Laura Bosio, coautrice assieme a Bruno Nacci del romanzo “Per seguire la mia stella” dedicato alla poetessa Chiara Matraini,  parla del tema del “cuore” in questa letterata del Cinquecento come emerge dalla sua vita e dai suoi scritti. Il tema e il simbolo del cuore accompagnano una tradizione poetico-letteraria rintracciabile in un gruppo di poetesse del Cinquecento, raccontate anche attraverso ritratti dell’epoca: donne straordinarie, assieme a Chiara, per essere riuscite a guadagnarsi stima e rispetto in un ambito ancora di dominio maschile.

L’articolo riproduce l’intervento di Bosio durante la serata “Cuore e vanitas nella vita di una poetessa del Rinascimento”, in un secondo articolo abbiamo pubblicato l’intervento di Nacci sulla vanitas.

chiara matraini sibilla“Uno stampatore veneziano uno dei più importanti del Cinquecento, Gabriel Giolito de’ Ferrari, editore dei teologi e dei letterati più discussi, aveva pubblicato un trattato intitolato La nobiltà delle donne, rimodellato da Ludovico Domenichi sull’opera di un pensatore eretico come Agrippa von Nettescheim (…). Il trattato sosteneva che il sesso femminile era ‘di maggior nobiltà, eccellenza e perfezione rispetto al maschile’. Deprecava che le donne, dal giorno in cui venivano al mondo, fossero sepolte in casa, come se non nascessero che per ago e filo, e che solo a qualche fortunata fosse concesso di dedicarsi agli studi. La donna, argomentava il trattato, era dotata della stessa ragione, mente e parola dell’uomo e tendeva al medesimo fine di beatitudine, risultando più ricca di bellezza divina. Un concetto al quale Bartolomeo non poteva far altro che credere. Secondo il racconto della creazione, l’uomo era opera della natura, sia pure ispirata da Dio, la donna era uno squisito artificio di Dio. Era inaccettabile che alle donne fosse impedito di predicare il verbo del Signore, e inconcepibile che non potessero essere letterate. ‘E se oggi alle donne non fosse vietato d’imparar le lettere? Le più eccellenti di ingegno sarebbero giudicate illustri di chiarissima dottrina’.

Bartolomeo era stato felice quando Ortensio Lando, letterato di qualità, aveva incluso il nome di Chiara Matraini nei Sette libri di cataloghi. ‘Nobile poetessa lucchese’ aveva scritto, nonostante lei non avesse pubblicato un sonetto. Quando le aveva mostrato il libro, orgoglioso e festante, Chiara aveva riso, forse di gioia, o di tenerezza. Bartolomeo non sentiva affatto di essere accecato da una strega cortigiana: sentiva di essere amato da una donna.” (da Per seguire la mia stella, Guanda 2017, pagg. 204-205).

Chiara Matraini, poetessa lucchese, attraversa, con i suoi 89 anni di vita (nasce nel 1515 e muore nel 1604), l’intero Cinquecento, o meglio, il Rinascimento nel periodo della crisi, quando forse ha dato i risultati artistici più importanti.

Chiara cresce in una città discosta ma ricca e potente come Lucca, figlia di tessitori agiati caduti in disgrazia quando lei è giovanissima. Con altre famiglie borghesi, i Matraini si fanno infatti promotori di una rivolta, chiamata “degli straccioni”, che cerca di contendere ai nobili il governo della città. La rivolta fallisce e i Matraini vanno incontro a un terribile destino: un fratello di Chiara viene decapitato, mentre un altro fratello, da lei molto amato, è lasciato morire in un fondo di torre. Altri parenti devono ricorrere all’esilio. Ma non basta. Siamo nel 1531 e Chiara, in pieno tumulto, è data in moglie al figlio di altri agiatissimi mercanti, i Cantarini, ritrovandosi nella casa non solo di un uomo che non ha scelto, ma dei traditori della rivolta, tra cui un cugino del marito, certo Giuliano Cantarini, personaggio assai controverso e losco.

Vincenzo, il marito di Chiara, muore quando lei ha ventotto anni, lasciandola con un figlio, Federigo, e lei, anziché trasferirsi, come era costume, nel palazzo della famiglia d’origine, peraltro ormai smembrata, va a vivere con il bambino in una casa in Corteorlandini, di fronte a una chiesa conosciuta a Lucca come Santa Maria Nera, mentre il palazzo dei Matraini, curioso dettaglio, si trovava accanto a un’altra chiesa dedicata a Santa Maria, Santa Maria Forisportam, conosciuta a Lucca come Santa Maria Bianca.

Nella nuova casa, dove finalmente si sente liberata, Chiara dà scandalo. Seguendo le proprie passioni letterarie e artistiche, ospita poeti, pittori, letterati, cantando e suonando liuto e spinetta, conducendo la vita autonoma che le donne a quell’epoca non potevano né osavano fare. E presto viene bollata da un libello in cui è definita la peggiore delle cortigiane, tanto che è costretta a lasciare la città.

Avendo a disposizione poche linee della vita di Chiara, ricostruite dalla studiosa Giovanna Rabitti, noi abbiamo immaginato che fosse andata a stare nella casa di Matraia, il borgo a una decina chilometri da Lucca da cui la sua famiglia proveniva.

A Matraia però, nella nostra ricostruzione, Chiara non si trasferisce da sola: al suo fianco lei c’è l’amante con cui ha dato scandalo, Bartolomeo Graziani, sposato con la figlia di un letterato illustre, Gherardo Sergiusti, che nel nostro libro è diventato un personaggio di rilievo. Il figlio Federigo, per volontà e con prepotenza dei Cantarini, le è stato tolto.

E lì, lontana dalle chiacchiere malevole della città, insieme all’uomo che ama, noi le abbiamo dato dodici anni di vita felice, finché lui, per ragioni misteriose, non viene assassinato.

Un anno dopo la morte di Bartolomeo, nel 1555, Chiara pubblica il suo primo libro di Rime, presso uno stampatore-editore lucchese, Vincenzo Busdraghi, di cui abbiamo fatto un altro personaggio.

La sua vita torna a essere complessa, difficile, anche nei rapporti con Federigo: è testimoniato in un carteggio il contenzioso legale avuto con il figlio per la dote portata ai Cantarini al momento delle nozze. Chiara è costretta ad allontanarsi un’altra volta dalla sua città, andando ancora più lontano. Noi abbiamo immaginato che sia andata a Genova, sulla base di un carteggio con una nobildonna genovese che le era amica.

Nel romanzo, oltre a Lucca, ci sono altre città: c’è Venezia, dove Chiara va a trovare lo stampatore Giolito de’ Ferrari, l’editore in Italia, tra l’altro, di Erasmo da Rotterdam; c’è, appunto, Genova, dove secondo noi si trattiene per un paio di anni; è c’è Napoli, con cui ha rapporti indiretti attraverso un importante libraio, Marc’Antonio Passero, vicino allo straordinario gruppo di poetesse che nel Rinascimento acquistano importanza, essendo riconosciute dai grandi letterati e artisti dell’epoca, fatto crediamo irripetibile.

Queste poetesse erano per lo più nobildonne o cortigiane di rango, le sole condizioni che allora permettevano alle donne una vita pubblica di letterate. Chiara, a differenza delle altre, è una borghese, ma riesce ugualmente a ricavarsi uno spazio. Compie studi classici, che alle borghesi come lei non erano consentiti o comunque non erano d’abitudine: la sua ambiziosa famiglia le aveva permesso di studiare forse per metterla al passo dei figli di quella nobiltà lucchese che aveva sperato di contrastare. In ogni caso Chiara, forte di questi studi e della passione letteraria che piano piano coltiva, ottiene di essere pubblicata con il proprio nome e di essere considerata dai letterati del tempo una poetessa di valore tra le altre poetesse del periodo.

La prima e la più importante di queste poetesse, forse il modello delle altre, è

vittoria colonnaVittoria Colonna,

amica di Michelangelo, che l’aveva definita “un uomo in una donna, anzi un dio” e che l’aveva salutata sulla tomba dicendo che era morto “un grande amico”. Vittoria proveniva dalla famiglia dei Colonna, alleati dei D’Avalos, una delle casate più in vista del regno di Napoli, titolare di numerosi feudi tra cui i marchesati di Pescara e Vasto. E proprio questa alleanza favorisce il matrimonio di Vittoria con Ferrante D’Avalos, a cui va in sposa nel 1509. Alla morte del marito – in una battaglia cruciale di cui parliamo nel romanzo, la battaglia di Pavia del 1525 che, insieme al sacco, di Roma del 1527 in qualche maniera chiude il Rinascimento – Vittoria si ritira in convento. Lì stringe amicizia con alcuni dei più grandi predicatori, ereticali, del periodo, come Juan de Valdés e soprattutto Bernardino Ochino, che è un personaggio anche del nostro romanzo. Bernardino Ochino, alla base del movimento degli “spiritualisti” di Vittoria Colonna con Michelangelo e l’interessante cardinale Reginald Pole, predicava a Lucca nel momento in cui Chiara vi viveva e lei aveva avuto probabilmente la possibilità di ascoltarlo. Del vento di Riforma che investe il periodo sono del resto visibili tracce nelle lettere di Chiara, così come nel suo percorso poetico. Vittoria Colonna, poi, era andata a Lucca proprio per ascoltare Ochino, e noi abbiamo immaginato che Chiara l’avesse vista nella folla. Le poesie di Vittoria Colonna, dopo la morte accusata di eresia, avevano inaugurato una modalità nuova all’interno della poesia petrarchista, di cui Chiara è parte: non si trattava più soltanto di trasfigurazione dei sentimenti, secondo il canone, ma di una restituzione più esplicita. In un verso di Vittoria Colonna si legge: “scrivo sol per sfogar l’interna doglia / che al cor mandar le luci al mondo sole”.

È un tratto che caratterizza tutte le poetesse del gruppo di cui stiamo parlando. Anche nelle Rime di Chiara, pur nella trasfigurazione petrarchista, è rintracciabile la sua vita, la morte del suo amante, ad esempio, grande cesura. Potremmo dire, seguendo il filo della nostra conversazione, che è presente il cuore…

Altra poetessa di prim’ordine è

Veronica Franco,

avviata al mestiere di cortigiana dalla madre. Una cortigiana “honesta”, termine con cui si identificava un tipo preciso, diversa dalle “cortigiane di lume” che a Venezia, dove Veronicaveronicafranco2 viveva, praticavano vicino a Rialto. In un catalogo è elencata fra le cortigiane più onorate della città (tra i suoi clienti aveva Enrico III di Francia). Veronica viene sottoposta all’Inquisizione, accusata di fare incantesimi. Scrive di donne indifese, di disuguaglianza, in un linguaggio fortemente erotico, sempre all’interno della modalità petrarchista. Tra i testi che ha scritto citiamo un passaggio significativo: “Se siamo amate o addestrate, siamo in grado di convincere gli uomini di avere mani, piedi e un cuore come il loro”.

Uno spazio importante occupa

Tullia d’Aragona,

anche lei figlia di una cortigiana e, secondo quanto lei stessa diceva, di Luigi d’Aragona, cardinale e nipote di un re di Napoli. Tullia vive a Roma tra tullia-okil 1510 e il 1556, in una casa frequentata da letterati. Autrice di dialoghi d’amore, è una donna colta che porta nei suoi versi un punto di vista femminile originale, apprezzato tra gli altri da un poeta come l’Aretino. Le sue rime sono dedicate a un’altra grande donna del periodo, Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I e sua protettrice. Da rilevare il sonetto scritto contro Bernardino Ochino, il predicatore amato da Vittoria Colonna, che aveva condannato “mascherate, musica e ballo”, arti in cui lei eccelleva e che rappresentavano la rivendicazione di una possibilità di espressione. Un sonetto che certamente non fa giustizia del pensiero di Ochino e delle sue riflessioni sul libero arbitrio, ma comunque interessante. Ecco un esempio del pensiero e della qualità poetica di Tullia: “Io per me credo che la bellezza sia la madre di tutti gli amori”.

Altra donna grandiosa è

Gaspara Stampa,

che nasce a Padova, vive a Venezia, conduce una vita spregiudicata, elegante e libera. Ha una sorella cantante, un fratello poeta, un padre commerciante di gioielli che muore quando lei è ancora giovane. Cortigiana di alto rango, vive un amore intenso con il conte Collaltino di Collalto, uomo d’armi e di lettere a cui rimane legata per tre anni e al quale dedica quasi tutte le sue 311 rime. “Arsi, piansi, cantai / piango, ardo, canto” scrive Gasparina, un sentimento d’amore confessato. C’è un forte elemento biografico, quasi di diario, nelle sue poesie, che per quei tempi appariva un limite e che invece costituisce la sua eccentricità rispetto alla cultura del tempo. Non possiamo non ricordare, a proposito di cuore, questi versi di un suo madrigale: “Il cor verrebbe teco / nel tuo partir, signore, / s’egli fosse più meco, / poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore.”

Chiara-Matraini-1515-1604chiara vecchiaMa torniamo a Chiara Matraini. Nelle linee della vita a nostra disposizione, un dato ci ha colpito: la sua forza e il suo coraggio (lei stessa definisce “aspri” i suoi versi); forza e coraggio testimoniati anche dai ritratti che compaiono sulle copertine dei suoi libri. Nella prima raccolta, del 1555, avrebbe potuto farsi trasfigurare, secondo l’abitudine del tempo, in una donna più bella, anziché mostrarsi già donna quarantenne quale era. Ancora più singolare è il ritratto che appare nella seconda raccolta, pubblicata a distanza di circa quarant’anni, in cui è palesemente una donna brutta. Chiara non vuole farsi vedere diversa da come è e questa è la sua bellezza, è la sua straordinaria grandezza, la sua volontà di affermare qualcosa al di là della convenzione. Di questo personaggio noi ci siamo appassionati, innamorati. Ecco alcuni versi (le sue rime sono riunite all’interno di un “canzoniere” simile a quello di Petrarca). “Fur le reti amorose il dolce canto” scrive in una delle poesie iniziali, e poi, quando incombe la lontananza dell’amato: “inimica crudel d’ogni mia pace, / ombra, imago di morte, che m’ascondi / i più bei chiari lumi, i più giocondi”. In uno dei primi sonetti leggiamo: “Con giusta meta il sol librava intorno / al secondo equinozio e ’l tempo e l’ora / già dell’ugual bilance uscivan fora / per fare al novo dì lieto ritorno, / quando Amor diemmi assalto / e al bel soggiorno destommmi, / a contemplar l’ardente aurora…”, mentre nel madrigale della cesura, quando Bartolomeo viene assassinato: “Smarrissi il cor, ghiacciossi il sangue…”

Anche il titolo che abbiamo scelto per il romanzo proviene da un suo verso, l’incipit di una poesia tarda, della seconda raccolta: “Se per voler seguire la stella mia”, con tutto quello che ne consegue, vale a dire una vita complessa che le ha creato difficoltà non solo nella vita terrena, ma anche in quella spirituale, alla quale alla fine dei giorni cerca di ricondursi. Questa è una delle ragioni per cui Chiara, alla sua morte nel 1604, viene considerata una poetessa vicina alla Controriforma, il che non appare assolutamente vero, né dalle rime né dalle lettere. Si tratta piuttosto di un ripiegamento del cuore in senso spirituale, o forse di una più alta consapevolezza di sé, alla quale anche noi abbiamo dato voce nell’ultimo capitolo del romanzo. È certo che, a differenza delle altre poetesse di cui abbiamo parlato, Chiara viene dimenticata, forse perché viveva a Lucca, città più discosta delle altre grandi città rinascimentali, o forse perché il tempo e l’oblio si portano inevitabilmente con sé vite e opere.

Solo a metà Novecento Chiara Matraini viene riportata in luce da Luigi Baldacci, che le dedica un saggio su Paragone. Pagine importanti, seguite da quelle che sempre Baldacci le dedica nella sua antologia Lirici del Cinquecento, dandole molto spazio, anche più di quello che riserva a Vittoria Colonna. Giovanna Rabitti, mancata prematuramente, ha successivamente curato l’edizione critica delle sue Rime, di cui esiste la cinquecentina nella biblioteca di Lucca. Giovanna Rabitti ha poi studiato le lettere di Chiara, fatto ricerche sulla sua vita, offrendoci le tracce che ci sono servite da guida. Il resto lo abbiamo immaginato, sulla base dei documenti che abbiamo rintracciato, fra cui i materiali di studio raccolti dall’italianista Daniela Marcheschi, originaria di Lucca, in un libro che tre anni fa ci ha dato con la convinzione che questo personaggio potesse interessarci: un personaggio che meritava di essere riscoperto e studiato. È quello che abbiamo cercato di fare, riportando in luce Chiara Matraini come gli appassionati e gli scrittori che siamo. E insieme a lei il suo cuore grande, che continua a parlarci.

Qui il video con la relazione di Laura Bosio in occasione della serata “Cuore e Vanitas in una poetessa del Rinascimento”.

 

 


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