Lectio Dantis per il Fuorisalone

Un evento alla Galleria Baroni che segna la prima tappa della mostra in progress dedicata a Dante, alla sua influenza nell’immaginario collettivo e al suo viaggio interiore.

Il 13 aprile il viaggio dantesco di Galleria Baroni segna la prima tappa, con un happening per il Fuorisalone: Looking for Dante, looking for Beatrice, dalle 18.30 alle 22.00.

Sotto gli Occhi di Beatrice, opera fotografica di Laura Panno, si svolgerà una lectio dantis (ore 21.00) a cura di Alberto Cristofori, che indagherà gli unici due canti prima del Paradiso in cui compare la donna amata dal Poeta: il II canto dell’Inferno e il XXX-XXXI del Purgatorio. Da ideale stilnovistico, oggetto di desiderio, la donna amata si trasforma nell’ultima cantica in soggetto amante, soccorritrice, guida e i due canti scelti per la serata preannunciano questa trasformazione finale. E’ un processo evolutivo che va di pari passo con quello vissuto dal Poeta, in galleria testimoniato dalla scultura in marmo Metamorfosi dello scultore polacco Peter Porazik, uno degli ultimi arrivi fra i contributi che alimentano questa mostra in divenire. Ai vizi umani allude invece l’opera di Bertozzi e Casoni, il grande pannello Composizione Scomposizione n. 1 in ceramica policroma del 2007, alta più di 2 metri. Infine, un tocco tra il ludico e il nostalgico: la gigantografia di Mike Bongiorno vestito da Dante, ricordo di una campagna pubblicitaria. A corollario dei pezzi contemporanei, rimane il nucleo dell’esposizione dedicato all’influenza di Dante attraverso i secoli: dall’olio su tela del XVII secolo con i rappresentanti del Dolce Stil Novo, Dante in testa, ispirato a quello di Giorgio Vasari al Minneapolis Institute of Art, a una Divina Commedia in micrografia incisa su metallo di soli cm 3×4; dal busto di Caronte in terracotta a finto bronzo di Tullo Golfarelli (1852 – 1928) al pannello in ceramica di Angelo Biancini (1911-1942) dedicato a Paolo e Francesca; e ancora, incisioni, disegni, busti-fermacarte, medaglioni, incisioni, ceramiche e altri oggetti decorativi in omaggio a Dante e alla sua opera. Fra opere d’arte e curiosità, emerge con forza l’eredità di Dante per l’uomo moderno, chiamato a percorrere lo stesso viaggio interiore per trovare la “dignità del suo compito divino, creativo, in terra”, come scrive Adriana Mazzarella in “Alla ricerca di Beatrice” cui la mostra è dedicata: “L’uomo, attraverso la sua azione, permette al Dio che vive in lui – il Sé – di manifestarsi e quindi di conoscersi.” (www.adrianamazzarella.it).

La serata del 13 aprile si inserisce in un’iniziativa che vede partecipare tutta via Madonnina, con aperture straordinarie e intrattenimento musicale.

La mostra “Frammenti danteschi”, proseguirà il suo viaggio fino a giugno, con altre tappe e nuovi contributi.

Orario: dalle 18.30 alle 22.00. Lectio Dantis: ore 21.00

 

Giovino si racconta: mi tengo in forma con il Feldenkrais!

Date le continue visite alla Galleria Baroni per vedermi, le mail in cui chiedono mie notizie, le innumerevoli foto che passanti, amici e conoscenti mi scattano e l’interesse continuo nei miei confronti, mi sono deciso a scrivere la mia storia per la serenità dei miei fan.

Sono nato a Monte Giove in provincia di Fano (nelle Marche) 12 anni fa il 15 luglio. Monte Giove è un antico eremo camaldolese costruito nei primi decenni del XVII secolo, che oggi è un po’ la casa di riposo dei vecchi monaci. In questo luogo fortificato con alte mura a difesa della sua quiete e dei ritmi della vita monastica, vivevo nell’ampio cortile assieme a una quarantina di gatti curati da un’associazione animalista. Un giorno, quando avevo due mesi, per curiosità sono salito su un’auto che il proprietario aveva lasciato aperta e mi sono addormentato sui sedili. E’ così che mi sono ritrovato a Milano con un signore, il professor Sergio Baroni, che si era recato a Monte Giove per seguire gli incontri culturali dell’Eremo di Monte Giove, dove si radunavano illustri rappresentanti della cultura italiana. Una volta arrivato a casa, il professore ha chiesto alle “gattare” milanesi che conosceva se volevano adottarmi, ma nonostante la loro disponibilità, alla fine sono rimasto con lui e da allora viviamo assieme in perfetto equilibrio. Abitiamo in un appartamento milanese e basta che io miagoli per ritrovarmi la ciotolina piena di cibo. Non mi posso lamentare. Il pomeriggio andiamo a piedi alla Galleria Baroni di via Madonnina, dove organizziamo eventi artistici e culturali. Una volta arrivato nel quartiere di Brera, salto giù dal trasportino che è sempre aperto e me ne vado a zonzo. Amo perlustrare vicoli e strade, soprattutto soffermarmi nel cortile dell’Accademia di Brera, al Museo e alla Biblioteca Braidense. Sono molto noto nel quartiere, anzi nel tempo sono diventato la mascotte di Brera, al punto che sono raffigurato nel marchio dell’Associazione dei commercianti di Brera. Molte persone cercano di accattivarsi le mie simpatie offrendomi del cibo e carezze, che io rifiuto regolarmente. Quando sono stanco me ne vado davanti alla porta della galleria a osservare i passanti. Purtroppo non mi lasciano mai in pace: chi mi vuole fotografare, chi mi vuole toccare. Allora dopo un po’ mi scoccio e mi rifugio all’interno, non senza aver prima redarguito gli scocciatori con qualche sapiente zampata. Non mi faccio lusingare facilmente. Dicono che abbia un brutto carattere, non capisco perché. Nell’opinione generale sono descritto come poco amabile, ma non sono d’accordo. Sono semplicemente schivo e amo la tranquillità. Non capisco come mai tutti pensino di avere il diritto di toccarmi soltanto perché sono bello. Non basta ammirarmi? Certo, devo essere proprio irresistibile, perché nel corso degli anni sono stato protagonista di pubblicità e servizi fotografici. Sono di razza norvegese, figlio di due esemplari puri abbandonati al monastero e che volutamente non erano erano stati sterilizzati.

Tornando al racconto della mia vita, oltre a Montegiove, mio luogo di origine, e a Milano, dove vivo, accompagno il professore durante le vacanze nella campagna romagnola. Nonostante la fatica del viaggio, vale la pena andarci, perché mi diverto un mondo a esplorare i luoghi in piena libertà. Talvolta mi capita di recarmi con lui a mostre antiquarie, dove giro fra gli stand mentre il professore lavora nella commissione degli esperti. Una delle mostre alle quali partecipo annualmente è quella di Modena e la conosco talmente bene che giro dappertutto. Tanto quando sono stanco rientro nel mio trasportino, che è sempre aperto.

A parte il professore, mi possono accarezzare soltanto tre persone: sua nipote Silvia Giovarruscio, che qualche volta ci viene a trovare da Pisa e mi sta molto simpatica, il dottor Maurizio Riganti, un suo amico che talvolta ci fa visita in galleria e ama prendermi in braccio, e un’amica che collabora con il professore, Livia Negri, che mi piace molto perché mi fa le coccole come piace a me e allora me ne sto acciambellato sulla scrivania mentre lei lavora al computer.

Nella foto in copertina potete vedere come mi mantengono in forma! E se pensate che si tratti di yoga, pilates, ginnastica artistica vi sbagliate: è Feldenkrais! Una sofisticata disciplina corpo-mente che pratico tutti i giorni sotto la guida della mia insegnante amica Livia, durante le pause dal lavoro della galleria. Come potete vedere dalla foto, è una pratica divertente e piacevole che mi permette di raggiungere una perfetta armonia tra gli aspetti fisici, psichici ed emotivi. In barba a chi mi critica per il mio carattere poco amabile, forse è una questione di consapevolezza.

E ora, visto che vi ho detto tutto quello che c’era da sapere, spero che mi lasciate in pace per dedicarmi alle mie attività preferite: mangiare, gironzolare, farmi coccolare dagli unici esseri umani ai quali lo concedo e praticare Feldenkrais, che consiglio a tutti miei fan!

Giovino Baroni

 

Dante e la metamorfosi interiore

Alchimia, è quella a cui assistiamo nel viaggio dantesco attraverso un’immersione nelle passioni, nei vizi, nei limiti e nei sentimenti umani, che saranno trascesi grazie alla ricongiunzione tra Maschile e Femminile, sé (io personale) e Sé (Assoluto), Animus e Anima, secondo l’interpretazione junghiana che proponiamo nella mostra “Frammenti danteschi”. In realtà il concetto di trasformazione che avviene col processo alchemico è la trasmutazione, in cui una materia si trasforma in un’altra. Un principio proveniente da Aristotele (384-322 a.C.), che riteneva che in natura tutto fosse soggetto a mutazione.

L’alchimia è una scienza antichissima, che risale all’epoca greca di 2000 anni fa, e i primi alchimisti furono attivi ad Alessandria d’Egitto, polo di cultura e scienza dell’antichità. Fu qui che confluì la tradizione egiziana della trasformazione del defunto attraverso la mummificazione per permettergli il passaggio nell’aldilà. E sempre ad Alessandria la parola greca chumeria divenne l’arabo al-kimiya, da cui deriva il nostro alchimia. Il primo alchimista noto è Democrito, vissuto nei pressi di Alessandria d’Egitto nel 250 a. C. Alcuni dei suoi scritti, scoperti in Egitto nel XIX secolo, sono giunti fino a noi. Attorno al 300 d.C. all’alchimia fu dedicata un’intera enciclopedia, scritta dallo storico greco Zosimo. Durante il periodo romano gli alchimisti furono osteggiati poiché ritenuti pericolosi e costretti a nascondersi; molti scritti di conseguenza furono distrutti. Solo in seguito alla liberazione di Alessandria da parte degli Arabi, nel VII secolo, questa scienza tornò a fiorire. Attraverso i Crociati di ritorno dalle spedizioni contro i musulmani approdò in Europa in epoca medievale. Facile intuire che questa scienza mistica non ebbe difficoltà ad attecchire in un’epoca alimentata da miti e superstizioni. Molti alchimisti sostennero allora di essere riusciti a trasformare i metalli vili in oro grazie alla pietra filosofale. In un percorso di ricerche che contrappose ciarlatani a seri sperimentatori, gli antichi alchimisti fecero importanti scoperte, come i poteri straordinari del mercurio, che la scienza moderna sta a tuttoggi approfondendo. Rimangono tuttavia molti misteri irrisolti, anche per la perdita di tanta documentazione scritta.

Di trasformazione si tratta anche nella scultura in marmo di Peter Porazik, facente parte della mostra dedicata a Dante: “Metamorfosi” (2003). Da una materia informe – una roccia – spuntano due gambe che rimandano al cammino che il Poeta compie; ma il resto del corpo si sta dissolvendo, in una metamorfosi che ne fa aria e roccia. Anche Dante a un certo punto del viaggio non avrà più bisogno delle gambe della ragione, ma si affiderà a Beatrice – la spiritualità – per l’ascesa ai Cieli e lo farà con un corpo mortale che egli non sente, come fosse un tutt’uno con il mondo spirituale, trasfigurato attraverso il processo alchemico della ricerca interiore. A permetterlo è Beatrice, la donna interiore, così come per gli alchimisti era la soror mystica, il componente femminile della trasmutazione.

Sergio Baroni e Livia Negri

 

Metamorfosi

Peteer Porazik,Metamorfosi, marmo, 2003.

Peter Porazik nasce nel 1975 a Sala (Rep. Slovacca), frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bratislava diplomandosi nel 1993, vince nel 1998 una borsa di studio a Praga, poi a Varsavia. Ha partecipato a diversi simposi di scultura nel mondo. Dal 1999 al 2003 è assistente nel laboratorio di scultura all’Accademia di Belle Arti di Varsavia. Lavora in Germania, nella Repubblica Slovacca e in Polonia, per poi approdare in Italia, partecipando alla mostra collettiva  “Giorni di Unione Europea” a Roma nel 2004. Fra le sue realizzazioni: opere pubbliche in Polonia, oggetti e arredamenti liturgici per chiese nella provincia di Caltanissetta.  Negli anni 2009-210 collabora con il professore e scultore Leonardo Cumbo e la ditta Anzalone Marmi sulle cinque statue per la Basilica San Pietro a Riposto (Catania). Nel 2015 collabora con l’architetto Benedetta Finatna sul fonte battesimale per la Chiesa Regina Pacis di Caltanissetta. Attento osservatore delle emozioni umane, i suoi lavori si allontanano dallo spazio reale per entrare in un’astrazione intima, essenziale, a volte provocatoria.

I legami tra Dante e Stendhal

Un nuovo contributo alla mostra “Frammenti danteschi”. Questa volta arriva dall’Università Ca’ Foscari di Venezia: la professoressa Annalisa Bottacin ci conduce nella scia dell’influenza francese in Francia, seguendo le tracce lasciate da Stendhal in commenti, postille, annotazioni durante le sue letture dantesche o che trattavano la vita e le opere del vate.

La questione della presenza di Dante attraversa tutta la letteratura dell’Ottocento francese, in quanto, che se ne sia scritto o meno, non vi è autore che, sin dal percorso scolastico, non ricollochi nella sua formazione il Sommo Poeta; un esempio è George Sand che apprese la Divina Commedia nell’Istituto delle Suore Inglesi dove studiò. Seppur non si tratti in questa sede di ridiscutere il grande problema dell’influsso dantesco nell’Ottocento francese, su cui vi è ampia e copiosa letteratura, è pur vero che se ne possono trarre alcuni interessanti esempi. Da non tralasciare, come nota l’eminente studioso Carlo Ossola [1], anche la nascita di una visione dantesca orientata altrove che, scostandosi dall’aspetto eroico della Divina Commedia, tralascia “le caractère solennel du ‘poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra’ pour mettre en valeur la Naissance à Vita Nova“ [2]rappresentata dall’opera giovanile di Dante dedicata a Beatrice e che Dante Gabriele Rossetti (1828 – 1862) ha finemente illustrato. Anche tra i volumi della biblioteca di famiglia [3] ho reperito due esemplari che si pongono in questa precisa ottica, creati in omaggio al movimento preraffaellita e pubblicati nel 1921. Si tratta di edizioni con fregi ornamentali de Il Canzoniere di Dante e de La Vita Nova di Dante, con copertina in pergamena: nel primo volune citato si legge: “Dantis Gabrielis Rossetti manus animam pinxit amoris atque doloris” [4]. Il secondo porta come sottotitolo: La Vita Nova di Dante Alighieri illustrata dei quadri di Dante Gabriele Rossetti, pubblicata nello stesso anno, che si configura come il sesto centenario della morte del Sommo Poeta, dalla medesima casa editrice con una premessa e una nota dal titolo Arte preraffaellistica, a cura di A. Agresti e con decorazioni di R. Carlucci.

Qual è il poeta o lo scrittore che non abbia visitato luoghi danteschi, traendone sovente ispirazione? Limitandoci alla Francia, e per fare solo qualche esemplificazione, come non ricordare Victor Hugo che ne trae spunto per l’evoluzione umana nell’Écrit sur un exemplaire de la “Divina Commedia” delle Contemplations o Honoré de Balzac che fa continua allusione al Sommo Poeta e al suo spiritualismo nelle Études philosophiques della Comédie humaine (titolo indubbiamente tratto da Dante) e in particolar modo in Louis Lambert e in Séraphita. Per Stendhal (ovvero Marie-Henri, 1783 – 1842), autore di grandi romanzi quali Le Rouge et le Noir e La Chartreuse de Parme, la lettura da parte della madre, Henriette Gagnon di origini italiane, di alcuni canti della Divina Commedia al figliolo, ancora fanciullo, fu l’inizio di apprendimento del nostro idioma, e produsse in parte anche l’amore per l’Italia, che sarà il paese prediletto. In effetti, nel Catalogo dei libri a lui appartenuti, che si trovavano a Claix, nei dintorni di Grenoble, dove la famiglia aveva una bella casa di campagna, redatto da un giovane Beyle il “23 ventôse an XII” [23 febbraio 1804] tra altri classici italiani appare una Comedia [sic] di Dante in 2 volumi in-12 [5]. Sono questi i suoi anni di apprentissage del mestiere di scrittore, che evidenziano altresì la sua grande passione per le lettere italiane. Alcuni anni dopo, a Milano, il 22 settembre 1813, al ritorno da un viaggio a Como Beyle fa una lista di libri recentemente acquistati, tra cui una non specificata opera di Dante, presumibilmente una Divina Commedia, di cui tuttavia si sono perse le tracce, infatti annota: “Dante….. 7 francs”. Alla sua morte, tra i libri rinvenuti negli appartamenti delle varie città in cui visse, vi sono tre esemplari del capolavoro dantesco: una è La Comédie de Dante […] mise en rime française et commentée par Balthazard Grangier edita dai tipi di G. Drobet a Parigi nel 1596, con ogni probabilità proveniente dalla biblioteca del nonno, il Dr. Gagnon che curò la sua educazione letteraria, e che porta alla fine del volume la firma “Henri Beyle”, ora depositata presso la Bibliothèque municipale di Grenoble. L’altra edizione, reperita nella sede consolare di Civitavecchia alla morte dello scrittore,  è in italiano ed è consultabile nel Fondo Stendhaliano Bucci di Milano: si tratta di La Divina Commedia, già ridotta a migliore lezione dagli Accademici della Crusca; ed ora accresciuta di un doppio rimario e di tre indici copiosissimi per opera del Signor Gio. Antonio Volpi (Giuseppe Comino Stampatore, Padova 1726). La terza edizione, sempre depositata al Bucci, fu acquistata negli anni romani ed è La Divina Commedia di Dante Alighieri preceduta da una Vita di Dante Alighieri scritta da P. COSTA [con argomenti e note di G. Borghi, Roma 1837]. Lo scrittore, in una postilla, si augura che quella bella edizione sia presto tradotta in francese. Il che è ulteriore dimostrazione di quanto Dante rimanesse sempre presente nella vita di Stendhal.

304_1c.b.inizio.r (1)

Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano. Sezione Manoscritti. C.-C. Fauriel, Dante, Estratto dalla “Revue des Deux Mondes”, 1 Octobre 1834, pp. 37-92. CAT.FSB.304, 2c.b. inizio r

304_2c.b.inizio.v

Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano. Sezione Manoscritti. C.-C. Fauriel, Dante, Estratto dalla “Revue des Deux Mondes”, 1 Octobre 1834, pp. 37-92. CAT.FSB.304, 2c.b. inizio v

304_dorsoTra i libri lasciati dallo scrittore a Civitavecchia, dove esercitò le funzioni di Console di Francia nello Stato Pontificio tra il 1831 e il 1842, data della sua improvvisa morte avvenuta a Parigi, e in seguito acquistati dalla Banca Commerciale Italiana e donati alla Biblioteca Sormani di Milano (Fondo Stendhaliano Bucci), vi è un esemplare che porta sul dorso in lettere dorate: Dante Logique. Si tratta di una miscellanea fatta rilegare dallo stesso Stendhal, il cui primo testo, dal titolo Dante, è dello storico, linguista e critico letterario Claude-Charles Fauriel (1772 – 1844) e raccoglie le lezioni tenute dal letterato alla Facoltà di Lettere di Parigi [6]. Non stupisce che il rapporto con Dante si intensifichi verso la fine della vita; vi è in effetti un ritorno di Stendhal alle teorie letterarie della sua gioventù. Sfogliando il volume interfogliato, assai denso di note manoscritte, si avverte in particolar modo la sua buona conoscenza della vita e dell’opera di Dante. Ne estrarremo alcune, particolarmente interessanti in questo contesto. Ad esempio, la prima[7] è datata Civitavecchia 15 agosto 1839: “Je me crève d’ennui / en essayant de lire la / vie de Dante par ce fat / de Fauriel”. In un’altra annotazione pare di parere diverso: la sua opinione è infatti mutata e, una volta letto il testo di Fauriel, che supponeva tedioso, lo valuta degno di nota. Il testo in questione è un articolo che ha per titolo Dante, apparso sulla “Revue des Deux Mondes” il primo ottobre 1834. Fu lo stesso scrittore a fare rilegare l’articolo nel volume in questione, che comprende Le Voyage de Locke en France, de 1675 à 1679, Le Coffre et le Revenant, una sua novella pubblicata dalla “Revue de Paris” nel 1830 e la terza parte (appunto dedicata alla Logique) degli Elements d’Idéologie de Destutt de Tracy, studio fondamentale nella sua formazione di uomo e artista. Non stupisce invero che un testo così prediletto come l’opera di Tracy sia stato rilegato insieme a uno studio sul Sommo Poeta.

Le seconde annotazioni sono di un anno posteriori e datano dell’aprile 1840 – Stendhal si trovava allora a Roma – che diamo di seguito :[8] “Le Dante s’adresse aux moins bêtes / de ses contemporains et Cas[imir] de la Vigne [Delavigne] / aux demi[-]bêtes / aux Enrichis / 18 avril 1840”, in una comparazione, munita di sottile ironia, tra la poetica dantesca e quella del poeta francese, suo contemporaneo, Casimir Delavigne. Alludendo ad alcuni volumi recentemente apparsi, lo scrittore annota: “Ceux qui me plaisent furent calculés pour plaire aux plus spirituels des contemporains par ex[emple] le Dante”.

Stendhal aveva conosciuto Claude-Charles Fauriel a Parigi nel salotto di Mme Cabanis e lo definisce “un homme qui certes n’est pas un charlatan, […] (l’ancien amant de Mme Condorcet)”. Ma relativamente al suo lavoro, ciò che colpisce in modo particolare il grenoblese è la lettura, in parte innovativa, di Fauriel del Sommo Poeta. Rilevante l’importanza data dall’Alighieri alla musica, il che per un melomane al pari di Stendhal era cosa assai gradevole e interessante. In effetti nel paragrafo che chiude le sue lezioni, il letterato evidenzia come Dante abbia avuto delle “liaisons intimes avec les musiciens et les chanteurs renommés de son temps” [9]. Egli stesso era dotato di una bella voce, cantava piacevolmente e volentieri. Era questo il modo migliore di esprimere i suoi sentimenti e le emozioni più segrete del suo animo. L’esplorazione del linguaggio musicale dantesco porta Stendhal a una strategia che investe appieno la musica anche – e non solo -nell’esplorazione delle cantiche, segnale percepibile di un investimento profondo che nel corso dell’esistenza legò profondamente l’autore del Rouge al Divino Poeta.

Annalisa Bottacin

Professore Associato di Lingua e Letteratura francese Università di Venezia e di Trieste, si è dedicata a Stendhal fin dalla tesi di laurea, pubblicando numerosi contributi. Ha pubblicato di Stendhal per La Vita Felice, Piccola Guida per il Viaggio in Italia e Roman. Un romanzo per Métilde; ha curato inoltre la prima edizione italiana del Viaggio in Italia di Théophile Gautier. Ha studiato il romanzo libertino del Settecento con l’edizione critica del Diable amoureux (1776) di Jacques Cazotte ed è autrice di racconti (il suo primo romanzo,Antiromanzo, è del 2008). Da anni collabora a riviste e opere collettive in Italia e all’estero.

Per le immagini si ringrazia la Biblioteca Comunale Centrale (“Sormani”) Milano, Sezione Manoscritti

 

[1] C. OSSOLA, Dante poète européen (XIXe et XXe siècles) in De Florence à Venise. Études en l’honneur de Christian Bec, réunies par F. LIVI et C. OSSOLA. Paris, PUPS, 2006.

[2] Si tratta del titolo del capitolo, Nascere a Vita Nova, del volume di Gabriele Rossetti, padre di Dante Gabriele, Mistero dell’amor platonico, London, Taylor, 1840, vol. V. (Ivi, p. 479, nota n. 9).

[3] DA 2 a. / DA 3 b. (Fondo L. Bottacin – K.D. Mertzios).

[4] Il Canzoniere di DANTE ALIGHIERI, stampato a Torino per la collana “Dantis Amatorum Editio” della STEN. Società Tipografico Editrice Nazionale già Roux e Viarengo già Marcello Capra. Con introduzione. di M. De Rubris, le illustrazioni di Dante Gabriele Rossetti e i fregi ornamentali di P. Paschetto. Torino MCMXXI.

[5] V. DEL LITTO, Les Bibliothèques de Stendhal, Paris, Champion, 2001, p. 27.

[6] In una Table, redatta da Stendhal sull’esemplare interfogliato, si legge: <<27 septembre 1834>>, che potrebbe riferirsi alla data della rilegatura.

[7] CAT FSB 304 p. 2c. b. inizio v, tracciata a penna con inchiostro bruno.

[8] CAT FSB 304 pagina 2c b. inizio v.

[9] Cl.-Ch. FAURIEL, Dante sta in Dante Logique, cit., p. 92.

Profili illustri in pietra lavica

E’ tipico dell’Ottocento, fino ai primi del Novecento, l’uso della pietra lavica per i cammei, come vediamo in questa serie di profili illustri al centro dei quali, in basso, c’è Dante Alighieri. Lo accompagnano, da sinistra a destra, Socrate (in alto), Ariosto (in basso), Alessandro Magno, Aristotele (al centro, sopra Dante), Platone, Virgilio (in alto), Tasso (in basso). I quattro poeti sono caratterizzati dalla corona di lauro e si nota, tra l’altro, come il profilo dantesco sia stato migliorato (rendendo meno adunco il naso) secondo i canoni estetici di epoca neoclassica. I cammei sono custoditi in una piccola teca di legno ebanizzato, a comporre una raccolta, in linea con la moda del collezionismo ottocentesco. Lo stile, come accennato, risente ancora del gusto estetizzante della fine del XVIII secolo. Dovevano appartenere a una serie più grande, poiché sei visi guardano a sinistra e due a destra e se ne deduce che dovevano essere accoppiati, probabilmente a formare un gioiello e si direbbe una collana con pendenti. Difficile stabilire l’esatta zona di produzione, ma molto probabilmente è napoletana, in quanto nella città partenopea l’arte neoclassica si sviluppò in tutte le sue espressioni artistiche.

L’arte glittica ha origini antichissime per il fascino esercitato dalle pietre, alle quali si attribuivano poteri taumaturgici e che si prestavano a una lavorazione artistica per la creazione di gioielli. Tante le pietre usate: sardonice, corniola, diaspro, ambra, ma anche altri materiali, come le conchiglie e, appunto, la pietra lavica nelle varie tonalità, dal bianco al grigio in varie sfumature, al rosato. Era un materiale più povero, adatto a una produzione che si era fatta seriale, in cui si cimentava un numero sempre crescente di aspiranti incisori. I grandi periodi del cammeo furono il primo Impero romano, sotto Augusto, e il Rinascimento, che vede in Firenze una delle fucine più prestigiose. La grande ripresa del cammeo subentra in epoca neoclassica, dopo le scoperte degli scavi di Ercolano e Pompei, quando viene imitata l’arte antica: greca, romana, ma anche etrusca ed egiziana.