Benvenuta Miss Miller

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Sconosciuto al pubblico fino a oggi, questo bronzo, opera del romagnolo Domenico Rambelli (1886-1972), è finalmente visibile agli amatori e cultori della sua arte alla Galleria Baroni, dopo essere rimasto custodito gelosamente dal suo autore prima e conservato poi nelle raccolte degli eredi. Rambelli, ceramista, pittore, scultore faentino, dopo gli studi alla Scuola di Arti e Mestieri della sua città, segue l’amico Domenico Baccarini a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Aderirà all’innovativo cenacolo baccariniano assieme ad altri giovani artisti romagnoli, fra cui Ercole Drei, Giovanni Guerrini, Francesco Nonni, Pietro Melandri, Riccardo Gatti, Giuseppe Ugonia, Odoardo Neri, Orazio Toschi. Nel 1905 esordisce a Roma e poi espone alla Biennale di Venezia, per poi trasferirsi a Parigi. Fa parte del movimento artistico “Valori Plastici” e partecipa alla corrente “Novecento”. E’ considerato fra i principali scultori pubblici degli Anni Venti con i monumenti di Viareggio, Lugo e Brisighella.

Miss Miller è un’opera affascinante, enigmatica rappresentativa del “primitivo” che caratterizza lo stile dell’artista nei suoi busti bronzei, come il busto “Fanciullona”, il nudo femminile acefalo, la popolana che canta (o “Il Canto”), tutti appartenenti a collezioni pubbliche. Salta all’occhio, come “firma” rambelliana, lo stravolgimento delle forme corporee che alterano le proporzioni dell’anatomia, dilatando e “gonfiando” i lineamenti, così come, nelle opere a figura intera, la dimensione della testa rispetto al tronco, il tronco rispetto al corpo, creando una nuova espressività della figura umana nello spazio. Il busto di Miss Miller Rambelli lo eseguì nel 1926 e non se ne distaccò mai, tenendolo con sé fino alla fine dei suoi giorni. Esso può rappresentare nell’insieme della sua produzione una specie di feticcio o di opera di grande affezione che ha accompagnato sempre l’artista. Alla sua morte è passato agli eredi Zingaro, rimanendo fino ai giorni nostri di loro proprietà. Quando ho saputo della disponibilità dell’opera, ho ritenuto che fosse quasi un obbligo da parte mia, per la mia storia e la mia dichiarata “romagnolità”, venirne in possesso per salvaguardare la sua permanenza in questo contesto. Essa infatti rappresenta a mio parere un punto di riferimento della produzione artistica di Domenico Rambelli.

La mia passione per questo artista, assieme a quella per gli altri romagnoli, risale alla mia infanzia, quando ne potevo ammirare le opere pubbliche durante le mi trasferte al seguito di mio padre o di mio nonno nel territorio di Romagna. Tre sono i monumenti pubblici di Rambelli: il monumento ai caduti di Viareggio, inaugurato nel 1927; il “Fante che dorme” di Brisighella del 1928 e quello dedicato all’eroe dell’aviazione della prima guerra mondiale, Francesco Baracca, che si trova a Lugo di Romagna, inaugurato nel 1936. Se nei primi due Rambelli è riuscito a reinterpretare con modernità forme primitive e arcaiche, nel terzo giunge a un’originale sintesi tra simbolismo e naturalismo, trascendendoli in un’atmosfera metafisica.

Una produzione esigua rispetto a quella degli altri artisti romagnoli, la sua, ma di portata europea. A mio parere è un peccato che oggigiorno, guardando alla sua opera artistica, non sorga una riflessione sul fatto che un artista tanto affascinante e moderno non abbia prodotto la quantità di opere scultoree dei suoi contemporanei italiani. Solo nell’ambito del disegno ci ha lasciato innumerevoli esemplari di fanciulli, figure femminili, nudi, nei quali vediamo quelle forme primitive e arcaiche che ne fanno la sua cifra stilistica. Il motivo della “scarsità” scultorea lo spiega l’artista stesso, in un testo inedito del 1950: “Lo so che le esposizioni fanno girare il nome e procurano lavoro, ma quando si ha più inclinazione a disprezzare che amare il denaro queste cose perdono di importanza.”

Sergio Baroni

Il retroscena di “Ademollo”

Questa vecchia foto che ritrae Gianni Versace e Sergio Baroni nei primi Anni 80, ci rimanda elle origini della mostra “L’affresco neoclassico nella vena creativa di Luigi Ademollo”. Alla fonte c’è infatti una storia di amicizia e di rapporti professionali tra Sergio Baroni e Gianni Versace.

ademollo-3Così racconta Baroni: “Ho conosciuto Gianni Versace nei primi Anni 80, quando ancora non si era trasferito a Milano e quando, per motivi familiari, mi recavo a Reggio Calabria a trovare mia sorella. Versace allora non era lo stilista noto in tutto il mondo che sarebbe poi diventavo. La stima reciproca nata allora sfociò in seguito in una collaborazione professionale. Al suo trasferimento a Milano, infatti, Gianni mi chiese di entrare nel suo ufficio stampa, dove lavorai assieme ad Anna Zegna: lei si occupava dei rapporti con la stampa, io degli eventi speciali. Parallelamente continuavo a coltivare il mio interesse per le arti decorative e l’antiquariato e le competenze sviluppate negli anni precedenti in questo settore mi permisero di offrire la mia consulenza su arredi e oggetti per Gianni Versace. Appassionato dello stile neoclassico, egli volle arredare la sua villa sul lago di Como completamente in questo stile, dedicando un’intera stanza a Luigi Ademollo. Osservandone le opere è facile capire come questo originale artista fosse nelle sue corde: i colori, i voluminosi drappeggi dei costumi, la drammaticità teatrale… tutto coincide con il gusto Versace. Io avevo già avuto modo di apprezzare Ademollo a Pietrasanta, dove viveva allora mio fratello, e a Pisa, città che frequentavo perché vi abitava mia sorella, diventandone. Lo potei apprezzare anche in altre città toscane: Firenze, Arezzo, Siena, Lucca… diventandone a mia volta un estimatore. La ricchezza, l’originalità, la fantasia, la sfarzosità delle vesti, la drammaticità dei gesti, l’accento sull’effetto scenografico che manda in secondo piano il rispetto dei canoni accademici e delle proporzioni anatomiche (si vedano gli arti possenti, le grandi teste e le voluminose capigliature) in una parola la sua personalizzazione antiaccademica dello stile neoclassico mi colpirono immediatamente. Una volta dispersa la collezione, cercai infatti di reperirla tramite aste, integrandola con opere da collezioni private e oggi sono felice di portare l’attenzione a un artista, grande affrescatore, fino a oggi a mio parere ingiustamente trascurato.”