“Cuore, Passione, Scarnificazione” in Teresa d’Avila

andrea_satta_baroni_064“Che cosa insegna che cosa annuncia Teresa d’Avila?” esordisce Giuliana Kantzà, psicoanalista e membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, nel secondo appuntamento per il ciclo di conferenze legate ai temi della mostra “Cuore e Vanitas” di Galleria Baroni; e così continua: “ I pochissimi accenni che ne fa Lacan sono stati decisivi e mi hanno aiutato ad avvicinarla: ‘Teresa del godimento’, ‘una rude scopatrice’ la chiama Lacan. E questi termini così forti mi hanno accompagnata e mi hanno consentito di potermi fermare sul suo linguaggio, che è stato definito ‘un esilio semantico’, perché Teresa scrive ed e-scrive fuori dal suo scritto. Certe sue frasi sono rimaste memorabili, come Signore dammi la grazia di sopportare il godimento che mi dai. “

Teresa e la struttura femminile secondo Lacan

“Teresa è stata per Lacan una figura di riferimento nella costruzione e nell’elaborazione della struttura femminile: Lacan affermava che le donne rispetto al godimento ne hanno Bernini-Santa-Teresadi più dell’uomo, perché sono più vicine sull’asse dell’essere rispetto agli uomini, che sono più vicini all’asse dell’avere. Questa questione dell’essere pone la struttura femminile in una posizione di maggiore apertura rispetto all’amore e rispetto al godimento. Teresa viene chiamata in causa su questi due punti essenziali: amore e godimento, che per Lacan sono specificatamente femminili. Non vuol dire che sul versante maschile non vi siano, ma l’uomo rimane inchiodato al versante dall’avere che ne limita il godimento, perché rimane sul versante del prestigio dell’avere, del prestigio della posizione, del prestigio della ricchezza, del prestigio fallico: il fallo come portatore di una potenza o comunque di quelle che nella nostra società rimangono rappresentazioni di potere. In passato una donna rimaneva meno succube rispetto a questa posizione. Oggi le cose si vanno un po’ complicando, perché si pensa che una donna ponendosi nella posizione dell’essere sia meno rispetto a un uomo, mentre invece è proprio il contrario: ponendosi in questa posizione dell’essere, la posizione della donna aumenta di importanza e di valore. E soprattutto si apre alla possibilità di amare, che è la vera ricchezza che Teresa insegna.”

Linguaggio e corpo

“Il linguaggio di Teresa è scabro, essenziale, pulito, rigorosissimo e straordinario perché dice al di là di ciò che dice. Ci sono dei colloqui che lei ha fatto con San Giovanni della Croce che sono straordinari. Si racconta che dopo questi colloqui Teresa e Giovanni dovevano aggrapparsi alle sbarre dei parlatori, perché volavano via rapiti dal godimento del linguaggio del Signore. Teresa richiederebbe di parlare proprio della struttura femminile e della scrittura femminile, temi che ritengo essenziali in questo momento. La nostra vita è complicata dal fatto che noi abbiamo il linguaggio che ci costringe a domandarci, a interrogarci. Siamo stretti nel linguaggio: la prima difficoltà è il fatto di avere un corpo che non riusciamo a ridurre a linguaggio. Il nostro corpo va per conto suo, ci parla ma spesso ci parla spesso attraverso sintomi di malattia, di malessere, di disagio che noi non sappiamo tradurre. Il linguaggio del corpo è spesso in antitesi con il linguaggio della parola, che tende a ridurre la portata del corpo. Oggi abbiamo una raffigurazione del corpo ornata, vezzeggiata, una raffigurazione che è come se fosse la perdita contemporanea di questo peso e di questa bellezza del corpo. Non si è padroni del proprio corpo e anche qui Teresa insegna molto. Lei era molto bella e quando fra Giovanni della Miseria la ritrasse a Siviglia, lei viveva un periodo difficilissimo, ma pur recalcitrante, si forzò di rimanere ferma per farsi ritrarre e quando il quadro fu finito, disse ‘mi hai fatta stare ferma e poi mi hai fatto brutta e con gli occhi cisposi’. Teresa aveva una capacità straordinaria di parlare con il Signore come solo le mistiche lo sanno fare e va sottolineato che, mentre ci sono tantissime mistiche, abbiamo pochi mistici. Perché è questo versante dell’essere che permette alle donne di dire l’amore. “

Decostruzione, smarrimento, angoscia, salvezza

Con le parole dei poeti vi è il tentativo di ricercare una forza che oggi sembra perduta, perché il nostro contemporaneo è molto segnato da una decostruzione del padre. Ed è soprattutto questa decostruzione del padre che porta a uno smarrimento generalizzato. Bisogna cercare di lavorare questa difficoltà del periodo in cui viviamo, soprattutto considerando che ciascuno di noi fa parte di quello che noi stiamo vivendo. Per poter citare una speranza di salvezza bisogna che cerchiamo di ricreare un legame sociale, è l’unica possibilità di salvezza che noi abbiamo e dobbiamo cercare di ricostruirlo, cercando una soluzione nuova e alternativa. Voglio ricordare il libro di Anna Harendt “La banalità del male”, in cui la Harendt scriveva che ci saremmo trovati di fronte a un mondo in cui non ci sarebbero più stati cittadini ma umanità superflua; quell’umanità che sarebbe stata sovvenzionata dalle casse statali, ma che non avrebbe mai stabilito una vera azione con l’altro, un legame sociale e politico, che è l’unica cosa che possa farci uscire da questo mare grigio. E questo lo dobbiamo fare attraverso il linguaggio dell’arte, aprendoci anche alle incertezze. Tra gli insegnamenti più forti di Teresa c’è quello dell’angoscia e Teresa dice che per quanto abbia avuto malattie gravissime e che dal giudizio dei medici sia stata più volte in punto di morte, non ha mai provato un dolore così grande come quando ha provato gli attacchi di angoscia, che sono quando dentro di lei c’è il vuoto. Il vuoto le produce un’angoscia insopportabile, intollerabile. Lei però a noi insegna di non sfuggire al dolore e alla sofferenza. Cerchiamo di patirlo come soggetti, di attraversarlo, pensando che l’angoscia è anche il deserto, certo doloroso, ma che ci porta verso una sorgente d’acqua che ci aspetta. Però quel dolore lo dobbiamo attraversare. La passione e la morte sono indicazione di questo percorso, perché tra la passione e la morte c’è come l’atto della vita. Questi due momenti ne rappresentano l’inizio e la fine. In mezzo c’è la possibilità di vita, di amare, di godere, di potersela giocare e non di farla passare come acqua che scorre, di trovarci un senso. Perché oggi è difficilissimo: è come se le nostre pretese aumentassero ogni giorno, spostando il punto del godimento.

tersa fra angoscia e godimento

Giuliana Kantzà

Psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. Ha insegnato Storia della Psichiatria presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e Psicopatologia e Psicoanalisi presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. Attualmente è docente all’Istituto Freudiano, Sezione di Milano. Ha pubblicato diversi testi, fra cui Althusser. Storia di un uxoricidio (1994); Passione dell’amore, passione dell’odio (1999); Il Nome-del-Padre nella psicoanalisi Freud Jung Lacan (2008); Tre donne e una domanda: Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein (2012). Vive e lavora a Milano.

Ha scritto “Teresa fra angoscia e godimento”, che così presenta: “Teresa deposita nei suoi scritti straordinari il desiderio che la anima, su cui mai non cede, anche nella strettezza dell’angoscia. Anzi è proprio attraverso questo duro percorso che arriva al nodo desiderio-amore-godimento. Figura esemplare, costituisce una traccia di lavoro per le donne del nostro tempo, un tempo in cui il coraggio è necessario.”

Cuore e Vanitas: intervista “immaginaria” a Luigi Ademollo

Pubblichiamo il contributo della dottoressa Egle Radogna sulla mostra “Cuore e Vanitas”. Studiosa del pittore e affrescatore Luigi Ademollo, Radogna ha tenuto una conferenza in Galleria Baroni in occasione della mostra L’affresco neoclassico nell’interpretazione creativa di Luigi Ademollo del 2015 e la mostra dedicata ai simboli di amore (cuore) e morte (teschio-vanitas) le ha ispirato un’ipotetica intervista all’artista neoclassico che pubblichiamo con piacere, ringraziandola per il suo apporto culturale.

ark1Poiché la mostra “Cuore e Vanitas” espone un argomento appagante dal punto di vista artistico, ma al contempo assai introspettivo, e con un fil rouge vi unisce un carattere più intimo e privato, questo scritto sarà metaletterario. Cuore e Vanitas formano in primis un dualismo da leggersi sotto un contesto tradizionale e quindi che investe l’icona e l’opera di significati morali, etici, religiosi, filosofico-letterari. In secundis, Cuore e Vanitas sono due elementi ancora oggi assolutamente primari dell’essere umano ed anche manifestatamente in contrasto nella realtà contemporanea. Uno spazio fisico e digitale che ci vuole costantemente pronta icona di noi stessi ma ci lascia riflettere poco sulla nostra precarietà e fluidità esistenziale ed emotiva. Temi di cui ad esempio ha scritto il filosofo e teorico, recentemente scomparso, Zygmunt Bauman (1925 – 2017) tacciando la nostra società come “liquida”. Spazio e comunicazione sono stati la “professione” delle arti maggiori e minori da sempre; passando dall’icona, dalla favola al racconto, al topos letterario. Valori che “l’era della riproducibilità tecnica” descritta da Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936) e contestualizzata negli studi di Ferdinando Bologna (Dalle arti minori all’industrial design. Storia di una ideologia, 1972) ha oggi in parte devoluto al concetto di “brand”. L’immagine si presta oggi a una “esperienza edonistico-consumista”, smacchiando da valenze simboliche delle icone mentali assolute quali ad esempio sono l’amore – cuore / la morte – teschio. Il primo binomio, massimizzatore dell’idea di congiunzione carnale, il secondo che porta il concetto ai minimi termini e potremmo dire “lo riduce all’osso”. Entro la conclusione dell’epoca moderna e della prima epoca contemporanea, Cuore e Vanitas sono state metronomo artistico ed estetico poi. Se oggi le immagini di pulsioni e terrorismi geodiffusi scorrono incessanti in quella dimensione senza soluzione di continuità definita da Bauman “società liquida”, lo fanno tramite un’esperienza percettiva elettronica e virtuale. Lo fanno confondendosi l’una nell’altra, in un trapasso di contenuti mortale per la sensibilità umana, per la sopravvivenza di una qualche forma di pìetas contemporanea. Cito come lettura necessaria  a questo tema il profondo saggio di James Hillmann, Un terribile amore per la guerra (2004). Quello che le immagini di oggi ci costringono a guardare è effettivamente un enorme impasto amorfo e policromatico di linguaggi audiovisivi contrastanti: dove il corpo è oggetto mediatico nella sua forma di desiderio e di martirio, amore e morte. Lusso e povertà. Nel passato, questo messaggio scorreva più lento in virtù della sua forza analogica e materica. Forse più statico nei panorami di affreschi, quadrerie e gallerie private, gruppi scultorei, intarsi, intagli, stampe, ma con un appiglio decisamente più epidermico nella società. Ecco che vorrei portare la mia esperienza di come Cuore e Vanitas siano stati fulcri presenti, e tutt’altro che discostati dal loro significato originario, nel processo di indagine del mio dottorato di ricerca in Storia dell’arte.  La ricerca non prevede dunque il solo momento dell’incontro con il testo, la fonte cercata, poi studiata, appresa e rielaborata in un testo. Vi sono momenti di grande introspezione, di profonda analisi e riesame di coscienza personale e di riflesso sulla ipotetica coscienza, personalità, valori, rapporti, pensieri, convinzioni intuite dall’approccio filologico e storico con la figura artistica indagata. La storia dell’arte appaga quanto di più autentico abbia una persona: l’estetica, ossia il meccanismo di percezione della realtà, dal greco “aistànomai”. Tre anni alla “ricerca del tempo perduto” di Luigi Ademollo (1764 – 1849), artista neoclassico. Strenuo e convinto esaltatore dei corroboranti valori del mondo arcaico e stoico, da lui impiegati ad uso e consumo di una realtà storica complessa. Seppe tenere in mano il pennello durante l’arco di molti stravolgimenti politici tra la fine delle monarchie assolute, le parabole imperial napoleoniche, la calma prima della tempesta che fu la Restaurazione e il Congresso di Metternich nel 1814 – 1815, e infine le insurrezioni dei moti risorgimentali, che però non vide. Vi propongo perciò un lavoro di estrazione quasi maieutica, filosofica, nell’immaginare un possibile dialogo attuale con Luigi Ademollo. Un’impossibile ma plausibile intervista, basata sulle fonti storiche certe di un canovaccio reale e sulla relazione privilegiata che uno studioso incontra con l’oggetto dei propri studi. Laddove lo studio intenso e duraturo portano a conoscere l’artista per la via della Vanitas, le opere, la corrente artistica, i luoghi, le personalità della sua fama esteriore lo conducono lentamente ma inesorabilmente alla scoperta dell’uomo, e dunque del Cuore.

Intervistatore (I): “Luigi Adamolli, detto per lo più Ademollo, nativo di Milano, figlio d’Antonio Adamolli e di Marina Medici, nacque circa il 1765″..conferma?

Ademollo (A): Innanzitutto vorrei correggere il dato sulla nascita perchè sono nato nel 1764, ma sa, qualche errore capita nelle ultime revisioni degli scritti..

I: Ecco, signor Luigi, come mai ha voluto scrivere come li chiama Lei…i suoi “Cenni biografici”? Molti suoi colleghi hanno preferito elogi funebri in Accademia, o occasioni ufficiali e hanno pubblicato in vita le loro biografie. Lei ha preferito lasciare ai posteri le sue memorie senza pubblicarle. Può spiegarci questa scelta?

A : Non è stata una scelta ponderata, a  dire il vero, ma dettata dalla difficoltà politica ed economica del momento, e che tutta la vita mi ha accompagnato. Non pochi sono stati i miei tentativi di emergere in società, tra Milano, Roma e Firenze le grandi città dei miei successi e maggiori insegnamenti. Voi oggi definite gli uomini di successo con un termine anglofono..”self made man”. Perciò le rispondo che volevo semplicemente raccontarmi, per l’uomo e l’artista che sono stato, sfogare qualche rimpianto, amarezza o congiunzione astrale sbagliata.

I: In effetti, la strada per la sua affermazione di accademico non è stata facile. Riassumo brevemente per chi non la conoscesse..ha vissuto in affido dagli zii e lavorato fin da piccolo in bottega, per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Milano a Brera. Sa che l’Accademia è ancora in attività, come moltissime altre, direi quasi tutte le accademie scientifiche e artistiche italiane sorte in età moderna?

A: Sì, sono stato informato e la cosa desta in me un grandissimo piacere e somma soddisfazione. Bossi, mio collega che ne fu poi direttore sarebbe pure lietissimo. Sì, Brera è stata la mia grande occasione ma non dimentichi il mio apprendistato teatrale…come scenografo. Vede, l’arte e lo spettacolo di oggi devono tutto al Teatro scenico, e con Rodriguez è stato faticoso ma anche molto appagante. Il Cuore, ossia l’amore e passione per questo mestiere, nei giovani nasceva così, giorno per giorno al fianco di grandi maestri, di ore chini a copiare i grandi capolavori del passato, in Accademia come nelle bellissime giornate romane..e vedo che Roma è ancora il grande sogno per gli artisti vostri.

I: Sì, signor Luigi ha ragione, Roma è cambiata ma il teatro ed il cinema poi, un’invenzione che per poco lei non ha potuto conoscere..l’hanno resa ancora più amata. Voi pittori avreste amato molto i film, tanti quadri in sequenza, un ciclo di scene dipinte che si muovono una dopo l’altra. Solo che invece di essere dipinte sono vere, sono la realtà!

A: Stupefacente! Incredibile” Giammai avrei immaginato si potesse l’uomo inventare un simile macchinario di fantasia! Ai miei tempi, la pompa, il trionfo, la finzione e l’artifizio erano condotte nel teatro e qualche volta in piazza o antistanti le chiese dove abbiamo costruito grandi raffigurazioni pei’ nostri sovrani. Celebrazioni, incoronazioni, funerali, presagi di speranza, di vita, di futuro, di gloria o di morte! …Il potere rappresentato sempre a fianco del suo ineluttabile tramonto e del senso di Vanitas.

I: Quasi un concetto filosofico il suo. La so infatti permeato di cultura classica e amante della storia antica, è così?

A: Sì, l’Antico è stato il mio grande amore artistico, come per molti giovani della mia generazione, un sentimento che voi avete chiamato “Neoclassicismo”. Ma vede? Ogni epoca cerca questo confronto con il passato che con il tempo acquista “misura” di sè stesso e si fa classico, compreso, storicizzato, rielaborato. Sono sicuro che tornerà questa esigenza perché l’uomo continuerà ad esprimere arte. Come ho detto più volte in Accademia a Firenze..” s’ha da esser del proprio tempo”.

I: Veniamo ai suoi luoghi del cuore..Milano l’ha vista nascere, ma i suoi studi sono stati tra Roma e la Toscana.

A: Sì, devo molto a Milano ai signori intarsiatori Gerli, agli studi di Accademia con il professore di Ornato Giocondo Albertolli, dai quali ho appreso le basi del mio mestiere di pittore e decoratore. Roma è stata molto importante, ho avuto amicizie a cui tengo sovra ogni cosa come l’esimio scultore Antonio Canova, la cui fama ho ben visto è viva ancora tra voi! Firenze, Siena, Arezzo, sono state ognuna casa mia nel corso degli anni: Luigi Ademollo “pittore milanese” mi chiamavano, e col tempo mi hanno apprezzato e tenuto da conto. Primo fra tutti il Granduca Ferdinando III, mio mecenate. Credette subito nelle mie capacità, tanto da affidarmi vari lavori di pittura nella Reggia di Pitti. Sono ancora lì e sono commosso per questo.

I: Se le dico Vanitas, a cosa pensa?

A: Penso sicuramente alle disgrazie della vita, personali, economiche, politiche. Ce ne sono state tante come ho scritto” dalle vicende dei francesi”, dal 1789, con “scarsità delle occasioni in quei tempi travagliati”.

I: Eppure la sua grande passione, vitalità artistica e abilità è stata richiesta anche da Napoleone in persona, non ne fu lusingato?

A:  L’arte come lei ben sa, è affar molto politico, e non potevo acciò tirarmi indietro. Ma in cuor mio mai ho tradito la mia fede verso il Granduca, e come ho scritto nella mia autobiografia “Luigi tirò tanto in lungo il suo lavoro che finalmente venne la sospirata tornata di Ferdinando”.

I: Leggiamo ancora dalla sua avvincente parentesi umana ed artistica come il piatto della bilancia penda verso la Vanitas quando di sè scrive:

“Luigi ha fatto un succinto del suo operare in pittura, ma non intende di entrare nelle proprie vicende, o buone, o cattive. Quello che di lui si può dire è che la vita sua si è menata nei tempi i più ripieni di guai, di rivoluzioni, di guerre…”.

..già gli si prometteva impieghi da persone distinte, ma cambiate vicende e persone, tutto sparì.”

A: Ho messo sicuramente tutto me stesso nella riuscita del mio lavoro, rimediando non sempre successi e dopo la mia morte lungo oblio e ringrazio i molti storici che vi hanno posto rimedio. Ho avuto cuore nel fare con dedizione il mio mestiere, di farmi un avvenire ma anche una famiglia, di dipingere per chiese e conventi senza esser retribuito ma solo perchè credevo nel messaggio di fede che stavo portando con le mie illustrazioni.

Ho cercato negli esempi morali dei grandi uomini greci e latini figure necessarie alla politica del mio presente.

I: Noi la ringraziamo per questo incontro, e del Cuore che ci ha mostrato, ricordando con le parole finali dei suoi Cenni biografici l’ardore del suo temperamento:

“..e così vedde egli che il cielo non gli volse dare tali riposi, traendo da questo avviso che conviene lavorare finché si regge”.

Egle Radogna

1. Gli estratti in corsivo provengono dalla autobiografia dell’artista  “Cenni biografici del pittore Luigi Ademollo scritti da lui stesso” comparsa in puntate nel 1851 sulla testata fiorentina “L’arte, giornale letterario, artistico, teatrale”. Il testo fu pubblicato in versione integrale da Gian Lorenzo Mellini nel 1974 e nel 1992.