Dante, Amore ed Eros

In occasione della mostra “Frammenti danteschi” Galleria Baroni rende omaggio alla psicoanalista junghiana Adriana Mazzarella, sensibile interprete di Dante. E lo fa trattando il tema dell’amore, con una lettura del canto V dell’Inferno che intreccia psicanalisi, letteratura e riflessioni sul ruolo del femminile nella società odierna.

“Profondo conoscitore dell’uomo e della radice psicologica dei suoi comportamenti, Dante è un maestro di vita sempre attuale. Le ‘secrete cose’ che ci ha trasmesso con la sua poesia sono emerse più chiaramente negli anni recenti con la scoperta della psicologia dell’inconscio. Naturalmente il poeta si esprime con il linguaggio e le immagini del suo tempo. Tuttavia le realtà della psiche con le quali ci mette in contatto sono talmente archetipiche da essere valide ancora oggi. (da “Alla ricerca di Beatrice” di Adriana Mazzarella, Edra Editore, Milano 1991, 2006, 2015).

timthumbE’ il libro di Adriana Mazzarella, un’autorità in campo psicanalitico junghiano e soprattutto persona amata e stimata per la sua carica umana, il seme da cui è nato un progetto condiviso dalle figlie Paola e Renata, dalla collega Rosa Napoliello, dallo scrittore dantista Alberto Cristofori e dal professor Sergio Baroni. Martedì 24 maggio, a poco più di un anno dalla sua morte, alla Galleria Baroni di Milano si terrà una serata in onore di Adriana Mazzarella nel giorno in cui avrebbe compiuto 91 anni. E’ il secondo appuntamento legato alla mostra “Frammenti danteschi” che rimarrà aperta fino a luglio con ulteriori iniziative culturali.

La sera del 24 maggio vuole rivivere e condividere una piccola parte del patrimonio culturale e umano lasciato da Adriana Mazzarella attraverso una lettura dantesca, a cura dell’attrice Patrizia Milani, che sarà commentata dai punti di vista letterario e junghiano. Le due  prospettive dialogheranno attraverso Alberto Cristofori e Rosa Napoliello, in un “duetto” che rileggerà in modo inusuale un canto fra i più noti e popolari, il V dell’Inferno. Dante, assieme alla sua guida spirituale Virgilio, è giunto nel girone dei lussuriosi e incontra Paolo e Francesca, gli amanti uccisi per mano di Giangiotto Malatesta, marito di lei e fratello di lui. Francesca simboleggia l’amore-passione che rimane prigioniero degli istinti, impedendo l’evoluzione verso la vera conoscenza, la Sapientia-Beatrice, ossia il principio femminile legato al sentimento e all’eros. Beatrice rappresenta, nella lettura psicanalitica di Adriana Mazzarella, il principio femminile che Jung chiama Anima e che, se mancante nella sua complementarità al principio maschile – Animus – rende gli esseri umani orfani di un’integrità etica: “La svalutazione del principio femminile mostra i suoi segni ancora ai nostri tempi, in cui la donna, con fatica, sta cercando di conquistare la sua dignità. In questa difficile lotta per l’uguaglianza materiale e intellettuale con l’uomo, la donna perde a volte di vista la ricerca interiore e la realizzazione delle sue qualità femminili, che sono complementari allo spirito maschile. Quando però riesce a realizzarsi, la donna è “sapientia”, legata al sentimento e all’eros, non la cultura intellettuale e tecnica, nella quale lo spirito maschile tanto s’ingegna: questa cultura, separata dal sentimento – cioè dalla funzione di valore etico – porta agli esiti devastanti che oggi possiamo vedere” (Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice”).

Sul tema della serata, si veda anche il capitolo che Adriana Mazzarella dedica ai lussuriosi (“Alla ricerca di Beatrice”, pgg. 151-158). Nata a Napoli nel 1925, Adriana Mazzarella ha studiato e lavorato a Milano, dove si è spenta il 5 febbraio 2015. Medico pediatra e psicoterapeuta junghiana, ha fatto parte dal 1980 del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) e della IAAP (International Association for Analytical Psychology). Discepola di Dora Kalff, creatrice della terapia del “gioco della sabbia”, Adriana Mazzarella è stata membro fondatore dell’AISPT (Associazione Italiana per la Sand Play Therapy) e membro della ISST (International Society for Sandplay Therapy). Appassionata della poesia di Dante, ha condotto un profondo e innovativo lavoro di analisi simbolica dellaDivina Commedia, che ha suscitato grande interesse tra gli studiosi in Italia e all’estero.

Alberto Cristofori

Nato nel 1961 a Milano, dove vive. Ha studiato musica e letteratura. È stato insegnante liceale, traduttore, autore di testi scolastici, tra cui un’antologia della Divina Commedia, una storia della letteratura italiana e un corso di storia antica e medievale. Esperto di esegesi dantesca, è autore di libri, fra cui il romanzo Ultimo viaggio di Odoardo Bevilacqua (Bompiani 2013). Fra gli autori che ha tradotto: Luis Bunuel, Patrick McGrath, Quentin Tarantino, Atticus Lish, Don Winslow, Trevanian, Wole Soyinka, Shirin Ebadi.

Patrizia Milani

Diplomata nel 1973 con il primo premio all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, ha debuttato ne L’avaro di Molière per la regia di Orazio Costa. Si laurea poi all’università di Pavia con una tesi sul Fuoco di D’Annunzio. Attrice sensibile e versatile, inizia rapidamente ad affrontare personaggi complessi. Nel 1974 è Annabella in ” Peccato che sia una sgualdrina” di John Ford all’Olimpico di Vicenza per la regia di Roberto Guicciardini e Ofelia nell'”Amleto” con Pino Micol e la regia di Maurizio Scaparro. Nelle due stagioni successive affronta con Giulio Bosetti la figliastra dei ” Sei personaggi in cerca d’autore” e Lisa nel “Pigmalione ” di George B.Shaw. Dal 1982 all’85 ha lavorato al Teatro Stabile di Palermo con Pietro Carriglio. Nel 1988 il fortunato incontro con Marco Bernardi, direttore del Teatro Stabile di Bolzano, con cui inizia una lunga collaborazione. Insieme hanno dato vita ad alcuni tra gli spettacoli più interessanti e significativi della scena italiana.Per le sue interpretazioni ha ricevuto svariati riconoscimenti: “Premio Mediterraneo” (1989), “Veretium” (1993), “Fondi-La Pastora” (1993), “Premio della critica italiana” (1995), “Hystrio” (2006), “Flaiano” (2011).

Rosa Napoliello

Psicologa analista e psicoterapeuta junghiana, presidente A.I.S.P.T. (Associazione Italiana per la Sandplay Therapy) che riunisce al suo interno varie società nazionali per la terapia del Gioco della Sabbia. Socio I.S.S.T. Membro Didatta A.I.P.A. e socio I.A.A.P. Allieva e poi collega di Adriana Mazzarella nel percorso analitico junghiano, nella Sandplay Therapy e nel percorso dantesco. 

Dante e la Sfinge

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
dice Beatrice a Dante in Purgatorio, XXXIII, e fa riferimento al mito della Sfinge, che Dante prende dalle Metamorfosi di Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.). Il poeta romano è più volte una fonte della Divina Commedia e compare in Inferno IV. La Sfinge, figlia di Tifone e di Chimera, era un mostro alato con il corpo di leone e il volto di donna che dimorava presso Tebe. Essa chiedeva ai viandanti di risolvere un indovinello, uccidendoli se non scioglievano l’enigma. La Sfinge chiedeva quale fosse quell’animale che da piccolo cammina su quattro zampe, da adulto su due e da vecchio su tre. L’unico a indovinare fu Edipo (il Laiade, dice Ovidio, cioè figlio di Laio: ma Dante fraintende e inserisce le Naiadi, che nella vicenda del mito non c’entrano per nulla). Edipo capì che l’indovinello parlava dell’uomo capendo che si trattava dell’uomo e di conseguenza la Sfinge si uccise. La sua morte fu vendicata da Temi, che lanciò una fiera devastatrice contro i Tebani. In questo caso, assicura Beatrice, la soluzione dell’enigma non arrecherà danno (sanza danno di pecore e di biade).
E così, a buon titolo, le sfingi di Galleria Baroni si prendono il loro posto nella mostra “Frammenti danteschi”. Si tratta di una decorazione proveniente da villa palermitana dei primi Ottocento, già presenti in un’altra mostra “Da Brera alle piramidi”.
 sfingi-impero

 

Caronte dagli occhi di bragia

Ed ecco verso noi venir per nave

Un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: ‘Guai a voi, anime prave!

non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne in caldo e ‘n gelo.

(Inferno III, 82-87)

“Chi è e che cosa rappresenta Caronte? Il traghettatore che conduce all’altra riva sembra esprimere l’aspetto possente dell’energia vitale che investe l’uomo quando, sfuggito all’ignavia, si abbandona al flusso della libido che lo dominerà secondo la forma dell’istinto. Caronte è un vecchio (“bianco per antico pelo”), antico come l’umanità quando emerse dall’incoscienza dell’Eden. Appare urlante e minaccioso su una barca che galleggia sull’acqua, quasi a rappresentare l’umanità trascinata e sconvolta dal flusso impetuoso delle passioni. Riconosce però immediatamente che Dante è vivo e lo invita a non confondersi coi morti. Fino a che l’uomo, con ripetute esperienze, non impara ad armonizzarsi con l’onda dell’energia vitale, avrà sempre Caronte minaccioso davanti a sé. L’inconscio ha proprio questa funzione compensatoria: il medesimo problema si ripresenta nei sogni e nella vita fino a che l’uomo non ne ha preso coscienza e non lo ha superato nella esperienza concreta. Spesso, quando si presenta l’opportunità di affrontare i nostri malesseri psichici – per esempio attraverso terapie analitiche – scappiamo subito via rifugiandoci nella nevrosi e nell’autocommiserazione, piuttosto che affrontare la responsabilità di noi stessi.” Così scrive Adriana Mazzarella, la psicoanalista junghiana alla quale ho dedicato la mostra “Frammenti danteschi”, a proposito del personaggio di Caronte nella Commedia dantesca, in un suo contributo a una precedente mostra di Galleria Baroni, “Il volto e la maschera”.

Caronte dimonio, con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie,

batte col remo qualunque s’adagia.

(Inferno, 109-111)

Optimized-romanelli caronteE davvero questo Caronte di Tullo Golfarelli (Cesena 1852 – Bologna 1928) in terracotta colorata a finto bronzo e firmato sul retro, ha gli occhi di bragia, spaventosi, inquietanti, al punto che i signori da cui lo acquistai più di dieci anni fa lo avevano relegato in cantina, perché i nipotini si spaventavano quando entravano in casa e se lo ritrovavano all’ingresso. Lo stesso effetto esso faceva  nel mio appartamento: gli ospiti più giovani apparivano timorosi nel passare davanti a questo busto quasi ingombrante, che polarizzava tutto lo spazio. E’ il timore che prova Dante quando si trova di fronte a Caronte e per sostenere questa presenza deve fare appello a una volontà più forte, che possa aiutare il suo io personale. Per portare a termine il viaggio dovrà affidarsi a un nuovo principio di salvezza, con la morte dell’io individuale attraverso quella del Cristo portatore di fede. Per salvarsi Dante non potrà affidarsi al “legno” di Caronte, ma dovrà affidarsi a quello della croce (morte-rinascita) per risorgere nell’Essere Assoluto. Il legno di Caronte è quello che lo traghetta per compiere il viaggio infernale; il legno della croce è quello che gli dà la fede per poter compiere l’intero viaggio fino all’Essere Supremo. Come altre volte, dalla mitologia classica greco-romana Dante, , prende un personaggio inserendolo nella Commedia e nella sua visione cristiana medievale.

L’opera, esposta in occasione della mostra “Frammenti danteschi”, è documentata in una fotografia d’epoca conservata al Museo del Risorgimento di Bologna. Così mi ha scritto l’amico Alfonso Panzetta, professore di scultura all’Università di Bologna, quando gli ho inviato l’immagine del busto: “Lo conoscevo da una foto d’epoca conservata nell’album di Golfarelli di proprietà del Museo del Risorgimento di Bologna, ma non sapevo dove fosse…..ora lo so!”

Sergio Baroni

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.

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Chi era Tullo Golfarelli

Figlio di un orafo, Tullo Golfarelli imparò la tecnica dell’incisione e della lavorazione dei metalli nella bottega paterna. La famiglia lo mandò a Roma nel 1878, affinché si specializzasse in quest’arte con lo scultore orafo Gagliardi. Durante questo periodo viaggiò in diverse città, fra cui Firenze, Bologna, Venezia e Parigi. Nel 1880 tentò invano di essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma nella città partenopea conobbe i suoi grandi maestri: Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Vincenzo Gemito. Da quest’ultimo apprese il realismo nella resa dei volti scolpiti che caratterizzò buona parte della sua produzione. I suoi frequenti soggiorni a Cesena gli fecero ottenere successo in Romagna, dove ricevette commissioni importanti per opere pubbliche. Fra le prime eseguite, il busto marmoreo di Garibaldi (1883), collocato nel sottoportico del Palazzo comunale di Cesena, dove si trova un’altra sua opera: il medaglione per Leonida Montanari (1887) inserito in una lapide murale. Nel 1884 realizzò per Cesenatico un altro busto di Garibaldi, che però si sottrae al linguaggio verista, sostituito da un modellato più morbido.

Nel 1893 si stabilì a Bologna, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, perfezionando il modellato nei corsi dello scultore Salvino Salvini, del quale assorbì in parte lo stile oscillante tra l’accademico e il realistico. Nel capoluogo emiliano entrò in stretto contatto con l’ambiente artistico e culturale. Frequentando i principali cenacoli letterari, conobbe celebri esponenti del mondo politico e culturale, come Giosuè Carducci, che ritrasse in più opere monumentali e celebrative, e Giovanni Pascoli, col quale strinse un rapporto di amicizia che sarebbe durato fino alla morte del poeta. I nomi dei due autori si intrecciano quando Pascoli pronuncia un discorso in occasione dell’inaugurazione del busto a Carducci realizzato da Golfarelli per l’aula magna dell’Università degli studi di Bologna, che fu pubblicato dal giornale cesenate Il Cittadino.

Nel 1896 vinse il concorso per il bassorilievo La cacciata degli Austriaci da Bologna nel 1848, destinato alla scalea della Montagnola a Bologna. Divenne uno degli artisti più richiesti per opere plastiche di carattere monumentale e celebrativo e dalla fine dell’Ottocento ai primi dieci anni del Novecento lavorò per il cimitero comunale alla Certosa di Bologna, realizzando una decina di monumenti funerari. Fra questi ebbe particolare successo la scultura Labor, un fabbro a grandezza naturale eseguito nel 1892 per la tomba Simoli, espressione della sua poetica realista. Negli anni successivi, invece, Golfarelli si avvicina, pur senza dimenticare l’impronta del realismo sociale, al lirismo di marca simbolista e al gusto liberty, riscontrabili ad esempio nelle illustrazioni per le Myricae di Pascoli. Se ne deduce una propensione a intrecciare le diverse correnti stilistiche. Nel 1912 Golfarelli fu nominato professore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e morì nel capoluogo emiliano dopo una lunga malattia e afflitto da problemi economici nel 1928.

Pubblichiamo qui di seguito quattro disegni di Tullo Golfarelli di argomento dantesco che sono conservati all’interno della Sezione Stampe e Disegni delle Raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale di Forlì. Si ringrazia per la generosa collaborazione la dott.ssa Antonella Imolesi Pozzi, responsabile Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli della Biblioteca forlivese.