“Uno sguardo, quello di Beatrice, cioè tre volte niente, un batter di palpebre e il cascame squisito che ne risulta.” Jacques Lacan (1901 – 1981) in “Radiofonia Televisione” pag. 84, Einaudi, Torino 1982. La poesia, l’arte, nelle sue varie declinazioni, anticipano precedono la psicoanalisi, Freud docet: Dante ci accompagna nella via dell’amore che scandisce e accompagna la sua vita-poesia; ”l’amor che muove il sole e l’altre stelle”. Lacan che legge Freud, ‘più freudiano di Freud,’ elabora “le dottrine d’amore” a partire dal ‘reale del greco’. Il reale del greco è l’impossibile a dirsi, l’impossibile della lingua a dirsi e a scriversi che il ‘reale’ del greco costeggia e bordeggia. Il riferimento è nel Seminario VIII in cui Lacan rilegge e commenta il Simposio, addentrandosi nelle dottrine d’amore. Il punto decisivo è la frase che Diotima rivolge a Socrate: “Non so se tu, Socrate, sei abbastanza addentro nelle dottrine d’amore.” Diotima rivendica così la specificità, strutturalmente femminile, che consente a una donna di avvicinarsi all’amore. Già perché Lacan, riprendendo da Aristotele definisce che mentre gli uomini ricadono nell’universale, una donna ‘non è tutta’. questo tratto, in apparenza di meno, è, al contrario quello che consente a una donna una prossimità specifica e particolare all’amore. Riferimento essenziale per la psicoanalisi, almeno quella lacaniana: una donna, libera dal prestigio fallico dell’uomo, è più agevole a sganciarsi dal sapere per inoltrarsi nelle ‘dottrine d’amore’. La psicoanalisi, libera dal sapere, è avviata a porsi come ‘erologia’, come tentativo di traduzione dal sapere alla verità dell’amore. E qui troviamo Dante:”La forma universal di questo nodo/ crech’i vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’i godo.” (Paradiso XXXIII vv.91-95). Come non associare al ‘nodo’ di Dante il nodo borromeo di Lacan scandito nei passaggi ‘desiderio-amore-godimento’ ? Dante cerca e trova in Beatrice la convergenza dei tre nodi, donna dell’amore che ordina la sua vita-poesia. Con Dante e Beatrice l’alta figura di Bernardo, l’amato da Maria, colui che introdusse nella Chiesa la mariologia, il culto, la venerazione, l’amore per Maria. Nell’iconografia è rappresentato come nutrito dallo zampillo di latte che proviene dal seno di Maria; lui, Bernardo che si spogliava del linguaggio per lodare Maria. In quella straordinaria ‘fioritura’ che fu l’amor cortese che attraversò la Francia, l’Italia, la Germania rintracciamo potente e operante la particolarità della donna aperta al nodo desiderio-amore-godimento’ questione che, nel nostro contemporaneo, assume particolare intensità.

La Scuola Lacaniana di Milano ringrazia Sergio Baroni per l’opportunità di un incontro con l’arte e la poesia di Dante. La psicoanalisi che ha come compito etico di presiedere al legame sociale, di aprirsi e di aprire la città partecipa e ringrazia.

Giuliana Kantzà

Giuliana Kantzà è psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, di cui è tra i membri fondatori, è membro dell’A.M.P. Attualmente è Segreteria della Scuola Lacaniana a Milano, dove vive e lavora. E’ stata docente alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. In precedenza ha insegnato Storia della Psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e ha lavorato in Ospedale Psichiatrico, partecipando con l’équipe di Basaglia al movimento di deistituzionalizzazione dei manicomi. Interessi e campi di lavoro: la funzione dello psicoanalista nella clinica seguendo l’ultimo insegnamento di Lacan;la responsabilità, l’etica della psicoanalisi nel ‘reale del XXI secolo’, tema del Convegno internazionale a Parigi. Particolare attenzione alla posizione della donna, da sempre ‘eccentrica’ per struttura, nel più-di godimento del nostro tempo. Pubblicazioni: “Teresa fra estasi e angoscia” ed. Mimesis.

Nella foto: “Occhi di Beatrice”, opera fotografica di Laura Panno.

Ringraziamo Giuliana Kantzà per il suo contributo alla mostra “Frammenti danteschi” incentrato sul ruolo di Beatrice nella sua prossimità, in qualità di donna, nelle “dottrine d’amore”. Un contributo perfettamente in sintonia con la chiave di lettura che la mostra fa dell’opera dantesca. L’uomo Dante, perduto nella selva oscura, incontra sul colle il poeta Virgilio che lo incoraggia a proseguire il viaggio, proponendosi come guida. Dante ha paura, teme di non farcela e gli chiede perché si trova lì, chi lo ha deciso. Così risponde Virgilio:

“Io era tra color che son sospesi.

E donna mi chiamò beata e bella.

Tal che di comandar io la richiesi.

Lucean gli occhi suoi più che la stella:

E cominciommi a dir soave e piana,

Con angelica voce in sua favella:

O anima cortese mantovana,

Di cui la fama ancor nel mondo dura,

E durerà quanto il moto lontana:

L’amico mio, e non della ventura,

Nella deserta piaggia è impedito

Sì nel cammin, che volto è per paura:

E temo che non sia già sì smarrito,

Ch’io mi sia tardi al soccorso levata.

Per quel ch’io ho di lui nel Cielo udito,

Or muovi, e con la tua parola ornata,

E con ciò ch’è mestieri al suo campare,

L’aiuta, sì, ch’io ne sia consolata.

Io son Beatrice, che ti faccio andare:

Vegno di loco, ove tornar disio:

Amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al Signor mio,

Di te mi loderò sovente a lui.”

(Inferno, II, 52 – 74)

 



Leave a Reply


Your email address will not be published.

Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>