’intervento è stato “Annunciazione: rappresentazioni e simboli nella storia dell’arte“, per il quale la docente ha scelto oltre una decina di raffigurazioni famose ed emblematiche, dal III secolo al Novecento. Riportiamo alcune delle opere selezionate, con brevi note a fianco. Per la relazione di Elena Pontiggia si rimanda ai video della serata: “Conferenza Annunciazione: rappresentazioni e simboli (2)”;”Conferenza Annunciazione: rappresentazioni e simboli (3)“.

1. L’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita, dipinto a tempera e oro su tavola di Simone Martini e Lippo Memmi, firmata e datata 1333, Uffizi di Firenze.

Trittico straordinario di Simone Martini, in cui il tema dell’annunciazione è il tema della paura, che viene interpretato come la paura dell’uomo di fronte al sovrannaturale. Una paura espressa non tanto dalla mimica del volto, quanto dalla linea del manto, come ci fa notare Elena Pontiggia, un manto che si stringe, aderendo al corpo della Vergine mentre ella si ritrae. Un particolare curioso: l’angelo, al posto del giglio, reca un ramo d’ulivo, mentre il giglio, attributo della Madonna, è sullo sfondo. Il giglio, infatti, è anche simbolo di Firenze e i senesi non potevano accettare che l’angelo portasse il simbolo dell’odiata città rivale. Il giglio viene quindi posto discretamente sullo sfondo,.

2. Beato Angelico (Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455), Annunciazione di San Marco, Firenze.

Un’altra memorabile Annunciazione, scelta per la conferenza, è quella di Beato Angelico che si trova a San Marco, in Firenze. Rappresenta una Madonna umile, ma non impaurita, che guarda con serenità e dignità l’irruzione improvvisa dell’angelo. I due si inchinano l’uno verso l’altro con un movimento speculare, così come speculare è la posizione delle mani, incrociate sul petto. Gli archi a tutto sesto sono di impianto già rinascimentale, con la M di Maria iscritta nel doppio arco frontale. I capitelli delle colonne richiamano la Biblioteca di San Marco, edificio che in quegli anni Michelozzo stava costruendo per Cosimo de’ Medici. Essi sono quindi un omaggio dell’artista all’amico e al tempo stesso contengono un significato teologico profondo: la Madonna è madre del Verbo e il Verbo si conserva nelle biblioteche. La biblioteca accoglie i libri, come Maria accoglie il Verbo nel suo grembo.

3. Annunciazione, dipinto a olio e tempera su tavola, attribuito a Leonardo da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519), databile tra il 1472 e il 1475 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Indimenticabile anche l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, che raffigura  la Madonna in un esterno, un giardino che simboleggia l’hortus conclusus: il giardino sigillato che allude alla Verginità,  ma che è anche simbolo dell’uomo che va verso la natura, vuole viverla e osservarla. Si noti il meraviglioso sarcofago che riprende quello scolpito da Andrea Verrocchio; un altro rimando artistico e intellettuale, come spesso avveniva tra maestri. L’angelo inginocchiato è appena giunto, le ali sembrano ancora vibranti. La Madonna non è impaurita e lo guarda con grandissima serenità e tranquillità, un atteggiamento tipico del periodo umanista, l’uomo acquista dignità di fronte all’angelo.

4. Lorenzo Lotto, Annunciazione (Venezia, 1480 – Loreto, 1556/1557) , dipinto a olio su tela databile al 1534 circa, Museo civico Villa Colloredo Mels a Recanati.

Con Lorenzo Lotto riemerge la dimensione della paura, come paura dell’inconoscibile. Lotto rappresenta un angelo piuttosto maldestro, con una corporatura e una gestualità poco armoniose. Egli arriva all’improvviso, facendo spaventare il gatto, così come la Madonna, che mostra la sua sorpresa per questa irruzione e si rivolge verso il pubblico, rendendolo partecipe. Sullo sfondo, alcuni simboli – la candela spenta e la clessidra – alludono alla morte e al tempo che passa, richiamando la conversione, perché il Tempo che è vicino. 

5. Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), Annunciazione, 1609 circa, Musée des Beaux-Arts di Nancy.

Drammatica la rappresentazione di Caravaggio. Siamo all’inizio del Seicento: una Madonna in ginocchio e piegata, con lo sguardo basso, viene raggiunta dall’angelo, che rimane sospeso sopra di lei, dopo aver fatto irruzione nell’intimità della sua casa. Al posto dei libri sacri, un cesto con i panni. E’ una Madonna che porta su di se tutto il peso della carne, dell’umanità, e che sembra oppressa da questa consapevolezza.  

6. Arturo Martini (Treviso, 11 agosto 1889 – Milano, 22 marzo 1947), Annunciazione, Museo del Novecento, Milano.

Nel 1933 Arturo Martini realizza questa enorme Annunciazione, alta più di 3 metri, mettendo in scena una delle “interpretazioni più commoventi e innovative”. L’iconografia dell’Annunciazione prevede l’incontro tra la Madonna e l’angelo, posti in genere uno di fronte all’altro o in relazioni spaziali diverse, ma sempre raffigurati come due entità distinte. Elena Pontiggia ci fa notare che Martini invece rappresenta i due soggetti come un tutt’uno: immagina che dal cielo precipiti un ragazzino che si rovescia sul corpo della Madonna, rimanendovi avvinghiato con la testa in giù. I due corpi creano una forma a spirale che coglie il momento esatto della caduta, mentre il ragazzo-angelo tocca con la mano  il ventre della Vergine, a indicare la concezione. Le figure di annunciante e annunciata si fondono e la Madonna diventa protagonista della scena, in un unico blocco scolpito nella pietra serena.

 

Mostra: Iconografia dell’Annunciazione

E’ aperta fino alla fine di marzo in Galleria Baroni una originale mostra dedicata al tema dell’Annunciazione che raccoglie opere, frammenti decorativi e oggetti d’uso che vanno dal Medioevo ai giorni nostri. Di epoca medievale sono la fibbia da piviale in bronzo dorato del XIII secolo e un frammento ligneo dipinto con l’angelo annunciante dello stesso secolo. Si passa poi a un’Annunciazione a rilievo in legno di quercia di provenienza fiamminga, un frammento decorativo collocabile tra il XV e il XVI secolo, per arrivare al Cinquecento con piccole sculture lignee che rappresentano l’Annunciata.  Particolare è l’iconografia dell’ovale settecentesco (cm 11,5 x 8,5) in avorio inciso che raffigura la Vergine già in trono, con la sedia vuota posta fra lei e l’angelo, il quale al posto del giglio tiene in mano la palma, simbolo del futuro martirio di Gesù. Alcune parti, come il viso della Vergine, sono consunte, segno che si trattava di un oggetto da preghiera. Sempre settecentesco il bassorilievo in terracotta (h cm 47 x larghezza cm 53), un frammento di area emiliano-romagnola, che ritrae Maria sull’inginocchiatoio che si volta verso l’Angelo Annunciante. Si passa poi ai primi del Novecento con un’opera scultorea formata da una coppia di figure – Madonna e Angelo – in ceramica (h cm 35) di Francesco Nonni (Faenza 1885 – 1976), artista poliedrico che fu intagliatore su legno, xilografo, incisore su avorio, pittore, plasticatore e con un bassorilievo in terracotta (h cm 36) di Francesco Wildt (Milano 1868 – 1931).

Completa l’esposizione una selezione di opere di artisti contemporanei a cura della Fondazione CroceviaDaniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini.

L’ingresso è lilbero. Gli orari della galleria sono: da martedì a sabato, dalle 15.30 alle 19.30.

An original exhibition dedicated to the theme of the Annunciation, which collects works, decorative fragments and objects from the Middle Ages to the present day, is open until the end of March in Galleria Baroni. From the Middle Ages are the bronze gilt buckle of the thirteenth century and a wooden fragment painted with the announcing angel of the same century. Then we move on to an embossed Annunciation in oak wood of Flemish origin, a decorative fragment that can be placed between the fifteenth and sixteenth centuries, to arrive at the sixteenth century with small wooden sculptures representing the Annunciata. Particular is the iconography of the 18th-century oval (11.5 x 8.5 cm) in engraved ivory depicting the Virgin already enthroned, with the empty chair placed between her and the angel, who in place of the lily keeps in hand the palm, symbol of the future martyrdom of Jesus. Some parts, like the face of the Virgin, are worn, a sign that it was a prayer object. The terracotta bas-relief (h 47 cm x width 53 cm), a fragment of the Emilia-Romagna area, depicts Maria on the kneeling-head facing the Angel Announcer. The exhibition goes to the early twentieth century with a sculptural work formed by a pair of figures – Madonna and Angel – in ceramic (h 35 cm) by Francesco Nonni (Faenza 1885 – 1976), multifaceted artist who was wood carver, xylograph, engraver on ivory, painter, plasticator and with a terracotta bas-relief (h cm 36) by Francesco Wildt (Milan 1868 – 1931).

The exhibition is completed by a selection of works by contemporary artists organized by the Crocevia Foundation: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano and Omar Galliani, Max Mandel and Michele Ranzini.

The entrance is free. The gallery hours are: from Tuesday to Saturday, from 3.30 to 7.30 pm.

 

Mostra “Presepi d’autore”

Fino al 27 gennaio è possibile vedere una mostra di presepi di grandi maestri nel primo chiostro del Bramante dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, largo Gemelli 1, Milano. Galleria Baroni vi partecipa con l’opera degli artisti Anselmo Bucci  (1887 – 1955) e Francesco Nonni (1885 – 1976): una Natività del 1949, composta dalle tre figure del Bambino, della Madonna e di Giuseppe e da tre angeli in maiolica, decorata in grigio e riflessata. La mostra, al suo terzo anno consecutivo, è un progetto della Fondazione Crocevia. Oltre ai presepi, è esposta una particolare Annunciazione di Arturo Martini (1889 – 1947) in terracotta del 1927, prestito della Galleria Guastalla e le terrecotte dedicate alla storia della salvezza di Marcello Aversa, ceramista famoso per i suoi presepi napoletani. Alcune delle sue opere sono state realizzate appositamente per questa mostra. Nella cappella del Sacro Cuore si possono vedere quattro grandi lavori dedicati alla Natività e ispirati a grandi maestri realizzati dal pittore Piero Vignozzi: l’artista ultraottantenne fiorentino si confronta con i grandi capolavori di Giotto, Sandro Botticelli e Georges de La Tour.

Il fumatore d’oppio

Un’originale opera di gusto orientalista per il soggetto maschile che sostituisce l’abituale soggetto femminile di questo genere di iconografia: una figura distesa su un un letto o un sofà in atteggiamento sensuale. Il dipinto “Fumatore d’oppio” di Luigi Scorrano (Lecce, 1849 – Urbino, 1924) ritrae un giovane ragazzo vestito alla turca, con una tunica e un turbante bianchi, mollemente sdraiato su un letto ricoperto di stoffe a disegni floreali e da una coperta rossa. Ha gli occhi chiusi e sul suo viso è dipinta un’espressione sorridente e soddisfatta, nella mano tiene ancora il bocchino e in primo piano campeggia il narghilé. E’ adagiato su un fianco, in una posa solitamente legata alla figura femminile. Il dipinto, che misura cm 135×210, è firmato e datato 1872.

Pasquale LiottaEsiste un dipinto con soggetto simile del pittore Pasquale Liotta (1850 – 1909) intitolato “L’effetto dell’hashish” del 1875, che si trova al Museo Civico di Castello Ursino di Catania.  Entrambi gli artisti, Scorrano e Liotta, furono allievi di Domenico Morelli (1823 – 1901), direttore dell’Accademia di Napoli, considerato uno dei più importanti artisti napoletani dell’Ottocento. Poiché interessato a sviluppare la moda della pittura orientalista, aveva creato questo soggetto per un gruppo di studenti, fra cui appunto Scorrano e Liotta. Scorrano, che frequentò l’Accademia di Belle Arti di Napoli, era uno degli allievi prediletti di Morelli, che sostituì per due anni (1899 – 1900) durante l’assenza del maestro per motivi di salute. Studiò anche con Eduardo Dalbono (1841 – 1915) e Giuseppe Mancinelli (1813 – 1875). Vinse parecchi concorsi e partecipò a varie mostre, a Napoli, Venezia, Roma, Milano, Livorno, Genova e Ferrara. Il soggetto del dipinto è curioso anche perché Scorrano si dedicò soprattutto a dipinti di genere e di soggetto religioso, ma è evidente che in questo caso egli risentì della moda orientalista dell’epoca. Morì a Urbino, dove insegnò pittura all’istituto di Belle Arti, del quale fu anche direttore.

Chi fosse interessato contatti Galleria Baroni: 333.2804000

The painting “Opium Smoker” by Luigi Scorrano (Lecce 1849 – Urbino, 1924) portrays a young boy dressed in a turkish dress, a tunic and a white turban, lying on a bed covered with floreal ornaments and a red blanket. His eyes are closed and the face has a smiling and satisfied expression. He is still holding the hookah mug in one hand. He is lying on one side, in a sensual pose. The painting, which measures cm 135×210, is signed and dated 1872.

There is a similar painting of Pasquale Liotta, entitled “The Effect of the Hashish” of 1875, located at the Civic Museum of Castello Ursino in Catania. Both artists, Scorrano and Liotta, were students of Domenico Morelli (1823 – 1901) director of the Academy of Naples and one of the most appreciated painter on Napoli in the XIXth century. Scorrano, who attended the Academy of Fine Arts in Naples, was one of Morelli’s favourite students. He also studied with Eduardo Dalbono (1841 – 1915) and Giuseppe Mancinelli (1813 – 1875). He won several competitions and participated in various exhibitions in Naples, Venice, Rome, Milan, Livorno, Genoa and Ferrara. The subject of the painting is also curious because Scorrano was mainly devoted to gender and religious paintings. In this case he was affected by the Orientalist fashion of the time. He was named director of the Institute of the Royal School of Painting in Urbino, where he died in 1926.

Contact Galleria Baroni 333.2804000.

Ulisse interpretato dallo scultore Giuseppe Grandi

IMG_0594 (1)Ulisse in atto di tendere l’arco dello scultore Giuseppe Grandi (1843 – 1894) è l’opera scelta per il manifesto della mostra organizzata alla Galleria di Arte Moderna di Milano (dal 23 marzo al 3 dicembre 2017) “100 anni. Scultura a Milano 1815 – 1915”, dedicata alla storia della scultura milanese dal tardo neoclassicismo all’inizio del Novecento. Una testa di Ulisse dello stesso modello, firmata dallo scultore e dalla Fonderia Battaglia, è di proprietà di Galleria Baroni. La figura intera, appartenente alla GAM, è in gesso (ne è stata prodotta una fusione in bronzo postuma, che si trova al Comune di Milano), la testa di Galleria Baroni in anticorodal, una lega metallica molto resistente. Sul retro si legge a lettere maiuscole la firma G. GRANDI e, accanto, il marchio della Fonderia Artistica Battaglia di Milano, oggi ancora attiva, con alle spalle oltre un secolo di storia in cui ha fuso innumerevoli sculture dei più importanti artisti italiani.

Con l’Ulisse, opera ancora legata all’eroicizzazione romantica del personaggio, Grandi ottenne il premio scultura per la Fondazione Canonica dell’Accademia di Brera nel 1867. L’anno successivo partecipò, vincendo, a un altro concorso per un monumento milanese, quello dedicato a Cesare Beccaria, oggi collocato all’interno del Palazzo di Giustizia. Altra opera importante “custodita” da Milano è il Monumento alle Cinque Giornate, sito al centro dell’omonima piazza: un grande obelisco circondato da cinque figure femminili, simbolo degli episodi accaduti in quegli storici giorni, completata da un leone e da un’aquila, simboli della difesa e della libertà. Anche in questo caso il lavoro gli venne dalla vincita di un concorso (indetto nel 1879 e chiuso nel 1881). La proposta di Grandi era stata l’unica di impostazione scultorea anziché architettonica. Inoltre mostrava un precoce gusto liberty che si sarebbe diffuso negli anni a seguire, sia per la scelta delle figure femminili, sia per l’attenzione naturalistica, quasi portata all’eccesso… fra gli aneddoti curiosi si legge che per riprodurre il leone egli acquistò un animale vero ad Amburgo, portandolo nel grande studio che si era fatto costruire con i finanziamenti derivati dal concorso proprio nella zona dove sarebbe stato eretto il monumento, Porta Vittoria. Il risultato fu un monumento di forte valenza simbolica e anticelebrativa, che afferma il già avvenuto allontanamento di Grandi dalla scultura monumentale convenzionale. La stessa tendenza si nota nei ritratti, sempre più lontani dalla vena storicistica e maggiormente in sintonia con l’ambiente della scapigliatura, con cui egli era in contatto. Altre sue opere a Milano si trovano al Cimitero monumentale, mentre il Duomo conserva due statue: Santa Tecla, collocata nel braccio di croce meridionale, e Sant’Orsola, sul quarto pilone a destra della navata centrale.

Benché molti milanesi non lo sappiano, Giuseppe Grandi è stato un grande scultore della fine dell’Ottocento, maestro di altri artisti, fra cui Adolfo Wildt. Ebbe una forte influenza su tutta la scultura del primo Novecento e gli è stata dedicata una piazza non lontana dal suo monumento più importante.

Per chi fosse interessato alla testa di Ulisse, contatti Galleria Baroni allo 333.2804000.

“Ulisse tending the bow” of the sculptor Giuseppe Grandi (1843 – 1894) is the work chosen for the manifesto of the exhibition organized at the Milan Modern Art Gallery (March 23 to December 3, 2017) “100 years. Milan 1815 – 1915 “, dedicated to the history of Milanese sculpture from late neoclassicism at the beginning of the twentieth century. An Ulysses head of the same model, signed by the sculptor and is owned by Galleria Baroni. The whole figure, belonging to the GAM, is plastered, the Baroni head is in anticorodal, a very resistant metal alloy. On the back, the sign G. GRANDI is written in uppercase letters and, next to it, the trademark of the Fonderia Artica Battaglia of Milan, still active today, with over a century of history in which it has cast countless sculptures of the most important Italian artists.
With Ulisse, still linked to the heroic romanticization of the character, Grandi received the sculpture prize for the Canonica Foundation of the Accademia di Brera in 1867. The following year won another competition for a Milanese monument, that dedicated to Cesare Beccaria, now housed inside the Palace of Justice. Another important work “guarded” by Milan is the Five Day Monument, located at the center of the homonymous square: a large obelisk surrounded by five female figures, a symbol of the episodes that occurred in those historic days, completed by a lion and an eagle , symbols of defense and freedom. In this case too, the work came to him from the winning of a competition (which was announced in 1879 and closed in 1881). Grandi’s proposal was the only one of the sculptural rather than the architectural setting. He also showed an early liberty taste that would spread in the years to come, both for the choice of female figures and for naturalistic attention. The result monument is strong symbolic and anti-celebration, which affirms the departure of Grandi from conventional monumental sculpture. His other works in Milan are at the Monumental Cemetery, while the Duomo maintains two statues: Santa Tecla and Sant’Orsola.
Giuseppe Grandi was a great sculptor of the late nineteenth century, a master of other artists, including Adolfo Wildt and he had a strong influence on the sculpture of the early twentieth century.
For those who are interested in Ulysses’ head, contact Galleria Baroni at 333.2804000.

 

I video dell’incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Pubblichiamo lo storify con i video della serata dedicata alla poetesssa rinascimentale Chiara Matraini, tenutasi il 28 giugno 2017. Introduce il professor Sergio Baroni. Seguono gli interventi dei due autori del romanzo storico “Per seguire la mia stella”, la cui protagonista è questa poetessa lucchese vissuta nel XVI secolo, paragonabile alle grandi poetesse della sua epoca, ma a lungo dimenticata, forse perché né nobile né cortigiana…

Galleria fotografica: Incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Condividiamo dal nostro album pubblicato su Flickr.com le immagini scattate dal fotografo Andrea Satta durante la serata “Cuore e della vanitas nella vita della poetessa rinascimentale Chiara Matraini”, protagonista del romanzo storico “Per seguire la mia stella” edito da Guanda, scritto a due mani da Bosio e Nacci: Album “Incontro con Laura Bosio e Bruno Nacci

Alcune immagini tratte dall’album: