Credevo fosse un gatto invece era una lonza

Pubblico con grande piacere il contributo alla mostra “Frammenti danteschi” di un’amica, Elisabetta Gulli Grigioni, scrittrice ed esperta di simbologia e iconografia agiografica e dantesca, che conosco da tanti anni. Nel mio lavoro di esperto di arti decorative, Elisabetta è spesso una fonte importante di informazioni. Originale questo suo commento alla mostra, che a mio parere ne coglie appieno lo spirito.  Sergio Baroni

Credevo fosse un gatto invece era una lonza. Pensieri sui casi “danteschi” di via Madonnina

In questi primi mesi dell’anno 2016 un filo immaginario corre lungo un altrettanto immaginario percorso Milano – Ravenna portando a noi della Felix città buone novelle circa un evento dilazionato nel tempo o, come si usa oggi dire, work in progress, che si sta svolgendo nella galleria milanese di Sergio Baroni in Via Madonnina, luogo elegante nel cuore della città, da molti anni aperto all’incontro di intelligenze, di passioni antiquarie e di filosofiche conversazioni, tra oggetti belli, bellissimi o preziosi cronologicamente sbocciati nel Tempo ieri, oppure cinquant’anni o qualche secolo fa. Il titolo della mostra è Frammenti Danteschi, ma non si consideri il ricorso alla parola frammenti quale elegante espediente per sottrarsi all’impegno di una personale e ben definita elaborazione estetica, favorito dalla disponibilità professionale dei materiali antiquari. Nel suo svolgersi accompagnato da iniziative ispirate alla musica, alla letteratura e a ogni tipo di sollecitazione creativa, l’esposizione rivela infatti tensioni solidali nel guardare all’Oggetto Principe motore delle iniziative raffinate e originali che, in divenire, modellano l’eclettico evento: Dante Alighieri cioè, che pur giacente nelle sue spoglie mortali a Ravenna, quasi centrale atomica irradiante energia intellettuale nella Penisola, ispira strenue esegesi, avventurose invenzioni, indomite e prestigiose letture accanto a recite inesperte (ma di infantile o di entusiastica audacia), magnifici dipinti, avveniristici fumetti, disegni acerbi di elementare fascino scolastico e infinite altre fantastiche sperimentazioni.

Il filo che lega le due città trae sostanza nella biografia del Professor Baroni stesso che, originario del Ravennate, mantiene vivo il legame con le proprie radici e con il clima di crescente fervore celebrativo diffuso dalla ricorrenza, che cadrà nel 2021, dei 750 anni dalla nascita del Poeta. Nelle conversazioni di questi giorni sul filo telefonico mi è parso di poter riconoscere in Sergio Baroni una passione culturale avvolgente ogni nuovo oggetto ‘dantesco’ acquisito di attenzioni antropologiche e psicologiche capaci di promuoverlo a esemplare unico e inimitabile, al di là di ogni possibile valore attribuibile. E ciò è in sintonia con il ‘dantismo’ ravennate di questi tempi in cui ogni approccio al Poeta si configura come incontro unico e irripetibile (ripenso con emozione al mio Lauro Dantesco ad Honorem nella chiesa che vide i funerali di Dante), per una sorta di tocco magico ultraterreno.

Sui fatti di via Madonnina già fioriscono gli aneddoti: si narra ad esempio che un signore, dotato di colto umorismo, osservando dall’esterno Gatto Giovino Baroni in elegante riposo tra i cimeli danteschi posati in mostra, sia entrato in galleria chiedendo nell’indicare il fiero animale: “ Ma quello è la lonza?”. E veramente della lince Giovino, robusta razza norvegese, ricorda le fattezze pur con la scomparsa, sul bianco mantello, delle macule lussuriose: forse per purgatoriale candeggio o per segreto contrappasso solamente noto alla “lonza” e al Poeta? Ma in ogni caso l’episodio è degno di inaugurare un inedito e disinibito dizionario dell’approccio a Dante Alighieri.

Elisabetta Gulli Grigioni

 

Elisabetta Gulli Grigioni, laureata in filosofia all’Università di Padova, risiede da molti anni a Ravenna, città in cui si è dedicata all’insegnamento. Impegno costante di tutta la sua vita è stata la raccolta e lo studio di oggetti e documenti grafici legati alla tradizione popolare e all’uso di simboli, in particolare del cuore e sulle agiografie religiose data la sua ricca collezione di “santini”. Su questi argomenti, dal 1972 a oggi ha pubblicato libri e articoli in varie riviste specializzate: Lares, il Santo, Il lettore di provincia, Schema, La gola, Charta. Ha collaborato a mostre in varie città italiane e alla realizzazione dei rispettivi cataloghi: Padova (Centro studi Ambrosiani), Milano (Fondazione Mazzotta), Bari (Castello Svevo). Nell’ambito della XX rassegna di conversazioni e letture internazionali “La Divina Commedia nel mondo” le è stato consegnato il riconoscimento speciale “Il lauro dantesco ad honorem”.

L’arte riduce lo stress

Ora è provato scientificamente: le visite artistiche diminuiscono il livello del cortisolo, l’ormone che viene prodotto quando siamo sotto stress e che, a lungo andare, può diventare pericoloso per la salute. La testimonianza viene da un giornalista di Repubblica, Roberto Orlando, che ha partecipato a uno studio assieme ad altre 99 persone. Il test, condotto dal professor Enzo Grossi, docente di Qualità della vita e promozione della salute all’Università di Bologna, prevedeva il prelievo di un po’ di saliva prima e dopo la visita alla cupola affrescata del santuario di Vicoforte, nel Cuneese. Si tratta della più grandiosa forma ellittica al mondo, che riporta l’affresco con la glorificazione di Maria, un’opera di 6mila metri quadrati realizzata da Giuseppe Bibiena, Mattia Bortoloni e Felicino Biella. Per poter ammirare l’affresco le “cavie” hanno dovuto salire 240 gradini di scale a chiocciola e infine, imbragati, scalare in verticale 17 pioli. Risultato: il cortisolo in media è diminuito del 90% e tutti i partecipanti hanno affermato di sentirsi molto meglio dopo la visita. L’esperienza ha infatti unito la fruizione delle bellezze artistiche con un movimento fisico motivato da un’ottima ragione.

Non occorreva per noi uno studio che confermasse i benefici che l’uomo può trarre dall’arte, ma è sicuramente un dato importante che ci fa molto piacere e che ci auguriamo porti sempre più attenzione all’importanza dei tesori artistici del nostro Paese e alla loro valorizzazione. Essi partecipano non soltanto alla nostra formazione culturale, ma in generale, ora si sa per certo, anche al nostro benessere e alla nostra salute.

Uno studio come questo inoltre ci stimola ad andare avanti con l”attività della Galleria, sempre più orientata a realizzare eventi d’arte che coinvolgano le persone in modo interattivo: non fruitori passivi, ma partecipanti. Ricordiamo a tale proposito che ogni proposta, opera, articolo o studio che possa arricchire la mostra “Frammenti danteschi” sarà gradita. Da parte nostra, nel frattempo, lavoriamo ai prossimi eventi!

L’alchimia dantesca secondo Bertozzi & Casoni

bertozzi e casoni

Bertozzi & Casoni, “Composizione – Scomposizione 1”, ceramica.

Alimenta la mostra “Frammenti danteschi” l’opera “Composizione-Scomposizione 1” di Bertozzi & Casoni: un tuffo nel viscerale rappresentato da un intreccio di tubi, manopole, contenitori multiformi e multi colori (lattine, scatole, cofanetti…), che rimandano a un caotico aggrovigliarsi di pensieri, emozioni, sentimenti. Siamo in pieno pathos della ricerca dantesca, rappresentata dai complessi meccanismi di un pannello alto più di 2 metri e che in origine apparteneva a una serie di sette pannelli dedicati ai vizi capitali. L’opera nel suo insieme è stata esposta allo Sperone West Water di New York nel 2010, al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza nel 2009, al Castello Sforzesco di Milano nel 2008, alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia nel 2007. In seguito i pannelli sono stati divisi e, rimasti orfani del loro comune denominatore (i vizi capitali) sono stati rinominati. Composizione-scomposizione n. 1 allude a un meccanismo impazzito che si disgrega nella forma originaria per scomporsi, appunto, e ricomporsi in nuove forme. E’ lo stesso processo vissuto da Dante che, dalla selva oscura, caos e confusione, attraversa la “scomposizione” dell’animo umano nel viaggio infernale, prima di potersi “ricomporre” nell’equilibrio formato dall’unione tra il Maschile e il Femminile, secondo la lettura junghiana che abbiamo dato alla Commedia Gli intricati percorsi delle tubature in ceramica ci rimandano a quel processo alchemico citato a proposito di un’altra opera della mostra, “Metamorfosi”; ma nell’opera di Bertozzi & Casoni, anziché davanti alla vera e propria trasformazione (la metamorfosi), siamo spettatori del processo, come alludono le scritte: “avvio”, “per moto”, “circolazione”, “non capisco”, “non sono”. Nell’intreccio dei tubi si inseriscono manopole, ruote, maniglie, volanti che possono aprire o chiudere la circolazione, favorire od ostacolare il processo di trasformazione. E poi ci sono i contenitori, le scatole: stasi o pause del cammino… le soste, i timori, i ragionamenti, i ripensamenti, gli svenimenti di Dante. C’è il vaso di Atanor, da cui emerge la pietra filosofale, e c’è il contenitore rivestito d’oro con l’immagine della civetta, simbolo di Minerva. La scatola si apre, così come la testa di Giove, e ne emerge la dea armata, pensiero potente che nulla teme. Minerva è la dea della lealtà, della giustizia, della saggezza, tutti i valori che si sono persi e che hanno portato l’uomo nella selva. Occorrono il viaggio infernale, il travaglio dell’inconscio, il processo alchemico per arrivare alla metamorfosi che dall’oscurità porti alla luce. Un processo interiore, in cui conscio e inconscio si uniscono.

L’opera nel suo insieme è stata esposta nelle seguenti occasioni:

«Bertozzi & Casoni. Intervallo», Sperone Westwater, New York, 8 gennaio – 20 marzo 2010.

«Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse», Museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza, 20 settembre 2008 – 11 gennaio 2009.
«Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse», Castello Sforzesco, Milano, 5 luglio – 2 settembre 2008.

«Le bugie dell’arte: Bertozzi & Casoni», Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro, Venezia, 7 giugno – 2 settembre 2007.

L’opera è pubblicata nei seguenti volumi:

  1. BERTONI (a cura di), Bertozzi & Casoni. Nulla è come appare. Forse, catalogo della mostra, Milano, Castello Sforzesco, 5 luglio – 2 settembre 2008; Faenza, Museo Internazionale delle Ceramiche, 20 settembre – 11 gennaio 2009, Allemandi Editore, Torino, 2008.
  2. SENALDI (a cura di),Bertozzi & Casoni. Le bugie dell’arte, catalogo della mostra, Venezia, Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna, 7 giugno – 2 settembre 2007, Damiani Editore, Bologna, 2007.

Bertozzi & Casoni è una società fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi e da Stefano Dal Monte Casoni, entrambi romagnoli. Fin dalla loro formazione all’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica di Faenza, si interessano alla grande tradizione dell’arte e alla sperimentazione in campo scultoreo, vedendo nella ceramica una possibilità per una scultura dipinta. Frequentano l’Accademia di Belle Arti di Bologna e portano avanti le ragioni di una “nuova ceramica”, con l’obiettivo di farla uscire dalla discriminazione che la vede come arte minore rispetto ad altre. Le prime creazioni sono sculture di piccole dimensioni e in sottile maiolica dipinta a policromia. “Tra riferimenti alla grande avventura novecentesca delle arti decorative, istanze plastiche mediate dalla leggerezza di Fausto Melotti e nuove necessità di racconto, Bertozzi e Casoni impostano le direttrici di un percorso che già possiede in nuce quella carica ironica e quello spirito di ricerca che diventerà cifra inconfondibile del loro successivo lavoro.”  Negli Anni 80 e 90 il loro virtuosismo esecutivo raggiunge nuovi apici tra opere scultoree, intersezioni con il design e realizzazioni per affermati artisti italiani ed europei. Negli Anni 90 emerge nel loro lavoro un aspetto maggiormente concettuale e radicale: la ceramica assume dimensioni sempre maggiori fino a sconfinare nell’iperbole linguistica e realizzativa. La critica e le più importanti gallerie d’arte nazionali e internazionali si interessano al loro lavoro. Le loro sculture, simboliche, irridenti e pervase da sensi di attrazione nei confronti di quanto è caduco, transitorio, peribile e in disfacimento sono diventate icone di una non solo contemporanea condizione umana. L’ironia corrosiva delle loro opere è sempre controbilanciata da un inossidabile perfezionismo esecutivo. Negli anni Duemila abbandonano l’uso della maiolica per privilegiare l’utilizzo di materiali ceramici di derivazione industriale. Sfidando convenzioni linguistiche e le tradizionali possibilità di un materiale quale la ceramica, sanno far sottacere i dati della ricerca tecnica a favore di un dispiegamento formale e visivo di estrema naturalezza. Così Franco Bertoni in “Bertozzi & Casoni”: “Bertozzi e Casoni sono maestri del dubbio. Usano la ceramica ai massimi livelli ma sanno sottacere le difficoltà esecutive; propongono una figurazione estremamente realistica e oggettiva ma le loro opere hanno avvertibili risvolti concettuali; mostrano ma nascondono; con pretese di verità instillano incertezze e provocano vertigini mentali; hanno portato la ceramica nel mondo dell’arte e l’arte nel mondo della ceramica.”

Uno sguardo, quello di Beatrice…

“Uno sguardo, quello di Beatrice, cioè tre volte niente, un batter di palpebre e il cascame squisito che ne risulta.” Jacques Lacan (1901 – 1981) in “Radiofonia Televisione” pag. 84, Einaudi, Torino 1982. La poesia, l’arte, nelle sue varie declinazioni, anticipano precedono la psicoanalisi, Freud docet: Dante ci accompagna nella via dell’amore che scandisce e accompagna la sua vita-poesia; ”l’amor che muove il sole e l’altre stelle”. Lacan che legge Freud, ‘più freudiano di Freud,’ elabora “le dottrine d’amore” a partire dal ‘reale del greco’. Il reale del greco è l’impossibile a dirsi, l’impossibile della lingua a dirsi e a scriversi che il ‘reale’ del greco costeggia e bordeggia. Il riferimento è nel Seminario VIII in cui Lacan rilegge e commenta il Simposio, addentrandosi nelle dottrine d’amore. Il punto decisivo è la frase che Diotima rivolge a Socrate: “Non so se tu, Socrate, sei abbastanza addentro nelle dottrine d’amore.” Diotima rivendica così la specificità, strutturalmente femminile, che consente a una donna di avvicinarsi all’amore. Già perché Lacan, riprendendo da Aristotele definisce che mentre gli uomini ricadono nell’universale, una donna ‘non è tutta’. questo tratto, in apparenza di meno, è, al contrario quello che consente a una donna una prossimità specifica e particolare all’amore. Riferimento essenziale per la psicoanalisi, almeno quella lacaniana: una donna, libera dal prestigio fallico dell’uomo, è più agevole a sganciarsi dal sapere per inoltrarsi nelle ‘dottrine d’amore’. La psicoanalisi, libera dal sapere, è avviata a porsi come ‘erologia’, come tentativo di traduzione dal sapere alla verità dell’amore. E qui troviamo Dante:”La forma universal di questo nodo/ crech’i vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’i godo.” (Paradiso XXXIII vv.91-95). Come non associare al ‘nodo’ di Dante il nodo borromeo di Lacan scandito nei passaggi ‘desiderio-amore-godimento’ ? Dante cerca e trova in Beatrice la convergenza dei tre nodi, donna dell’amore che ordina la sua vita-poesia. Con Dante e Beatrice l’alta figura di Bernardo, l’amato da Maria, colui che introdusse nella Chiesa la mariologia, il culto, la venerazione, l’amore per Maria. Nell’iconografia è rappresentato come nutrito dallo zampillo di latte che proviene dal seno di Maria; lui, Bernardo che si spogliava del linguaggio per lodare Maria. In quella straordinaria ‘fioritura’ che fu l’amor cortese che attraversò la Francia, l’Italia, la Germania rintracciamo potente e operante la particolarità della donna aperta al nodo desiderio-amore-godimento’ questione che, nel nostro contemporaneo, assume particolare intensità.

La Scuola Lacaniana di Milano ringrazia Sergio Baroni per l’opportunità di un incontro con l’arte e la poesia di Dante. La psicoanalisi che ha come compito etico di presiedere al legame sociale, di aprirsi e di aprire la città partecipa e ringrazia.

Giuliana Kantzà

Giuliana Kantzà è psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, di cui è tra i membri fondatori, è membro dell’A.M.P. Attualmente è Segreteria della Scuola Lacaniana a Milano, dove vive e lavora. E’ stata docente alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. In precedenza ha insegnato Storia della Psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e ha lavorato in Ospedale Psichiatrico, partecipando con l’équipe di Basaglia al movimento di deistituzionalizzazione dei manicomi. Interessi e campi di lavoro: la funzione dello psicoanalista nella clinica seguendo l’ultimo insegnamento di Lacan;la responsabilità, l’etica della psicoanalisi nel ‘reale del XXI secolo’, tema del Convegno internazionale a Parigi. Particolare attenzione alla posizione della donna, da sempre ‘eccentrica’ per struttura, nel più-di godimento del nostro tempo. Pubblicazioni: “Teresa fra estasi e angoscia” ed. Mimesis.

Nella foto: “Occhi di Beatrice”, opera fotografica di Laura Panno.

Ringraziamo Giuliana Kantzà per il suo contributo alla mostra “Frammenti danteschi” incentrato sul ruolo di Beatrice nella sua prossimità, in qualità di donna, nelle “dottrine d’amore”. Un contributo perfettamente in sintonia con la chiave di lettura che la mostra fa dell’opera dantesca. L’uomo Dante, perduto nella selva oscura, incontra sul colle il poeta Virgilio che lo incoraggia a proseguire il viaggio, proponendosi come guida. Dante ha paura, teme di non farcela e gli chiede perché si trova lì, chi lo ha deciso. Così risponde Virgilio:

“Io era tra color che son sospesi.

E donna mi chiamò beata e bella.

Tal che di comandar io la richiesi.

Lucean gli occhi suoi più che la stella:

E cominciommi a dir soave e piana,

Con angelica voce in sua favella:

O anima cortese mantovana,

Di cui la fama ancor nel mondo dura,

E durerà quanto il moto lontana:

L’amico mio, e non della ventura,

Nella deserta piaggia è impedito

Sì nel cammin, che volto è per paura:

E temo che non sia già sì smarrito,

Ch’io mi sia tardi al soccorso levata.

Per quel ch’io ho di lui nel Cielo udito,

Or muovi, e con la tua parola ornata,

E con ciò ch’è mestieri al suo campare,

L’aiuta, sì, ch’io ne sia consolata.

Io son Beatrice, che ti faccio andare:

Vegno di loco, ove tornar disio:

Amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al Signor mio,

Di te mi loderò sovente a lui.”

(Inferno, II, 52 – 74)

 

Incontro con lo scultore Peter Porazik

Per la mostra “Frammenti danteschi” Galleria Baroni ha ospitato la scultura in marmo “Metamorfosi” dell’artista slovacco Peter Porazik. Nell’opera si può leggere la stessa trasformazione vissuta dal Poeta nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso: gambe umane sporgono da una roccia – Dante seduto in una delle soste durante il passaggio nei gironi infernali – ma anziché proseguire nella parte superiore del corpo si dissolvono fra aria e roccia. La loro materia si trasmuta, alludendo al corpo umano del Poeta che nell’ultima cantica si dissolverà – questa è la sua percezione –  per entrare nella nuova dimensione, quella della contemplazione.

Abbiamo incontrato Peter Porazik alla Galleria Baroni e abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio.

Quando nasce la tua passione per l’arte?

Da bambino. Avevo un nonno che disegnava benissimo e un padre architetto e quando iniziai a disegnare si aprì davanti a me una strada chiara, dalla quale non mi sono mail allontanato. Anche se la cosa buffa è che non ho preso in mano una matita fino all’età di quattro anni, nonostante gli incoraggiamenti di mio padre.

Ci racconti il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il liceo artistico a Bratislava, dove mi sono dedicato alla pietra, materia in cui mi sono specializzato. Ricordo che non mi staccavo mai dai miei strumenti di lavoro, nemmeno di notte, li consideravo magici. Subito dopo il liceo artistico sono entrato in Accademia, sempre a Bratislava. Erano i tempi in cui, per reazione al realismo socialista, i percorsi tradizionali erano stati spazzati via in favore di un eclettico sperimentalismo contemporaneo. Ma sia io sia molti miei compagni sentivamo la mancanza di basi culturali, delle nostre radici, di una preparazione accademica al modellato. E così facemmo pressione perché venisse reintrodotta una formazione più tradizionale, senza ovviamente l’influenza politica di prima. Con nostra grande soddisfazione, questo cambiamento fu introdotto. L’ultimo anno, prima di diplomarmi, ho studiato per quattro mesi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove sono tornato dopo il diploma come assistente del rettore all’atelier di scultura. Ero stato invitato dallo stesso professore con cui avevo studiato prima di diplomarmi, Adam Myjak.

Mentre lavoravi in Accademia hai partecipato a simposi internazionali…

Sì, nello stesso anno in cui mi sono trasferito a Varsavia, il 1999, ho partecipato al III Simposio Internazionale di Scultura di Antalya, in Turchia. Precedentemente avevo partecipato a un Simposio in Austria, nel 1994, e in Romania, nel 1998. In seguito, ho partecipato ad altri simposi: in Cina (2001) e nella Repubblica Ceca (2003).  Negli stessi anni ho realizzato opere pubbliche per la Polonia, insomma avevo una carriera ben avviata, ma il lavoro in accademia mi stava un po’ stretto, non mi permetteva di sperimentare, di fare ricerca e di lavorare ai miei progetti personali. Sentivo che non sarei potuto crescere come desideravo. Così, assieme a mia moglie, anche lei scultrice, abbiamo deciso di mollare tutto e di partire per l’Italia. Una vera e propria avventura… E un nuovo inizio.

Raccontaci dell’Italia.

Abbiamo trascorso qualche anno a Roma, dove ho partecipato alla mostra collettiva “Giorni di Unione Europea”, ma il lavoro non decollava, perlomeno non come volevamo noi. In seguito ci siamo trasferiti in Sicilia, vicino a Palermo. Ho lavorato a molti arredi destinati alle chiese: la Chiesa San Pietro e la Chiesa Regina Pacis di Caltanissetta; la Chiesa Sacro Cuore di Gesù di Gela (CL), la Chiesa Santa Maria di Nazareth di San Cataldo (CL), la Basilica di San Pietro a Riposto (CT), la Chiesa Madre San Leonardo Abate di Serradifalco (CL). Statue, un fonte battesimale, trittici e dittici, arredi liturgici, sculture per portali, balaustre, pannelli, acquasantiere… in Sicilia sono molto sensibili all’arredo sacro, che tra l’altro è un filone in cui mi riconosco. Poi però mia moglie si è trasferita a Mandello del Lario, in provincia di Lecco, per motivi familiari e io, non appena ho potuto, l’ho seguita. Qui abbiamo fondato un laboratorio di arte, il Laboratorio Porazik, dove nel 2014 abbiamo organizzato un piccolo simposio di scultura locale, “Mandellarte”, che ha coinvolto i giovani del territorio, portando l’attenzione a una cava del marmo nella zona lariana, che è quella di Musso. Non è più in uso, ma è molto importante perché il suo marmo riveste tutto il Duomo di Como.

Dicono che la tua arte sia spirituale, ti riconosci in questa definizione?

In un certo senso mi ci ritrovo. La spiritualità è la matrice comune a ogni essere umano, lo vediamo anche nel viaggio della Commedia Dantesca, che è un viaggio interiore e spirituale. Non mi riconosco però in uno stile preciso e nemmeno mi interessa. Mi piace esprimermi per come mi sento in quel momento e, dato che la vita è in continuo movimento, mi esprimo in modi diversi, anche se la mia mano è ovviamente riconoscibile. L’importante per me è partire da un’idea e trovare la forma per quell’idea, il formalismo e la replicabilità non mi interessano. Mi hanno anche detto che le mie opere sono meditative. Sicuramente ho uno stile essenziale, che richiama un atteggiamento di ascolto e contemplativo, ma anche ludico e ironico. Mi piace giocare, combinare i contrasti, così come si integrano nella vita: la meditazione e la spiritualità sono serie e leggere al tempo stesso, portando a un sorriso distaccato. La spiritualità per me non è avulsa dal contesto materico, dall’ambiente circostante con cui si fonde e si trasforma: la natura, la città, la società, le culture. Mi sento in perenne ricerca e movimento, laddove movimento non significa incostanza o frammentazione, bensì trasformazione ed evoluzione, in una parola “Metamorfosi”, come la scultura esposta per la mostra “Frammenti danteschi”.

Livia Negri