Ademollo, interprete naturale della poetica dantesca

Alcuni artisti di epoca neoclassica si ritrovarono nella ‘selva oscura’ della Divina Commedia per rivelarla con le loro immagini. Fra questi va inserito il contribuito inventivo del pittore e incisore Luigi Ademollo (Milano, 1764 – Firenze, 1849). Poco noto nel panorama artistico italiano ma chiave di collegamento per gli sviluppi neoclassici e preromantici affluiti in ambito toscano, argomenti che vedranno presto la luce nel quadro della ricerca dottorale universitaria di chi scrive. Questi prese parte all’edizione fiorentina della Divina Commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, pubblicata all’Insegna dell’Ancora, in quattro volumi tra il 1817 ed il 1819, su progetto e commissione degli editori A. RENZI, G. MARINI, G. MUZZI. L’opera fu poi intitolata allo scultore Canova, peraltro amico e sodale di Ademollo, a carico del quale, nell’iscrizione dedicatoria, traspaiono l’idea, la concezione e l’intima speranza di trasfondere le disamine dell’Antico remoto e prossimo da Fidia fino al Vate: “Altri motivi pur ci consigliano ad offerirvi il Poema sacro del divino Alighieri. Egli nell’effigiare e dipinger il pensiero colla parola a tutti i moderni poeti sovrasta; come Voi nel trarre dal marmo volti vivi, e visibilmente favellanti altrui sovrastate”. L’interesse per la Divina Commedia s’inserisce infatti in un grande processo collettivo di ricerca dell’identità storica nazionale, mediato attraverso secoli di selezione degli exempla della letteratura italiana moderna portatori di stilemi culturali ed etici.

L’Ademollo si fa interprete naturale della poetica dantesca, che è affine all’iconografia dell’artista, con un linguaggio espressivo carico di pathos, enfatico, moralizzante, antichizzante e fieramente rispettoso dei valori umani e cristiani riuniti nella pìetas che fu simbolo di dìgnitas pagana e religiosa. L’artista inventò, disegnò e incise, alternandosi con Giovanni Paolo Lasinio e forse il padre Carlo, le 43 tavole della cantica dell’Inferno e 32 di quella del Purgatorio, passando poi il testimone al più giovane collega Francesco Nenci, che terminò le illustrazioni fino al Paradiso. Il modus operandi di Ademollo si pone come un interessante unicum fra le letture visive neoclassiche del tema dantesco. Nelle sue tavole si compie una parabola dell’animo umano che parte da un’apice iconografico aspro, lunare e terrifico nell’Inferno, per digradare attraverso il pathos, e l’urgenza drammatica e drammaturgica dai gesti ai visi, nelle invenzioni del Purgatorio via via più intime e meditative. Drastiche e concrete, in ombratili contrasti chiaroscurali, le composizioni ademolliane sono l’apax nell’interpretazione purista e accademica corrente e maggiormente sentita dagli artisti in contatto con il clima culturale peninsulare. Vedi i disegni asciutti e lineari del nordico Flaxman (1793) tradotti in incisione da Tommaso Piroli (AA.VV, Flaxman e Dante, 1987). Piuttosto, lo stile di Ademollo prende le mosse da quell’intemperie di giovani artisti radunatisi a Roma sul finire del XVIII secolo, e consociatisi in un circolo di dibattito culturale noto come l’Accademia dei Pensieri e fondato dai pittori Felice Giani e Michael Köck. Interpreti atipici dei caratteri della nobile semplicità e quieta grandezza, professata dalla dottrina neoclassica di J. J. Winckelmann, chi fece parte di quel gruppo espresse con più esprit libre l’idea dell’antico e la sua storia. Un secondo spunto per il nostro artista va visto nell’esempio letterario del drammaturgo piemontese Vittorio Alfieri, che nella sua analisi della Commedia fin dal 1775 vi cercò la leva e lo stimolo per la chiave di scrittura teatrale che delineerà il suo stile tragico e drammatico (C. SISI, F. LEONE, 2007). L’Ademollo fin dai suoi cicli pittorici giovanili, a tema epico e profano, fece tesoro della poetica di Alfieri con cui fu forse in contatto e rinnovò poi nella carica umana delle sue invenzioni dantesche questo afflato. Mentre in campo artistico, il caso ademolliano trova dunque risonanza con le influenze nordiche e mitteleuropee: nelle espressioni preromantiche e sublimi legate alla cultura ossianica con Nicolai Abildgaard, Asmus Jacob Carstens, Carl August Ehrensvärd. Per ritornare in patria con riproposizioni dello stesso tema dei colleghi Luigi Sabatelli che inscena l’Inferno nel 1794 e tra 1824 e 1826 la serie dantesca di Bartolomeo Pinelli. Le pagine illustrate in questa edizione fiorentina preludono alle inquietudini crepuscolari del XIX secolo, a ben vedere le grottesche figure demoniache e di anime infernali; così come l’introspezione psicologica nelle scene di sofferenza nella seconda cantica e preludio al risveglio della coscienza e ‘risalita verso le stelle..’

Il legame fra le incisioni di Ademollo e i Frammenti danteschi proposti nella mostra in corso d’opera nella Galleria Baroni trovano in questi nodi interiori il loro punto d’incontro. La fascinazione per il tema culturale dantesco prende pure le mosse proprio dalla continua ricerca di conferma delle qualità morali e dell’intimo dialogo fra l’uomo e il sacro, in quella “perdita del centro” analizzata dal critico Hans Sedlmayr (II Ed. italiana, 1983). Il rapporto tra l’uomo e Dio è dunque turbato dai fantasmi della realtà di cui l’individuo post illuminista non si può più liberare. Arriviamo così alle interpretazioni contemporanee che attori e registi continuano a dare al poema di Dante; per cui mi piace citare la lettura cinematografica dell’Inferno A T.V. Dante: the Inferno  diretto da Peter Greenaway, con la collaborazione del pittore Tom Phillips (1985 – 89, GB), come espressione della nostra interiorità, le sue allucinazioni nonché rinascite (T. KRETSCHMANN,2010/11;2012).

Egle Radogna

Dottoressa in Storia dell’arte e dottoressa di ricerca in Storia e conservazione dei beni culturali architettonici e artistici dell’Università di Genova; attualemnte speaker presso Orme radio, web radio Empoli nella trasmissione Nuove GenerAzioni (Coltiviamo La Cultura in Genere).