“Non fu mai fatta altra opera con tanta e simile perfezione”, scrisse Giorgio Vasari a proposito della cosiddetta “Cassetta Farnese”, lo scrigno in argento dorato, sbalzato e fuso, impreziosito da smalti e lapislazzuli e da sei cristalli di rocca intagliati che fu donato dal cardinale Alessandro Farnese a Maria d’Aviz di Portogallo per le nozze con il nipote omonimo, Alessandro Farnese, non prelato bensì uomo d’arme e grande condottiero, futuro duca di Parma e Piacenza. Era usanza nelle corti rinascimentali fare dono di questi straordinari oggetti – cofanetti, scrigni, cassette – tutti preziosi contenitori di piccoli manufatti e strumenti di arredo dei palazzi nobili, come cammei, specchi, medaglie, gioielli. Il donatore in questo caso era uno dei più grandi collezionisti e mecenati del suo tempo, noto come “gran cardinale”, nipote di Papa Paolo III, giunto alla dignità cardinalizia a 14 anni, uomo colto e ambizioso, che finanziò grandi opere come la Chiesa del Gesù a Roma e Palazzo Farnese di Caprarola. Questa stupefacente cassetta, che per finezza artistica e maestria tecnica è assimilabile alla celebre Saliera di Benvenuto Cellini, fu realizzata tra il 1543 e il 1561, frutto della collaborazione tra gli argentieri Manno di Bastiano Sbarri, fiorentino allievo del Cellini, Antonio Gentili da Faenza, l’incisore Giovanni Bernardi da Castel Bolognese, amico di Michelangelo, ma ovviamente anche da altri artigiani e artisti, vista la complessità dell’opera. Di impianto architettonico, pesa complessivamente 35 chili, è interamente in argento di particolare purezza e ricoperta da uno strato di oro zecchino, ornata da 25 figure di ispirazione michelangiolesca e scene mitologiche, anche all’interno, da lapislazzuli blu di provenienza afghana e dai sei cristalli di rocca ovali di particolare purezza e trasparenza, che Bernardi incise su disegni di Perin del Vaga. Così la descrive Vasari: “Volendo poi fare il medesimo cardinal Farnese una cassetta d’argento ricchissima, fattone l’opera a Marino orefice fiorentino, che altrove se ne ragionerà, diede a fare a Giovanni tutti i vani de’ cristalli, i quali gli condusse tutti pieni di storie e di marmo di mezzo rilievo; fece le figure d’argento e gli ornamenti tondi con tanta diligenza che non fu mai fatta altra opera con tanta e simile perfezzione. Sono di mano di Giovanni nel corpo di questa cassa intagliate in ovati queste storie con arte maravigliosa: la caccia di Meleagro e del porco Calidonio, le Baccanti et una battaglia navale, e similmente quando Ercole combatte con l’Amazzone, e altre bellissime fantasie del cardinale, che ne fece fare i disegni finiti a Perino del Vaga et a altri maestri.”

Fino al 25 novembre è esposta alle Gallerie d’Italia in piazza Scala a Milano, dopo un lungo restauro che l’ha riportata all’antico splendore. Un’operazione che si è rivelata particolarmente complessa e delicata, perché è stato necessario smontare, ed è stato per la prima volta, ogni elemento della cassetta, tenuto assieme tramite incastri non a vista. Dopo il restauro è stato possibile riassemblare le parti grazie ai numeri e ai simboli incisi da Manno Sbarri su ognuna di esse. Lo “smontaggio” ha permesso di scoprire una serratura segreta attivabile da un minuscolo foro nascosto tra le decorazioni e un documento cartaceo arrotolato in una intercapedine del fondo, datato 1564, che si è rivelato essere semplicemente uno spessore di riempimento e non uno scritto di particolare valore, come supposto in un primo momento.  

Nella stessa occasione è esposto il ritratto del cardinale Alessandro Farnese, opera di Tiziano del 1545.

Dopo l’esposizione alle Gallerie d’Italia, il prezioso scrigno tornerà nella sua sede: la Wunderkammer del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli. Il prestito è un esempio di incontro fra la volontà dei direttori di un museo statale di grande importanza come Capodimonte e di un museo privato e dimostra un cambiamento nelle attività espositive.

 

Sergio Baroni, Livia Negri

 

Gallerie d’Italia, piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano

 



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